Pubblicità

Infermieri sfruttati da agenzie di Assistenza Privata: tra demansionamento e sfruttamento lavorativo!

Agenzie che sfruttano giovani infermieri: la realtà senza troppi giri di parole.

Pochi giorni fa ci è giunto presso la mail della nostra redazione una segnalazione circa la situazione lavorativa di alcuni infermieri, vittime di un sistema che ormai da anni sta prendendo campo. Noi di AssoCareNews.it abbiamo voluto dare spazio e voce a un professionista che ha voluto raccontare la sua esperienza in questa intervista.

Le agenzie che erogano assistenza privata domiciliare e non, rappresentano un primo impiego per moltissimi neolaureati. Nel suo caso qual è stata l’offerta lavorativa?

Come anche lei ha detto, tali agenzie rappresentano spesso una prima finestra per affacciarsi al mondo del lavoro una volta laureati. C’è chi ha la fortuna di essere selezionato dalle agenzie interinali ed entrare a lavorare in ospedale, c’è chi viene assunto nelle Rsa o negli istituti e c’è anche chi deve ripiegare nelle agenzie di assistenza domiciliare.

La mia offerta di lavoro venne tramite chiamata telefonica, il giorno stesso in cui consegnai il mio curriculum vitae. Mi venne offerto un primo “servizio”. Fino a che non mi sono trovata a casa del paziente non sapevo a cosa andassi in contro. La famiglia, gentilissima, mi illustrò immediatamente i motivi per cui avevano chiesto all’agenzia un infermiere. Mi spiegarono cosa dovevo fare e dove si trovavano le varie cose per casa.

Firmato il contratto, contratto di collaborazione continuativa (co.co.co.), appresi che mi erano stati offerti 6 mesi, per iniziare, e che dovevo iscrivermi a una cassa previdenziale dal nome Enpapi, cosa da me sconosciuta e della quale non ebbi mai spiegazioni.

Le agenzie non sono tutte uguali ma tra tante mele è facile coglierne una marcia. Le molteplici segnalazioni rispetto a questo tipo di agenzie riguardano sempre le mansioni lavorative richieste, il rapporto organizzazione/qualità degli interventi e la retribuzione. Nel tuo caso era rispettata la tua professionalità?

Di getto le risponderei di no. Penso che le richieste che mi sono state fatte e i lavori a me proposti sfocino nel demansionamento.

Le spiego meglio.

Mi venivano offerti dei cosiddetti “servizi” di cui sapevo solo il luogo in cui si svolgevano, a volte a domicilio e a volte in ospedale. Una volta che accettavo mi venivano date le altre disposizioni. In alcuni casi si trattava di assistenza domiciliare a paziente cateterizzato, gestione di device o gestione terapeutica a domicilio. Altre volte l’assistenza da erogare era diversa, pranzi o cene da riscaldare, piatti da lavare. Altre volte ancora invece si doveva vigilare i pazienti a domicilio, aiutargli nei bisogni primari, altre volte invece si doveva eseguire sorveglianza in ospedale.

Stare accanto al letto del malato per giornate intere, somministrare la terapia che ci veniva lasciata dalle infermiere di reparto e imboccare i pazienti che si seguivano.

Quindi ritornando alla sua domanda posso affermare con tutta sincerità che questo tipo di lavoro spesso poteva essere eseguito da altre figure, sicuramente più adeguate di me.

I servizi tra loro si incastravano perfettamente, dovevo muovermi da un servizio all’altro con la mia macchina personale.

Rispetto l’organizzazione del lavoro, era pensata prendendo in considerazione la qualità degli esiti degli interventi?

Il tempo a disposizione era abbondante, l’importante era portare a termine il servizio. L’unico problema insorgeva se si presentavano degli inconvenienti che ti portavano a ritornare nuovamente sullo stesso luogo di lavoro. In quelle circostanze era un problema combaciare gli orari e gli altri servizi.

Cosa ci può dire rispetto alla retribuzione?

La paga era oraria, venivano prese in considerazione solo le ore presso il paziente. Il tempo necessario allo spostamento, ticket del parcheggio e benzina erano a mio carico. Più ore facevi più guadagnavi. Io personalmente ho lavorato fino a 70 ore settimanali, 7 giorni su 7, 10 ore ogni giorno.

Rispetto al tuo rapporto con l’agenzia, potresti darci una sommaria scala di valori rispetto ai quali venivi valutato come infermiere?

L’unica scala di valutazione era l’apprezzamento da parte dei clienti. Se rimanevano o meno soddisfatti dal mio operato.

La valutazione di tipo professionale non mi poteva esser fatto in quanto i miei datori di lavoro, le uniche persone con cui mi interfacciavo non appartenevano al mondo infermieristico, tanto meno sanitario di qualsiasi grado.

Quindi una loro valutazione sul mio operato da professionista sarebbe stato inadeguato e inappropriato in quanto solo un altro professionista, o meglio un altro infermiere poteva valutare il mio lavoro. Ma tale figura all’interno dell’agenzia mancava.

Grazie per la preziosa testimonianza.