Infermieri della Rianimazione: non siamo super-fighetti, ma seri professionisti!

Infermieri della Rianimazione: non siamo super-fighetti, ma seri professionisti!

Troppi sfottò per chi tutti i giorni opera con tanta pazienza, professionalistà e dedizione al lavora. 

Mi sono ritrovata spesso a chiacchierare con colleghi Infermieri che lavorano in altri reparti e mi sono trovata spesso anche a discutere su cosa si fa e non si fa in una Rianimazione. Sono reparti, quelli di area critica, estremamente blindati dove quello che fa l’infermiere è difficile da capire perchè non visibile a tutti. Ci guardano gli altri, quando camminiamo con la nostra divisa verde, dal marcatempo al nostro reparto, ci guardano e pensano “Eccoli, arrivano i paramedici”.

Eppure, quando indosso la mia divisa, mi sento cucite sulla pelle le stesse responsabilità di quando ero in un reparto di Medicina. Hai in carico due pazienti, alle volte tre. E di quei pazienti sai tutto, conosci ogni minima informazione. Conosci i parenti, le loro paure, il loro vissuto.

Ti raccontano le loro storie, conosci il peso delle loro lacrime.

E mentre stai parlando con i parenti, suona il telefono. Dall’altra parte, un medico ti dice che sta arrivando in Pronto soccorso un paziente, un politrauma, giovane, caduto con la moto. “Giovane”. La tua testa inizia a pensare a quanti anni ha.

Prepari la postazione, fai il check del ventilatore. Fai mente locale su quello che potrebbe servirti. Liquidi, tanti… deflussori, siringhe, aghi di ogni tipo. Dopo un po’, arriva. “E’ davvero giovane…!”.

Ti guardi intorno e di “divise verdi” ce ne sono davvero tante. Ognuno ha un compito, ognuno sa cosa deve fare. Veloci ma calmi, il medico dirige l’orchestra e, leggiadri, gli infermieri si muovono come una catena di montaggio per far funzionare tutto. Si monitorizza il paziente e si ripete l’ABCDE, quelle lettere che sembrano quasi una filastrocca ma che ti guidano nel non farti sfuggire neanche un passaggio. I parametri vitali non sono stabili, bisogna intubare. Il respiro si ferma, ci si riprepara. Un’altra procedura, altro materiale, altra divisione dei compiti. “Non vedo niente, prendiamo il videolaringo e prepariamoci per una intubazione difficile!”.

Il tempo scorre, veloce, ma tu non te ne accorgi. Finalmente il paziente è collegato ad un ventilatore, in modalità controllata. Almeno un parametro dovrebbe stabilizzarsi. Ha delle fratture esposte: per sistemarlo si prende la scoop e serve l’aiuto di altri 3 colleghi. Uno alla testa, per la stabilizzazione cervicale, due per girarlo e per tenere in asse il bacino. L’ultimo alla scoop, per sollevarlo e visualizzare l’intero soma e spostarlo sul letto che lo accoglierà per molto, molto tempo.

Quando il paziente è ormai sistemato da ogni punto di vista, l’unica cosa da fare è far entrare i parenti. Il tempo passato in sala d’aspetto, proprio di fronte alla porta scorrevole del reparto, risulta essere lento, ansioso, sembra passare un’eternità, eppure è passata un’ora. Nessuno dei parenti vede muoversi niente, nessuno vede cosa sta succedendo all’interno. Tutte le energie sono adibite al paziente e a null’altro.

Si dice sempre che gli infermieri della rianimazione sono pieni di sé, sicuri, si sentono come divinità scese in terra. Io vedo solo occhi pieni di attenzione, energie volte solo e unicamente al bene del paziente. In ogni professione che si chiami tale c’è sempre “il professore” di turno, c’è sempre la persona che si sente superiore agli altri. Ed in ogni reparto ti trovi di fronte a professionisti di questo tipo. Ma, allo stesso tempo, questi professionisti si ridimensionano quando il pendolo della vita oscilla tra la vita e la morte.

Se solo ogni infermiere cercasse di salvaguardare la nostra professione con lo stesso vigore con cui riusciamo a denigrarla, forse anche dall’esterno le persone potrebbero iniziare a credere negli Infermieri.

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