Premio Gemma Castorina: Infermieri che fanno ricerca meritano riconoscimenti!
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La ricerca sociale può aiutarci a capire le nostre organizzazioni. Possiamo diventare etnografi delle Professioni Infermieristiche e delle altre Professioni Sanitarie.

Osservare e descrivere le cose più ovvie e quotidiane, gli atteggiamenti e i comportamenti della vita quotidiana a cui non si presta particolare attenzione e non si attribuisce significato, questo il compito e il terreno di ricerca dell’etnografo delle professioni. Ogni luogo può essere studiato, e il contesto professionale diviene fonte e stimolo di ricerche approfondite e più che mai legate alla realtà operativa per cercare di capire i professionisti: chi ha la marcia in più, o anche chi ha rotto la frizione e non riesce più a cambiare marcia.

Studiare gli errori per farli divenire risorse da sfruttare nell’ambito della formazione, astenersi dal giudizio e capire il perché degli eventi, capire il perché le persone si comportano in quel modo, questi sono gli obiettivi che ci si dovrebbe porre quando si ha a che fare con dei professionisti e ci si occupa della loro formazione.

La riflessione sul proprio operato e sui risultati, siano essi positivi o negativi, deve divenire una base del moderno concetto di fare formazione al e sul lavoro, perché solo riflettendo consapevolmente e criticamente sulle proprie azioni si può crescere e migliorare.

La medicina, come pure altre scienze, si reinventa sempre, la tecnologia compie passi da gigante in molti campi ed aiuta l’operato del singolo o dell’equipe di lavoro. Ma senza comprensione resta una macchina che da sola non funziona.

L’etnografo cerca quindi di capire le ipotetiche cause di un fenomeno o di un fatto professionale ricercando significati condivisi e comuni fra le persone con cui sta “vivendo” la sua ricerca, perché è a stretto contatto con loro, osserva, parla, interagisce, entra nel mondo che sta indagando, solo dall’interno può capire e dare senso al vissuto dei suoi “indigeni”.

L’etnografia è la possibilità effettiva di mettersi in discussione, rispetto ai propri punti di vista, aspettative, ecc. Gli obiettivi della ricerca si raggiungono attraverso una capacità di ascoltare, una posizione di apprendimento che si basa sul rispetto profondo verso i soggetti coinvolti, che vengono considerati come collaboratori ed esperti.”

Geertz (1973), per designare lo scopo dell’etnografia, usa il termine “descrizione densa”, presa in prestito dal filosofo Gilbert Ryle. Secondo l’autore, la cultura, come un sistema simboli costruiti, “non è un potere, qualcosa a cui può essere attribuita la causa di sociali, dei comportamenti, delle istituzioni o dei processi: è un contesto, qualcosa dentro quale i simboli possono essere intelligibilmente – o densamente – descritti”. L’etnografo si trova, così, di fronte a differenti forme di interpretazione della comprensione del senso comune, a significati differenti attribuiti dai partecipanti alle esperienze e ai propri vissuti, e cerca di mostrare questi significati multipli al lettore.

L’etnografia è un metodo di ricerca sviluppato dagli antropologi per studiare la cultura e la società. Etimologicamente etnografia significa “descrizione culturale”.

“Per gli antropologi, il termine ha due significati: indica tanto l’insieme di tecniche da loro usate per raccogliere dati rispetto ai valori, le abitudini, le credenze, le pratiche e i comportamenti di un gruppo sociale; che inoltre l’elaborato scritto risultante dall’utilizzo di queste tecniche” (Andrè, 2000).

Ziglio ha elaborato una propria “Teoria della Professionalità” dove individua 4 elementi cardine della professionalità, e le ali di una farfalla, ne rappresentano le dimensioni:

Legenda:
K-H = Saperi Professionali
R. C. = Registri Comunicativi
C. R. = Consapevolezza del Ruolo
C. P. = Carattere della persona che esercita una professione

  • Know-how ovvero i saperi tecnico professionali, le competenze tecniche che permettono di svolgere appieno il proprio lavoro, quelle su cui la formazione investe e cerca di auto-perpetuarsi: competenze, competenze valutabili e apprezzabili, concrete, operative, pratiche.
  • Registri comunicativi ovvero comunicare, che è divenuto negli ultimi anni un’appendice del know-hov, come competenza fondamentale da apprendere e da insegnare in corsi di formazione, dove si apprendono le tecniche della comunicazione. Conoscere perfettamente una tecnica dialitica ma non saper comunicare all’utente come la si effettuerà diventa una mezza terapia: se non si entra in sintonia la persona non seguirà le indicazioni date e durante la seduta dialitica si manifesteranno certamente complicanze. Ma, ancora, la comunicazione è importante e fondamentale nel rapporto con colleghi e superiori e va intesa come capacità di lettura di quello che accade intorno a noi.
  • Consapevolezza del ruolo ovvero capire e prevenire i disastri professionali. Bion, studioso del “disagio professionale” e dello stress da lavoro, afferma che in ogni ambiente di lavoro vengono prodotte sostanze tossiche determinate in parte dall’organizzazione del lavoro, dalle dinamiche personali dovute al carattere della persona, dalle dinamiche interpersonali dovute alle relazioni fra colleghi e tra livelli gerarchici. Spesso si sente parlare in ogni posto di lavoro di invidie, gelosie, arrivismi, ipocrisie, ripicche, competizioni. Come il virus dell’HIV infetta le persone senza provocare subito la malattia, così le sostanze tossiche infettano le persone e la malattia si scopre quando la situazione è talmente degenerata che spesso sfocia in situazioni irreparabili. Il punto cruciale sta nel capire come la formazione possa intervenire, senza cadere nelle facili banalizzazioni e semplificazioni di cui spesso è vittima, perché non si conoscono realmente i bisogni e le aspettative delle persone che si andranno a formare.

Per difendersi dalle sostanze tossiche Bion individua delle vie di fuga, come strategie di difesa per i problemi connessi alla professione e identifica:

  1. la dipendenza o delega, dove si fa il minimo richiesto e si lascia al capo che è più pagato qualsiasi altra cosa;
  2. il capro espiatorio, dove si scaricano su un nemico o su una situazione tutte le colpe;
  3. la coppia o clan, dove qualcuno pensa sempre di essere il solo bravo, o dove si costituisce un sottogruppo all’interno del gruppo;
  4. l’attesa del messia, dove si aspetta che arrivi un nuovo capo, e nel frattempo non si tocca nulla, allora le cose andranno meglio, per poi dire che la situazione precedente era migliore.
  • Carattere ovvero ogni professionista è prima di tutto una persona, o ancora è una persona che esercita una professione. Il carattere fa parte della persona e sul posto di lavoro non si può cambiare da quello che si è. Le nostre convinzioni possono alterare le nostre prestazioni professionali facendoci perdere di vista il focus del nostro lavoro e del nostro ruolo istituzionale. Anche qui, la formazione deve giocare un ruolo fondamentale nel far comprendere alle persone quanto incida e influenzi la propria prestazione lavorativa una qualità caratteriale, ma troppo spesso, queste tematiche sono assenti, perché prima di tutto occorre parlare di budget, di risorse materiali e di tagli alla spesa.

La formazione, o meglio gli interventi formativi proposti, spesso sono attenti solo al Know-how, ossia alle competenze tecniche, che sono si fondamentali per svolgere una mansione, ma non sono tutto. La competenza tecnica è misurabile, o sai fare una cosa oppure no, specie nei reparti di emergenza dove l’utilizzo di apparecchi tecnologici è fondamentale perché salvano la vita delle persone, è molto semplice insegnare la rianimazione cardio-polmonare secondo le Linee Guida dell’IRC e seguire i passi dell’A-B-C dove sai esattamente cosa fare, ma ben altra cosa è affrontare la sofferenza umana e il dolore, specie nei contesti di Pronto Soccorso, dove tutto acquista importanza e il tempo è fondamentale, gli operatori si sentono impreparati ad affrontare le relazioni soprattutto quando devono rivolgersi ai parenti delle persone che stanno rischiando la vita, che stanno soffrendo “non è solo la morte, ma anche le grosse invalidità, quando devi dire che la persona rimarrà paralizzata ad esempio, riuscire a tranquillizzarla, con che parole, cosa puoi dire?”

L’integrazione, o meglio, la mancata integrazione fra servizi è forse il punto nero della suddivisione delle aziende ospedaliere e territoriali in dipartimenti: ci si occupa principalmente solo del proprio orto, senza creare occasioni di scambio, di riflessione, di “porte aperte” (che significa in realtà “menti aperte”) fra i professionisti di questo e quel dipartimento, per cui ognuno resta confinato al proprio interno, facendosi carico dei problemi principali, ignorando quelli che non richiedono un pronto intervento.

La Formazione, o meglio gli uffici formazione delle aziende, devono svolgere quel ruolo che facilita gli scambi e l’integrazione fra operatori di diversi ambiti specialistici e creare quel “di più” che è però necessario per svolgere appieno il proprio compito istituzionale.