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Infermiera di Roma racconta la sua vita da sieropositiva: paura, angoscia e tanta solitudine.

Nella Giornata Mondiale della lotta all’AIDS, l’infermiera Patrizia (nome di fantasia) ci racconta la sua vita da sieropositiva. Un racconto toccante da parte di chi è sia professionista che malato.

Cara Patrizia, come inizia questa storia?

Era l’estate del 2015. Un giorno il mio compagno di allora torna a casa e mi dice che le sue analisi erano positive e che dovevo controllarmi anche io.

Lui penso l’avesse contratto con una siringa infetta.

Lo ricordo ancora: il 13 settembre ebbi la conferma di essere sieropositiva e per me iniziò un’altra vita.

Come hai reagito alla notizia?

Non importa se sei infermiera o un miliardario o un operaio o qualcos’altro: appena leggi la sentenza ti senti il mondo crollare addosso. All’inizio volevo ripetere l’esame ma poi mi sono arresa. Sieropositiva, non si torna più indietro.

In un secondo momento poi realizzi il da farsi. Gli antiretrovirali, la paura dell’AIDS. Il giorno dopo ero già a ristudiare nei minimi dettagli i sintomi.

Come la tua vita è cambiata?

La mia vita è cambiata in tutto. La famiglia, le relazioni, il lavoro. E’ impossibile da spiegare ma ci proverò lo stesso.

Sebbene sai e leggi continuamente che la trasmissione è gestibile, ne hai fortemente paura. I primi giorni non l’ho detto a nessuno. Poi a mamma e papà e a mio fratello.

La relazione con il mio compagno finì dopo neanche un mese ma era una storia burrascosa. Cosa che invece non pensavo in prima battuta è che per molto tempo avrei avuto paura a frequentare le persone.

Riguardo al mio lavoro ho informato il medico del lavoro e tempo una settimana ho lasciato la chirurgia addominale per un ufficio.

E le giornate si riempiono di angoscia e solitudine della peggior specie: quella che nasce da dentro.

In alcune testimonianze ho letto che il pensiero di essere sieropositivi è sempre presente. Riesci a chiuderlo mai fuori dalla porta?

Oggi sì. Ma ci sono voluti almeno due anni. Avevo paura a far tutto, tutto mi avrebbe potuto tagliare contagiando qualcun’altro. Un’altra grande paura era quella di sviluppare l’AIDS. Un minimo raffreddore e pensavo già alla polmonite. Devo ammettere che non sono del tutto libera ma riesco a sganciarmi e vivere il momento.

Quando ti sei resa conto di riuscire a padroneggiare la paura?

Una sera ero dai miei. Stavamo facendo del pangiallo, dolce di qua che piace tanto ai miei. Mi sono tagliata lievemente aprendo l’uvetta con il coltello e non ho avuto paura. Mia mamma mi ha guardato perchè un’altra volta in cui mi ero fatta un taglio ero scappata in bagno e avevo detto a tutti di non toccare niente.

Vuoi lasciare un messaggio alle persone che purtroppo sono positivi all’HIV?

Sì, vorrei dire loro di non avere paura e di non lasciare che il virus li divori. Vivete la vita per quello che è, piangete o ridete. Ma non mollatela. Mai.

Grazie della tua testimonianza, sei stata molto gentile. Siamo sicuri che leggendola in molti potranno scoprire qualcosa di più, un piccolo tesoro da portare dentro.