pronazione
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La pronazione come tecnica “salvavita” nella pandemia COVID-19. Indagine sui carichi di lavoro degli infermieri delle Aree Covid. È veramente così difficile?

Tesi di laurea in infermieristica interessante che confronta la tecnica della pronazione al carico di lavoro che ne deriva agli infermieri.

Discussa dalla neo collega Gaia Tralci, ha riscosso un notevole interesse da parte della commissione. A guidarla la relatrice prof. Lucia Gigli ed il correlatore dott. Yari Baldacci.

Background.

Dallo scorso dicembre il mondo si è trovato ad affrontare la prima pandemia del ventunesimo secolo causata dalla diffusione di un nuovo virus, SARS-CoV-2 che causa una malattia respiratoria chiamata Covid-19.

Il virus si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, ha portato ad un alto tasso di mortalità ed è diventato una grande sfida per il personale sanitario sviluppando così un massiccio bisogno di infermieri che riescano a lavorare con le misure di prevenzione, continuando a mantenere livelli elevati di assistenza richiesti.

Questa malattia si aggrava solitamente nei pazienti a rischio e causa edema polmonare, insufficienza multiorgano e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), la prevalenza di ARDS tra i pazienti COVID-19 è stata segnalata fino al 17%, in circa il 20% dei pazienti, i sintomi gravi si verificano dopo un periodo medio di incubazione di 5-6 giorni richiedendo così un’assistenza intensiva.

Trattamenti e tecniche sperimentate contro il Covid19.

Nel corso di questi mesi sono stati diversi i trattamenti usati per la gestione della patologia, alcuni che si sono rivelati favorevoli, altri del tutto infondati ma che hanno portato all’uso più o meno standardizzato di: supporto della funzionalità respiratoria con ossigeno terapia associata a ventilazione meccanica (invasiva tramite intubazione oro-tracheale o non invasiva NIV), terapia medica con antivirali e anticorpi ed infine la pronazione.

È proprio la procedura di pronazione che andremo a studiare nel nostro elaborato in quanto è stato uno dei primi trattamenti applicati sui pazienti Covid che ha dimostrato efficacia nel miglioramento della funzionalità respiratoria, avvantaggiando anche i pazienti presentanti ARDS (procedura inoltre prescritta anche per i pazienti non sottoposti a ventilazione meccanica) e diminuendo la mortalità.

Tuttavia, nel contesto attuale di epidemia, il posizionamento prono su base quotidiana a tutti i pazienti richiede tempo, quindi associando la grande mole di pazienti, la mancanza del personale sanitario e l’uso costante dei DPI il carico di lavoro che si riversa sugli infermieri diventa enorme.

La procedura di pronazione è effettuata dagli infermieri con il supporto medico per il controllo delle vie aeree durante la movimentazione del paziente, quindi è loro responsabilità il giusto posizionamento del paziente, il controllo delle funzioni vitali, la messa in sicurezza dei vari devices, la prevenzione dell’insorgenza di lesioni cutanee e il comfort del paziente.

Questo studio si propone di indagare il carico di lavoro, le conoscenze e le percezioni degli infermieri delle aree Covid (sia di area critica che di degenza ordinaria) sulla procedura di pronazione e le difficoltà ad essa correlate, di apprendere e riportare, grazie alla ricerca in letteratura, le informazioni principali legate alla pronazione in correlazione alla pandemia di Covid-19 ed infine di proporre possibili soluzioni ai problemi eventualmente riscontrati tramite la presente indagine esplorativa.

Metodi di indagine.

Abbiamo inizialmente effettuato una ricerca in letteratura sulle maggiori banche dati mediche (PUBMED ed EMBASE) di articoli riguardanti la “procedura di pronazione” sui pazienti CoViD19 in modo da essere consapevoli se la procedura veniva attuata o meno all’interno dei reparti. Successivamente abbiamo creato un questionario (riferito solo agli infermieri delle aree CoViD19 in cui si effettua la pronazione) con Google Moduli composto da 27 domande che abbiamo diffuso tramite i canali social. Hanno risposto complessivamente 50 infermieri.

Risultati.

Il campione intervistato dichiara di lavorare maggiormente (96%) in Terapia Intensiva dove, al momento viene svolta la maggior parte delle procedure di pronazione su paziente solitamente intubato, sedato e curarizzato.

Nonostante si tratti di personale mediamente esperto, una grande percentuale (92%) dichiara di aver appreso la tecnica di pronazione da colleghi più esperti, senza ricevere una formazione specifica che secondo gli intervistati sarebbe necessaria per effettuare questo tipo di procedura.

La quasi totalità del campione (85%) concorda nel fatto che la pronazione è una procedura complessa che ha bisogno di almeno 5 operatori che però non sempre sono disponibili per eseguirla (infatti si ha un aumento dell’impiego di 4 operatori per effettuare la pronazione che espone però il paziente ad un rischio maggiore di incidenti).

Rispetto alle fasi del processo di pronazione risulta presente una omogeneità di lavoro in linea con le linee guida che porta ad un tempo medio di 15-30 minuti per effettuare la procedura con l’impiego in genere di 5 operatori (2 ad ogni lato del letto ed 1 alla testa). Gli infermieri, nonostante la mancanza di formazione specifica, ritengono che la procedura svolta sia corretta e gli incidenti occorsi (per lo più distacco del circuito del ventilatore) siano dovuti a disattenzione e presenza dei DPI che limitano la comunicazione e la visibilità.

Durante la pronazione è sempre presente un medico che risulta essere parte imprescindibile per la riuscita della procedura ed infine al confronto tra la difficoltà di gestione e messa in atto della pronazione, il paziente CoVid19 risulta essere più complesso rispetto ad uno “non CoVid19”.

Commento.

Quindi rispetto alla ricerca in letteratura ed ai dati acquisiti dal questionario possiamo concludere che la pronazione deve essere effettuata con 5 operatori per una maggiore sicurezza, sarebbe necessaria una formazione specifica per il personale sanitario (organizzata dall’azienda o tramite corsi/convegni riconosciuti in ECM) e la creazione di un protocollo scritto e consultabile all’interno dell’Unità Operativa per evitare errori e prevenire incidenti derivanti soprattutto dal sapere esperenziale. Inoltre sarebbe consigliabile l’incremento del personale sanitario per assicurare elevati livelli di assistenza ed infine viene suggerito, dagli stessi infermieri intervistati, l’uso di DPI adeguati alla persona per limitare ulteriormente i disagi.

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