L'estratto conto previdenziale non lasciava dubbi: mancavano 2/3 dei contributi!

Infermieri licenziato per ingiusta causa: senza soldi e senza dignità!

Siete sicuri della correttezza dei contributi versati dal vostro datore di lavoro? Claudio, Infermiere, lo era, finchè non ha scoperto che erano stati versati per 1/3 del dovuto!

Claudio è un infermiere veneto che per puro caso ha scoperto l'irregolarità, grande come una casa. Per ottenere ciò che gli spettava ha dovuto perdere il posto di lavoro e pure una causa durata tre anni.

Il racconto completo nelle sue parole.

Claudio puoi dirci come inizia la tua storia?

Lavoravo da circa quattro anni presso un Ente nel settore sanitario quando un collega mi chiese se avessi mai richiesto un estratto contributivo all’INPS. Risposi negativamente e che non ci avevo nemmeno mai pensato. Mi suggerì di farlo subito, poiché aveva riscontrato delle anomalie nel suo e sospettava potessero essercene anche nel mio. Seguii il suo consiglio, nella convinzione di trovare tutto regolare poiché non avevo alcun motivo di pensare diversamente. Non nego che, da infermiere, per me quelli che leggevo sull’estratto conto erano solo numeri di cui in realtà non capivo a fondo il significato. Mi rivolsi allora ad un “esperto” che mi chiese di fargli vedere il mio ultimo CUD per poi annunciarmi che l’Ente mi stava versando sì i contributi previdenziali, ma in maniera irrisoria rispetto al dovuto: circa 1/3.

D'istinto pensai si trattasse di un errore, nonostante il suggerimento del collega mi avrebbe dovuto far pensare tutt’altro, e, quindi, ingenuamente mi rivolsi al datore di lavoro per chiedere spiegazioni.

Le risposte ricevute dal datore di lavoro furono diverse: inizialmente mi disse che mi sbagliavo, poi che me lo avevano comunicato quando mi avevano assunto e io avevo “accettato” questa condizione, infine che se avessi continuato a sollevare il problema ci sarebbero state gravi ripercussioni sul mio lavoro.

In altre parole il datore di lavoro si rifiutava di sanare quella situazione facendola passare come “normale”. Mi trovai, quindi, costretto a rivolgermi ad un legale, il quale mi consigliò di contestare per iscritto al datore di lavoro la problematica e di dargli un tempo per sanare la differenza all’INPS. E così feci.

Il datore di lavoro non versò i contributi nel tempo indicato dall’avvocato. Questi allora mi disse che non avevo altra possibilità che dare le dimissioni per giusta causa, poiché se avessi accondisceso al parziale pagamento dei contributi dopo averlo “scoperto” non avrei potuto più impugnarlo perché sarebbe valso come una sorta di “silenzio assenso”. Allora, mio malgrado e senza avere, ovviamente, un altro lavoro, rassegnai le dimissioni per giusta causa, considerando che tra le giuste cause di dimissione, come mi suggeriva l’avvocato, c’è proprio il mancato o parziale versamento dei contributi.

Finisce il rapporto di lavoro. Cosa succede riguardo al conteggio dei tuoi contributi?

A seguito delle mie dimissioni, ratificate da me, come prevedeva all’epoca la normativa presso il datore di lavoro, trascorsi due mesi ho effettuato un nuovo controllo all’INPS per vedere se le differenze contributive erano state versate, e lo erano. Quindi, dal punto di vista contributivo il datore di lavoro aveva finalmente fatto quello che avrebbe dovuto fare fin da subito. Restava il fatto che per via di un diritto negato, il corretto versamento dei contributi, io mi sono ritrovato senza un lavoro dall’oggi al domani.

A questo punto il ricorso legale appare d'obbligo. Come ti sei comportato in merito e quali risultati ha prodotto?

Il legale mi consigliò di chiedere al datore di lavoro il pagamento del preavviso, come è normale che sia in caso di dimissioni per giusta causa, inizialmente per le vie bonarie, poi con un vero e proprio atto legale. Per cui l’avvocato prese appuntamento con il legale del datore di lavoro e chiese il preavviso. Il datore di lavoro rispose che secondo lui non mi spettava. A quel punto non si poteva far altro che adire le vie legali.

Dopo circa tre anni tra udienze rimandate, escussione di testimoni di entrambe le parti, presentazione di documentazione di ogni tipo, arriva la sentenza: non solo non è stata accolta la mia richiesta di preavviso, ma sono stato condannato a pagare io il preavviso al datore di lavoro perché per il giudice non potevo non sapere fin dall’inizio che i contributi erano versati in misura minore a quanto prevede la legge, poiché sulla busta paga che mi veniva consegnata ogni mese c’era scritto chiaramente e quindi il mio silenzio durato anni rappresentava una tacita accettazione di questa condizione. Io non sono un ragioniere e nemmeno un amministrativo, non so leggere tutte le voci di una busta paga e credo fermamente che come me milioni di italiani non sappiano farlo.

Di fronte a questa sentenza come ti sei sentito umanamente? E come lavoratore?

Mi sono sentito tradito, preso in giro. Ha vinto il più forte, quello che non versa i contributi ai lavoratori sperando che non se ne accorgano per non versarli mai e nel caso in cui se ne dovessero accorgere, pronto a dire che era tutto così chiaro ed evidente… Ha vinto un datore di lavoro che mette una ipoteca sul futuro delle persone, che riceveranno un giorno una pensione da fame. Faccio fatica, ma credo ancora nella giustizia, anche se a volte inciampa come in questo caso, per questo farò ricorso contro una sentenza che reputo assolutamente ingiusta. Un precedente del genere rappresenta un danno per i lavoratori che incorrono in datori di lavoro senza scrupoli e un incitamento a non versare i contributi, tanto mal che vada si verseranno, forse, poi.

Assocarenews.it è fiero di divulgare la tua storia nella speranza che arrivino maggiori tutele rispetto all'aspetto contributivo e che i nostri colleghi non attendano la pensione o casualità per controllare il proprio profilo previdenziale.

Cosa ti senti di suggerire loro?

Il principio che è stato applicato nel mio caso è che ogni lavoratore con la consegna della busta paga sia in grado di comprendere chiaramente se il datore di lavoro sta versando i contributi nella giusta misura: questo principio è totalmente sbagliato. Per comprendere quanto lo sia, basti andare su sito dell’INPS e leggere cosa c’è scritto in merito al calcolo dei contributi: “La misura dei contributi è determinata dalla natura dell’attività esercitata dall’azienda, dalla posizione dei lavoratori e dalla retribuzione imponibile”. È fin troppo ovvio che non è un calcolo semplice ed immediato.

Il mio suggerimento è di verificare annualmente, o comunque almeno ogni cinque anni, il proprio estratto contributivo presso l’INPS e rivolgersi ad un esperto del settore per la verifica della congruità di quanto versato dall’azienda con quanto dovuto. In questi casi il fai-da–te non è percorribile, a dispetto di quanto stabilito dalla sentenza che mi ha ingiustamente colpito. Il consiglio è di farlo almeno ogni cinque anni poiché scoprire che i versamenti non sono stati regolari dopo che sono trascorsi più di cinque anni, fa perdere il diritto a pretendere dal datore di lavoro il versamento.

Trovo che in questo caso la normativa sia fin troppo “protettiva” nei confronti dei datori di lavoro, di conseguenza è opportuno che ci si cauteli per tempo.

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Dott. Marco Tapinassi
Author: Dott. Marco TapinassiWebsite: http://www.assocarenews.itEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Vice-Direttore. Infermiere, webwriter, attentatore di biscotti. Esperto nella gestione di pazienti con Alzheimer e Demenze. Immagina l'informazione come un fattore di crescita. Non perde nemmeno un tè con il suo Bianconiglio.
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