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Stefania Pace, presidente OPI Brescia, parla a tutto tondo dell’infermieristica: il domani parte da alcuni nodi cruciali di oggi.

Come vede l’infermiere tra 10 anni?

Confidiamo che tra dieci anni gli infermieri possano giovare dei risultati di questa stagione di impegno di politica professionale, sia a livello nazionale sia a livello regionale, attraverso il confronto, i progetti e le sperimentazioni nell’organizzazione assistenziale dei sistemi sanitari regionali.

La strada intrapresa è quella che porta ad un infermiere esperto e specialistica, con una solida e innovata formazione universitaria e con una collocazione organizzativa rispettosa della competenze e della responsabilità che l’assistenza infermieristica impone. Certamente auspico un infermiere impegnato nella ricerca e nel mondo accademico, ma la questione cruciale per l’infermiere tra 10 anni è quella contrattuale di oggi. Se non si riconosce la competenza e la responsabilità nei contratti collettivi nazionali del lavoro oggi, sarà più complicato attendersi un successo tra dieci anni degli ingenti sforzi, anche normativi e organizzativi, messi in campo oggi. La gratitudine sociale e il riconoscimento delle istituzioni è importante e gradito ma non basta.

L’infermiere di domani passa inevitabilmente dall’infermieristica di oggi. Quali pensa siano i punti essenziali da affrontare?

L’infermieristica contemporanea affronta nodi critici che si porta dietro da tempo: clinica, dirigenza, università. Sono a mio avviso i tre punti essenziali da affrontare e sviluppare:

  • una clinica infermieristica basata su evidenze scientifiche e su competenze esperte e specialistiche riconosciute, tracciabili e valorizzate nelle aziende;
  • le posizioni dirigenziali all’interno delle articolazioni delle aziende sanitarie e sociosanitarie del territorio, la carenza o addirittura l’assenza di queste posizioni organizzative e di questi professionisti ha pesato molto sull’efficacia e sull’efficienza dell’assistenza infermieristica in ospedale e nel territorio;
  • l’università: sul settore scientifico disciplinare è necessaria una profonda riflessione, che va dall’articolazione degli studi e delle loro annualità, all’offerta formativa post-laurea e, in conclusione ma solo per sintesi, alla ricerca infermieristica e alla carriera accademica. Servono professori di Scienze Infermieristiche in Università, senza se e senza ma. Mi si permetta un breve accenno alla laurea magistrale: è urgente riflettere quale competenza e formazione lo scenario clinico, epidemiologico e organizzativo richieda all’infermiere laureato magistrale. Oggi, per esempio, sulle competenze avanzate in clinica e nell’organizzazione non bisogna lesinare e la pandemia lo ha chiaramente mostrato.

A suo avviso come si potrebbe migliorare il rapporto tra immagine infermieristica e cittadinanza?

In realtà io sono personalmente convinta che la relazione tra infermieri e cittadini sia in una nuova fase di riconoscimento e di valorizzazione, tuttavia gli ordini infermieristici debbono esercitare un ruolo fondamentale nel veicolare l’empatia collettiva per l’infermiere, da un fenomeno emotivo sull’onda dell’epidemia da Covid-19 ad un profilo di competenza e professionalità documentata e visibile.

Insistere sull’afflizione per quanto avvenuto come chiave di valorizzazione dell’immagine infermieristica è a mio avviso un errore. Gli infermieri fanno quello che fanno perché sono professionisti seri, competenti e preparati, questo è quello che i cittadini e le istituzioni debbono comprendere. La comunicazione istituzionale diventa in questo senso importantissima, non giacché perché autorevole, ma perché capace di farsi capire dai cittadini e da interlocutori istituzionali che non sono sanitari.

Infermieri protagonisti in corsia ma non soltanto: quale sarà il ruolo delle società scientifiche nello sviluppo dell’infermieristica?

Le società scientifiche hanno certamente un ruolo importante per lo sviluppo dell’infermieristica e auspico il meglio possibile per il loro sviluppo.

Certamente la storia delle società scientifiche in medicina, ma non solo, non è sempre stata fluida e chiarissima, qualche volta le conflittualità non hanno giovato allo sviluppo scientifico. Per questo ritengo che bisogna collaborare e promuovere partnership nella ricerca scientifica e accademica, altrimenti il rischio che le società scientifiche si configurino come un mero esercizio di intenti è dietro l’angolo.

La formazione infermieristica soffre di mancanza di risorse. Quanto reputa che questo influisca sulla professione e sui professionisti?

La carenza di risorse o, peggio, la mancata assegnazione di risorse alla formazione infermieristica influisce negativamente, senza dubbi alcuni. C’è da chiedersi come questo sia stato e sia possibile ancora oggi.

Una riflessione sulla formazione infermieristica in università, come precedentemente segnalavo, e il ripensamento del sistema di Educazione Continua in Medicina sono una occasione necessaria per definire la proporzionalità di impegno di risorse per la formazione degli infermieri. Sottolineo: senza infermieri non c’è servizio sanitario nazionale. Non è uno slogan, è una indiscutibile realtà.

Alcune gestioni sembrano prediligere gli infermieri delle grandi realtà ospedaliere cittadine: quale ricetta per impedire che ci siano periferie nella professione?

Non sono dell’idea che ci siano periferie per la professione infermieristica, anche se capisco il senso della domanda. I bisogni dei cittadini e l’epidemiologia delle malattie cronico-degenerative parla chiaro: le persone fragili e soggette a cronicità sono quelle che più hanno bisogno di assistenza infermieristica. Sempre più in famiglia e nelle proprie case: in questo senso la previsione dell’infermiere di famiglia nel SSN nel Decreto Rilancio e nel SSR lombardo nella DGR 3370 sono l’esito di tanto impegno e costanza. Certamente, ripeto, hanno e avranno un ruolo cruciale gli esiti della stagione contrattuale in corso, gli infermieri non possono attendere all’infinito. Le avvisaglie ci sono, chi deve impegnarsi per concertare lo faccia adesso. Cos’altro si deve attendere?

Ringraziamo Stefania Pace, presidente OPI Brescia.