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Come si è evoluto il Wound Care in Italia e nel mondo dai tempi antichi fino ad oggi? Ecco una nostra breve ricostruzione storica.

In passato ci si rese conto che era opportuno lavare e proteggere le ferite con teli puliti e che bisognava ricoprirle con muschio o foglie ammuffite in modo da evitare che andassero incontro a fenomeni di putrefazione mortale. Queste conoscenze empiriche, tramandate per migliaia di anni, portarono il trattamento delle ferite a livelli attuali presso alcune popolazioni ed in determinati periodi storici.

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La cura delle ferite nella storia antica fu più un’arte che una vera e propria scienza. Pur non disponendo di concetti medici tali da determinare l’esatta origine di infezioni o la precisa natura delle ferite, e non realizzando completamente l’importanza dell’igiene, gli antichi curatori riuscirono ugualmente a identificare, tramite tentativi ed errori, sostanze naturali e pratiche medico-chirurgiche in grado di trattare le ferite causate da armi o incidenti. Nel corso della storia umana, una ferita era spesso legata all’insorgenza di malattie dovute a infezioni batteriche. La sepsi è una risposta infiammatoria all’invasione di tessuti sensibili da parte di microrganismi patogeni.

Gli antichi Greci la chiamavano “sepsis“, putrefazione, o “septikos“, setticemia, e spesso mieteva vittime più che le ferite stesse. Ancora oggi ha un tasso di mortalità cinque volte superiore a quello dell’ictus e dieci volte superiore all’infarto.

Una ferita aperta non medicata causava spesso la comparsa dei sintomi della setticemia:

  • febbre alta o ipotermia;
  • frequenza cardiaca accelerata;
  • stato mentale alterato;
  • anomalie di coagulazione del sangue;
  • gangrena.

Le condizioni igieniche del passato erano tali da causare frequenti infezioni di ferite aperte, specialmente in circostanze in cui medicare efficacemente e velocemente i tessuti esposti era di fatto impossibile, come durante uno scontro armato o lontano da centri abitati.

Molti miglioramenti sul campo del trattamento delle lesioni si ebbero grazie alla cura dei soldati feriti in battaglia. Anche se alcune sostanze e pratiche usate per prevenire le infezioni o per favorire la guarigione si rivelavano efficaci, la componente magico-religiosa era, secondo la medicina babilonese, greca o egizia, importante quanto l’uso di composti curativi.

Nel Medioevo la situazione non fu affatto migliore. Superstizione e tabù religiosi, infatti, impedirono un vero e proprio miglioramento del trattamento delle lesioni. Fu solo con l’invenzione del microscopio e l’analisi della struttura cellulare degli organismi viventi che si riuscì a compiere un enorme balzo in avanti nel trattamento di ferite e infezioni. Una delle più antiche medicazioni per le ferite fu la birra. I Sumeri producevano almeno 19 tipi di birra differenti, alcuni dei quali impiegati nella medicina tradizionale mesopotamica.

Il trattamento delle ferite seguiva una procedura in due fasi:

  • applicazione di pomate;
  • fasciatura.

In alcuni casi era previsto anche un lavaggio preliminare con birra o acqua calda, ma secondo la medicina sumero-babilonese non era indispensabile per la prevenzione di tutte le infezioni, e l’acqua utilizzata era spesso ricca di microrganismi in grado di infettare una ferita. Un’ altra medicazione che veniva effettuata era l’impiego di aloe vera (Aloe barbadensis). Una mistura di aloe veniva applicata sulla ferita per favorire la cicatrizzazione e per prevenire le infezioni.

Gli Egizi furono probabilmente i primi a ideare bendaggi adesivi e ad utilizzare il miele per la medicazione delle ferite. Sono stati anche i primi a riconoscere la differenza tra ferite acute e ferite cronicheGrasso, miele e olio erano componenti di base di ogni bendaggio perché fornivano ai batteri un ambiente relativamente ostile in cui faticavano a proliferare.

Le garze egizie, inoltre, venivano realizzate con le feci d’asino e venivano applicate sulle lesioni. Le feci d’asino (come quelle di molti animali provvisti di pancreas) contengono tripsina, un enzima che, secondo alcuni ricercatori, potrebbe aver contribuito a favorire il processo di guarigione. I Greci furono forse i primi a rendersi conto dell’importanza della pulizia di una ferita.

I medici raccomandavano lavaggi frequenti con acqua pulita, spesso bollita prima dell’uso, o lavaggi con aceto e vino.

Già dal V secolo a.C. i bendaggi erano ormai diventati pratica comune e i medici sapevano che un bendaggio troppo stretto avrebbe favorito la cancrena.

Anche i Greci, come gli Egizi, facevano una distinzione tra ferite acute e croniche, chiamando “fresche” le prime e “non guaribili” le seconde.

Galeno di Pergamo, il celebre medico dei gladiatori del II secolo d.C., riconobbe per primo l’importanza di mantenere umida la zona della ferita per favorire la guarigione, contrariamente a quanto diceva Ippocrate, che sosteneva che fosse necessario mantenere asciutta la ferita per favorirne la guarigione.

Anche i Greci utilizzavano pomate a base di grasso o olio, e come gli Egizi impiegavano il verdigris, il pigmento verde ottenuto con l’applicazione di acido acetico su lastre di rame.

Altri medicamenti utilizzati erano pomate a base di linfa di fico, o polveri minerali mescolate a vino o aceto e applicate dopo il lavaggio della ferita.

Polvere di zinco e rame erano molto comuni, ma anche quella d’argento, un metallo impiegato anche per purificare l’acqua. La medicina indiana prevedeva la rimozione dei componenti estranei presenti nella ferita prima di medicarla, e un lavaggio accurato prima di suturarla.

La curcuma è una spezia che trovò largo impiego nelle medicazioni di ferite. Questa contiene curcumina, un composto antiossidante che allevia il dolore, contribuisce a tenere sotto controllo eventuali infiammazioni e accelera il processo di cicatrizzazione. La curcuma medicinale veniva preparata sotto forma di pasta, spalmata sull’area della ferita e coperta da un bendaggio. Ancora oggi questa tecnica viene impiegata in alcune comunità rurali indiane.

Durante il Rinascimento Ambroise Parè (1509-1590) utilizzò molto la cauterizzazione, preferendo quella attiva, fatta con il ferro rovente, piuttosto che quella passiva, fatta con acidi od olio bollente. La cauterizzazione, infatti, veniva utilizzata per arrestare le emorragie.

La diffusione a basso costo dello zucchero in Europa a partire dal XVII-XVIII secolo contribuì all’utilizzo dei suoi cristalli come alternativa al miele nel trattamento delle ferite. I cristalli di zucchero, infatti,assorbono acqua tramite osmosi, asciugando la lacerazione per rallentare la proliferazione di microrganismi e promuovendo la formazione di tessuti cicatriziali.

Il chirurgo italiano Giovanni da Vigo (1450 – 1525), invece, riteneva che i proiettili trasportassero sostanze velenose e raccomandava il trattamento delle ferite da arma da fuoco con olio bollente per contrastare le tossine contenute nella polvere da sparo.

Inoltre,provocare volutamente la formazione di pus e applicare olio bollente erano trattamenti comuni sulle ferite da amputazione o da arma da fuoco.

Paré condannò espressamente queste pratiche fornendo alcune alternative, come l’applicazione di una mistura di tuorlo d’uovo, olio di rose e trementina. Inoltre, scoprì la presenza di larve parassite all’interno di ferite infette.

In Somalia si trattavano le ferite con il ferro arroventato che serviva per cauterizzare le emorragie Successivamente si coprivano tali ferite con un preparato di sterco di cammello, sangue prelevato dalla giugulare dello stesso animale e terra. Ciò, però,comportava infezioni e morte per tetano.

Nella nostra realtà Tarantina venivano usati dei metodi tradizionali in passato per trattare le lesioni. Queste erano:

  • l’uso del pesce sciorge;
  • l’uso del sapone di marsiglia.

Dall’odore a dir poco nauseabondo l’olio di pesce sciorge si presentava in due versioni: uno dall’aspetto giallognolo utilizzato per sanare le ferite, l’altro, detto “olio bianco”, veniva assunto per via orale per alleviare il bruciore di stomaco e (c’è chi addirittura sostiene) per guarire le ulcere insieme alle cosiddette “cozze patedde” (o patelle).

L’olio, sembra che sia estratto dalla prolungata ebollizione del fegato del pesce e lo si trova ancora in città vecchia Facendo delle ricerche si è scoperto che l’olio prodotto dal fegato di pesce (merluzzo, squalo, razza) è ricco di acido gadoleico. Fu scoperto per prima nell’olio di fegato di merluzzo nel lontanissimo 1906. Questo acido è un grasso monoinsaturo che lo si può trovare negli oli vegetali come quello ricavato dai semi di senape e dall’olio di colza, ma lo si trova anche in diversi altri alimenti come nell’olio di pesce aringa (in quantità maggiori rispetto agli altri) ,nell’olio prodotto dalla sardina e dal salmone Questi grassi, tra le altre funzioni, sostituiscono il colesterolo LDL (ritenuto pericoloso) incrementando quello HDL (ritenuto non pericoloso per l’organismo), allontanando i pericoli di infarto e quelli legati alla circolazione Sulla pelle,inoltre, l’olio ha una funzione ricostituente perché favorisce la moltiplicazione cellulare e di conseguenza la guarigione delle ferite.

Il sapone di marsiglia, invece, ha molti benefici sulla pelle e sui capelli.

Lo scopo del sapone di marsiglia è quello di evitare la formazione di lesioni da decubito. Le nostre nonne preparavano un composto per evitare tale lesioni.

Tale composto era formato da:

  • mezzo sapone di marsiglia;
  • mezzo litro di acqua;
  • mezzo litro di alcool.

Occorreva tagliare il sapone, introdurlo nella pentola, aggiungere dell’acqua e lasciarla riscaldare piano piano fino a quando il sapone si sarà sciolto Successivamente quando il preparato si sarà raffreddato occorrerà aggiungere dell’alcoolIl sapone di marsiglia, se è puro al 100%, è particolarmente indicato per l’igiene personale, ed è consigliato da molti dermatologi, perché ha proprietà lenitive ed è considerato eudermico.

Nel corso degli ultimi anni sono stati innumerevoli i passi in avanti compiuti nel campo delle medicazioni per le lesioni. Attualmente vengono utilizzati nel trattamento delle lesioni le medicazioni avanzate. Tali medicazioni sono disponibili in diversi formati, con materiali diversi Sono formate da materiale di copertura con caratteristiche di biocompatibilità.

Bisogna sottolineare, inoltre, che la guarigione di una lesione è un processo estremamente delicato che può spesso essere ostacolato da diversi fattori. C’è la necessità, quindi, di condizioni ottimali per evitare qualsiasi tipo di peggioramento o rallentamento. Purtroppo, nonostante la diffusione della pratica basata sulle evidenze, permangono pratiche professionali svolte con incertezza, difformità e con carenza informativa, che crea una mancata prevenzione delle infezioni, che hanno un forte impatto sulla qualità di vita dei pazienti. A seguito del DM 739/94 infatti, l’infermiere diventa un professionista sanitario e come tale acquisisce l’onere della responsabilità giuridica del proprio operato,responsabilità che può essere di natura penale, civile e disciplinare.

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