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Andrea, Infermiere affetto da Covid-19: “Sono stato messo in quarantena retroattiva e costretto a lavorare anche se positivo al Coronavirus. Con rammarico vi dico che lascerò questa professione, anche se la amo a non finire; se fossi più giovane andrei all’estero”.

Gent.mi colleghi di AssoCareNews.it,

mi chiamo Andrea (nome fittizio) e sono un infermiere che lavora in una struttura privata per anziani. Leggo sempre i vostri articoli e rimango spesso amareggiato. Vi racconto quello che mi è successo a novembre quando mi sono ammalato di Covid-19.

Sapendo che nella struttura si erano manifestati casi di positività tra ospiti e operatori quando ho manifestato i primi sintomi ho informato il mio medico e la struttura e mi sono isolato.

Mi è stato richiesto di rientrare al lavoro non appena mi fosse passata la febbre, ma nel frattempo si erano presentati una serie di altri spiacevoli sintomi.

Quindi ho chiesto di poter fare un tampone prima di rientrare.
La risposta è stata che non era necessario.

Quindi ho chiesto che mi venisse fornita un’autorizzazione scritta che mi deresponsabilizzasse nel rientroal lavoro nonostante il parere contrario del mio medico curante.

A 11 giorni dall’insorgenza dei sintomi mi è stato fatto un tampone che a 13 giorni dagli stessi è risultato positivo.

Non vivo solo, anzi con un insegnante che opera in presenza!

La quarantena è giunta per entrambi, notate bene retroattiva, 17 giorni dall’esordio dei sintomi.

Ora sono in quarantena che si concluderà il 25/11/20, sono ancora sintomatico e non ho più eseguito un tampone!

Sto seriamente pensando di lasciare una professione che amo… se fossi più giovane andrei all’estero.

Con amarezza.

Andrea, un dottore infermiere dal Friuli Venezia Giulia
Iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Gorizia

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