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Parla Andrea Merlo (vice-presidente OPI Padova): “il Covid ha aiutato gli Infermieri e i Sanitari a penetrare nel tessuto sociale, ora non perdiamo di vista il nostro ruolo: assistere chi sta male”.

Continuiamo con le interviste ai personaggi affermati o emergenti della famiglia infermieristica italiana. Oggi presentiamo il punto di vista di Andrea Merlo, grande amico di AssoCareNews.it fin dalla sua nascita e attuale vice-presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Padova. A lui, come agli altri prima di lui, abbiamo posto sei domande sul futuro della professione. Vediamo cosa e come ci ha risposto.

Come vedi l’infermiere tra 10 anni?

Certamente l’evoluzione della nostra professione dovrà tener conto degli enormi cambiamenti della società in cui viviamo.

In questi ultimi mesi abbiamo e stiamo assistendo ad un cambiamento profondo delle nostre abitudini e nei nostri stili di vita. Questa pandemia ha messo al primo posto il bisogno di salute amplificando il ruolo di noi sanitari. E’ come se alla nostra professione sia stata data un’accelerata improvvisa e una spinta ad essere maggiormente presente nel tessuto sociale, rinsaldando quel legame e rapporto di fiducia con i nostri assistiti che negli ultimi anni si era assopito.

Penso pertanto che nel futuro la nostra professione sarà in grado di adattarsi modellandosi alle nuove e diverse richieste di salute.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

L’infermieristica di oggi è a mio avviso ai passi con i tempi odierni ed è in grado di dimostrarlo quotidianamente. In ospedale, nel territorio negli ambiti universitari nel management organizzativo e anche nella sperimentazione delle nuove tecnologie sanitarie, l’infermiere è presente a pieno titolo. Dobbiamo continuare ad aggiornarci e a far evolvere il nostro saper essere e il nostro saper fare. A mio avviso le grandi sfide da affrontare e rafforzare sono legate all’ambito dell’educazione sanitaria e ad un approccio attivo nei confronti dell’information technology nei processi di assistenza sanitaria.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

Penso che in questi anni tanto sia stato fatto per far capire la figura del “nuovo“ infermiere.

Sono certo che la maggior parte dei nostri assistiti sa benissimo chi siamo e apprezzano il
nostro ruolo.

In questa domanda la risposta è proprio nel “rapporto” tra professionista e assistito.
L’infermiere per me è un professionista che sceglie non solo un lavoro ma uno status sociale, aderendo a quei valori etici e deontologici che lo contraddistinguono anche come persona.

Penso sia difficile svolgere il ruolo di infermiere senza essere un infermiere.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Le società scientifiche sono le nostre officine di idee. Officine nelle quali l’infermiere è
chiamato a svolgere un ruolo molto importante. La produzione di conoscenza scientifica,
confezionata con metodi critici, capaci di auto correggersi e standard razionali di analisi.
Evidenze scientifiche che contribuiscono come mattoni a sostenere il nostro operato
quotidiano. Noi infermieri a volte li percepiamo laboratori distanti dalla nostra quotidianità,
ma sono convinto che lo start e la benzina della ricerca infermieristica, sia proprio nelle
nostre continue nuove idee, per affrontare al meglio le sfide professionali.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

La mancanza di risorse è da sempre un punto di debolezza ma anche un punto di forza. In
questi anni gli infermieri sono riusciti ad affrontare al meglio, inventandosi e adattandosi
anche alle varie mancanze. La formazione è la base solida del nostro agire e per questo deve essere progettata al meglio. Se le fondamenta sono solide la casa è solida e dura nel tempo, negli anni non ci resterà che arredarla e renderla sempre più bella e armoniosa. Al contrario se non si è riusciti a dare una struttura solida al professionista si dovrà sempre cercare di aggiustare le crepe e i cedimenti con continui rattoppi, nella speranza di evitare un crollo.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

Mi fa sorridere questa domanda perché è vero si pensava ad un infermiere di serie A (
ospedaliero ) e un infermiere di serie B ( territoriale e di RSA). Pensa che io ho scelto da 20 anni di essere un infermiere di serie B dedicandomi da sempre al territorio e al mondo delle RSA.

Se è mai esistita questa classificazione penso che oggi, non solo non abbia più senso, ma che si sia reso evidente come ospedale e territorio abbiano la necessità di essere ben collegati e in sinergia tra di loro.

L’infermiere di periferia purtroppo oggi esiste ed è a mio avviso l’infermiere sfruttato
economicamente e demansionato da realtà organizzative opache. Una ricetta è molto difficile da scrivere perché in gioco entrano innumerevoli fattori socio-economici di non facile soluzione. A questi colleghi dico solo di essere protagonisti attivi delle proprie scelte
professionali.

Voltaire diceva “Abitudine, consuetudine e tradizione sono più forti della verità. C’è bisogno di una nuova rivoluzione dello spirito, c’è bisogno di un nuovo entusiasmo, di distruggere il vecchio.

Grazie Andrea e buon lavoro!

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