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Cosimo Cicia, presidente dell’OPI di Salerno e membro della Comitato Centrale FNOPI è chiaro: “gli Infermieri di domani dovranno vedersi riconoscere nuovi stipendi, intramoenia, riforma della formazione e competenze acquisite da anni”.

Continuiamo con le interviste ai personaggi che rappresentano le istituzioni ordinistiche, le associazioni e le società scientifiche nel campo infermieristico. Questa volta abbiamo intervistato Cosimo Cicia, affezionato lettore di AssoCareNews.it, presidente dell’OPI di Salerno e membro del Comitato Centrale della Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche. A lui abbiamo posto 6 domande sul futuro della professione in Italia. Le sue risposte sono inequivocabili e chiare.

Come vedi l’infermiere tra 10 anni?

In realtà non dovrebbe essere necessario guardare così lontano: negli ultimi anni la professione infermieristica ha avuto un’evoluzione che mai anche solo 20 anni fa ci si sarebbe aspettata e ha raggiunto traguardi fino a poco tempo fa inimmaginabili. Certo, serve un cambio di cultura per alcuni – e non parlo solo dei professionisti coinvolti – perché non alzino muri inutili, vecchi e dannosi allo sviluppo non delle nostre professioni, ma di un nuovo modello di assistenza che ormai è necessario. La professione infermieristica in particolare deve avere il ruolo nuovo che tutto questo disegna e gli infermieri devono essere riconosciuti per ciò che sono davvero: la carta da giocare quando al cittadino non basta più essere curato, ma ha bisogno di chi si prende cura di lui. Il paziente nella sanità deve trovare cure, è vero, ma anche la risposta a tutti i suoi bisogni, modificati con l’aumento dell’età, della non autosufficienza, delle cronicità. Allora dobbiamo modificare il sistema, fare prossimità, andare vicino ai bisogni delle persone. E per farlo occorre valorizzare gli infermieri, che sono persone formate professionalmente per stare vicino a questi bisogni.

E dobbiamo guardare sì ai prossimi dieci anni, ma per immaginare il quadro epidemiologico che già si sta configurando e che vede una popolazione più longeva e più anziana, più fragile e con un aumento delle cronicità che renderà la professione infermieristica assolutamente indispensabile per un’assistenza efficace. Tutto questo va capito da subito e la nostra professione si sta organizzando. Ci saranno muri di consuetudini ormai antiche da abbattere, ma li abbatteremo come abbiamo fatto finora. L’infermiere, per la salute ma anche per il benessere sociale delle persone, è il professionista di domani, non c’è dubbio.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensi siano i punti essenziali da affrontare?

Oltre al cambio culturale necessario non solo in generale, ma anche all’interno della nostra professione perché sia bene compreso di che potenzialità e di che possibilità cliniche, manageriali e sociali sono capaci gli infermieri, abbiamo bisogno.

La FNOPI ha già messo nero su bianco i punti irrinunciabili per quanto riguarda l’aspetto professionale.
Ma è bene ribadirli in modo chiaro perché nel tempo non siano diluiti in richieste e proposte di altri e non diventino, ora l’uno, ora l’latro, la bandiera per altri tipi di rivendicazioni.

Nel futuro della sanità a fronte dei bisogni di salute della popolazione e in particolare della domanda di cura delle fasce più fragili, gli infermieri sono chiamati ad esercitare un ruolo sempre più incisivo, basato sulla sinergica collaborazione con i medici e gli altri professionisti sanitari, che riconosca le professionalità acquisite e capaci di contribuire ad innalzare la qualità della risposta assistenziale.

Eppure, ancora oggi il sistema è orientato ad una dimensione diagnostica e terapeutica nell’ambito delle acuzie, un rapporto infermiere medico tra i più bassi di Europa così come un rapporto infermiere cittadino.

  1. Un‘area contrattuale infermieristica che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità ormai evidenti di una categoria che rappresenta oltre il 41% delle forze del Servizio sanitario nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie.
    2. Una indennità infermieristica che, al pari di quella già riconosciuta per altre professioni sanitarie della dirigenza, sia parte del trattamento economico fondamentale, non una “una tantum” e riconosca e valorizzi sul piano economico le profonde differenze rispetto alle altre professioni, sempre esistite, ma rese evidenti proprio da COVID-19.
    3. Garanzie sull’adeguamento dei fondi contrattuali e possibilità di un loro utilizzo per un’indennità specifica e dignitosa per tutti i professionisti che assistono pazienti con un rischio infettivo.
    4. Garanzie di un adeguamento della normativa sul riconoscimento della malattia professionale in caso di infezione con o senza esiti temporanei o permanenti.
    5. Immediato adeguamento delle dotazioni organiche con l’aggiornamento altrettanto immediato della programmazione degli accessi universitari: gli infermieri non bastano, ne mancano 53mila ma gli Atenei puntano ogni anno al ribasso.
    6. Aggiornamento della normativa sull’accesso alla direzione delle aziende di servizi alla persona: siamo sul territorio, dove l’emergenza ha dimostrato che non è possibile prescindere da una competenza sanitaria di tipo assistenziale a garanzia degli ospiti. Come nelle RSA ad esempio dove da ieri si stanno destinando proprio infermieri, quelli del contingente dei 500 volontari scelti dalla Protezione civile, ma anche a domicilio con cronici, anziani, non autosufficienti e così via.
    7. E per questo – è la settima richiesta – dare anche agli infermieri pubblici – superando il vincolo di esclusività, un’intramoenia infermieristica già scritta anche in alcuni Ddl fermi in Parlamento che gli consenta di prestare attività professionale a favore di strutture sociosanitarie (RSA, case di riposo, strutture residenziali, riabilitative…), per far fronte alla gravissima carenza di personale infermieristico di queste strutture. Applicando anche nel caso la legge 1 del 2002) di 18 anni fa quindi) che prevedeva prestazioni aggiuntive e possibilità che altro non sono se non il richiamo in servizio di pensionati e contratti a tempo
    determinato utilizzati una tantum (ma indispensabili a quanto pare) per COVID- 19.
    8. Tutte le novità chieste per il servizio pubblico dovranno servire anche per accreditare e autorizzare le strutture private dove dovranno essere inserite e previste a questo scopo.

A tutto questo si aggiungono tasselli essenziali come le specializzazioni, l’infungibilità, il riconoscimento della professione infermieristica in assoluto come professione intellettuale e non tecnica, come molti vorrebbero ancora definirla.

A tuo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

Per quanto riguarda la professione infermieristica direi che non è socialmente sottostimata dai pazienti, assolutamente consapevoli e coscienti del ruolo dell’infermiere rispetto alla soddisfazione dei loro bisogni di salute. I sondaggi e le ricerche lo dimostrano. La crescita di stima e del rapporto con i cittadini è semmai forzata e forzosa da parte di altre categorie professionali che sembrano temere, senza alcun fondamento reale o logico, una crescita della professione, attribuendo a questa improbabili e fantascientifiche invasioni di campo di altre sfere di attività, che non sono nemmeno immaginate dai nostri colleghi.

Dietro questo muro di paura e preoccupazione, si cerca anche di nascondere quella che, con le maggiori competenze degli infermieri, è la normale evoluzione dell’infermieristica e del modello di assistenza legato sempre di più a situazioni di non autosufficienza e/o cronicità. Normale evoluzione perché al di fuori dei confini nazionali tutto questo è una realtà già consolidata, così come lo è in numerosissime Regioni cosiddette virtuose e come, ancora, le stesse Regioni hanno chiesto più volte che sia codificato varando quegli atti di indirizzo che uniformerebbero la materia rendendola coerente e cogente in tutto il Paese.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Le società scientifiche sono il futuro non solo della ricerca e l’espressione delle specializzazioni cui accennavo prima, ma lo strumento di sviluppo di tutta la materia essenziale e importantissima delle linee guida e delle buone pratiche che non solo servono a migliorare la professionalità degli infermieri, ma dalla legge 24/2017 in poi rappresentano il vero baluardo per difendere le scelte professionali.

Si tratta di un ruolo e di un’immagine ben chiara alla Federazione nel momento stesso in cui ha formalizzato la costituzione di una Consulta delle associazioni e società scientifiche infermieristiche che è già da tempo al lavoro per l’applicazione della legge 24 e collabora con gli Osservatori FNOPI: quello su formazione e ricerca che si occupa delle specializzazioni infermieristiche con la revisione dei percorsi formativi e dell’infungibilità dell’infermiere, comparando le diverse realtà europee, in stretto contatto anche con la Consulta della formazione e quello su esercizio e responsabilità, che si occupa degli standard assistenziali, dell’operatività in altri contesti rispetto a quelli usuali, del ruolo del coordinamento come meccanismo operativo da approfondire rispetto alla gestione dei processi e delle eventuali modifiche del quadro normativo per la realizzazione degli obiettivi e dei target individuati. Oltre a monitorare lo sviluppo delle responsabilità professionali.

Il ruolo delle società scientifiche quindi è quello di tracciare la strada su cui la professione cresce. E per questo devono essere proattive, devono “darsi da fare”, devono analizzare, cercare, ricercare ed elaborare proposte, linee guida, indicazioni e modelli. Sono quelle che dovrebbero disegnare la base su cui fa crescere – clinicamente – la professione.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputi che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

Norme come il Patto per la salute o il decreto Rilancio sono una prima ‘mattonella ‘ del sistema. Ora serve un grande ‘patto sociale’: è questa la sfida che devono raccogliere tutti, non solo i professionisti, anche le imprese – che devono invetore -, le università e il terzo settore. Per tutto questo la formazione è decisiva, sia nell’Università che ECM.

E’ evidente che senza formazione non c’è crescita professionale ed è altrettanto evidente, ma onestamente non solo per l’infermieristica, che per garantirla a certi livelli occorrono investimenti anche di una certa rilevanza economica.
Con la pandemia alcuni gruppi privati hanno ritenuto fosse il caso, come “premio”
per l’impegno dimostrato e per la professionalità degli infermieri, di investire proprio nella formazione, finalizzandola anche a quei settori in cui questa ha manifestato i maggiori bisogni.
Direi che un maggior intervento pubblico è auspicabile e lo è altrettanto un maggiore investimento privato perché la formazione non è un “optional” per i professionisti, ma rappresenta la base su cui questi possono far evolvere l’assistenza che erogano.

Senza formazione manca un tassello fondamentale della professione, tanto che ad esempio ai crediti ECM è legata la sua possibilità di svolgimento, ma direi che soprattutto senza una formazione adeguata e all’altezza dei tempi e dei bisogni dei cittadini si rischia di ridurre la capacità di intervento del professionista (e non parlo solo di infermieri) e si rende questo frustrato rispetto a situazioni in cui sa di poter intervenire, ma non è, appunto, “formato” per farlo adeguatamente.

Quelle infermieristiche sono scienze complesse, che indagano fenomeni biofisiologici, psicosociali, e anche spirituali – in termini di comprensione dell’esperienza umana – per migliorare l’assistenza e quindi la salute. Si
apprendono attraverso un percorso articolato che va dalla laurea triennale ai dottorati di ricerca e impiegano una varietà di approcci orientandosi alla persona piuttosto che alla malattia. Le scienze infermieristiche sono differenti ma sullo stesso piano delle altre scienze della salute. Forniscono un contributo sempre più necessario all’evoluzione delle conoscenze e al miglioramento della pratica in tutti i contesti di cura. La produttività scientifica degli infermieri italiani è in forte aumento. Questo sottolinea una crescita e maturazione del settore scientifico-disciplinare delle scienze infermieristiche, che potrebbe portare un ulteriore contributo alla società incrementando il numero degli infermieri docenti e ricercatori nel nostro Paese.

La formazione continua e le esperienze di ogni giorno, in ogni contesto socio sanitario rendono l’infermiere sempre più preparato e pronto per affrontare le quotidiane sfide di una sanità in rapida evoluzione, che richiede un costante aggiornamento professionale, ma anche la giusta dose di empatia e doti relazionali, di qualità umane e professionali e una capacità di comprendere i fenomeni di salute sempre più articolata.

Per questo non far crescere la formazione significa non far crescere l’assistenza.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

Credo che ormai, dopo la brutta esperienza della pandemia, “periferie” professionali non possano essere create ancora, non possano esistere, non possano neppure essere immaginate. L’esigenza non solo dello sviluppo del territorio, ma anche della stretta sinergia tra questo e l’ospedale sono emerse in modo prepotente alla ribalta dei nuovi modelli di servizi sanitari.

L’esempio più evidente è proprio l’affermazione dell’infermiere di famiglia/comunità che rappresenta una specializzazione della nostra professione e la volontà di avere una presenza attiva che sia in grado di tutelare tutte le esigenze dell’assistito.

Ed è questa la figura che già a suo tempo FNOPI ha proposto per poter colmare quelle le “periferie” non solo della professione, ma anche dell’assistenza.

E ha anche offerto il suo contributo attivo nella predisposizione della legge quadro sull’autonomia differenziata che farà da base e da bussola alla richiesta giunta ormai da molte Regioni.

In realtà il territorio è più complesso di quanto appare a un primo sguardo e per questo sono stati scelti proprio gli infermieri per poter articolare l’assistenza anche nelle situazioni di maggior bisogno e più dimenticate.

Ad esempio nelle “aree interne”. si tratta della cura di oltre un terzo del territorio italiano (le zone montane coprono il 35,2% e le isole l’1% della Penisola) e gli infermieri di famiglia e comunità sul territorio sono essenziali per una maggiore attenzione – sociale e di cura – e sostegno in quelle zone che oggi spesso vengono spopolate perché prive proprio di supporti sociali e più in generale di servizi pubblici. E’ importante garantire universalità, solidarietà ed equità nell’assistenza e la ricetta per farlo è proprio quella che si sta mettendo in pista: infermieri in ospedale perché l’aumento della complessità dell’assistenza e dei letti ad esempio in terapia intensiva e sub-intensiva ne richiede almeno 17mila in più; infermieri sul territorio, perché non sino più “periferie” né professionali, né assistenziali, ma le persone devono essere assistite tutte allo stesso modo e da professionisti con le stesse capacità e, ovviamente, con lo stesso riconoscimento professionale.

Grazie presidente e buon lavoro.

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