Clostridium Difficile: il batterio più diffuso tra i pazienti che terrorizza medici, infermieri e OSS

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La diarrea attualmente più diffusa negli ospedali e in tutte le strutture sanitarie deriva dal Clostridium Difficile.

Sono varie le misure messe in atto da medici, infermieri e OSS per ridurre la diffusione della patologia, ma siamo ancora lontani dal debellare l’agente patogeno tra i più diffusi a livello mondiale.

Al giorno d’oggi le infezioni da Clostridium Difficile, conosciute anche come ICD o CDI (Clostridium Disease Infections) e anche come CDAD (Clostridium Difficile Associated Disease) sono le infezioni del tratto gastroenterico più diffuse in ambiente ospedaliero e non. L’alta contagiosità e l’elevato rischio di recidiva hanno portato negli ultimi anni i sanitari a correre ai ripari. Gli infettivologi hanno sviluppato in tutto il mondo protocolli in grado di arginare e ridurre il problema; questo agente patogeno infatti è il principale responsabile della “colite da antibiotici” ma anche di tante altre infezioni comunitarie.

Tale patologia non è mortale ma comporta un aumento notevole dei costi, dell’impiego di risorse e materiali; infatti iniziano ad essere presentati i primi ricorsi al tribunale civile da parte dei pazienti contagiati durante il ricovero. Un’altra caratteristica che rende tale infezione particolarmente pericolosa sono i fattori di rischio che rispecchiano caratteristiche comuni nella popolazione (senilità, uso di antibiotici, ospedalizzazione). Ecco le motivazioni principali che portano le aziende sanitarie e strutture private a correre ai ripari.

Isolato nel 1935 il batterio Bacillus Difficilis è un gram positivo, anaerobio e sporigeno. Quest’ultima peculiarità, ovvero la capacità di sporulare cioè creare spore, è quella che lo rende particolarmente resistente ad attacchi di tipo termico che chimico. La contaminazione avviene per via oro-fecale; infatti le spore una volta ingerite transitano senza distruggersi attraverso la barriera acida dello stomaco per raggiungere il colon e iniziare la germinazione. Il batterio è ubiquitario nella flora saprofita intestinale, la virulenza dunque aumenta nei casi in cui le tossine dal batterio prodotte vanno ad intaccare la mucosa del colon.

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I numeri ci dicono che circa l’8% dei pazienti ospedalizzati viene contagiato in ambiente intraospedaliero e che il C. difficile è responsabile del 20-30% delle diarree in ambito nosocomiale. Inoltre è significativo pensare che in un quarto circa dei pazienti la patologia si ripresenta sotto forma di recidiva.

Segni e sintomi

  • diarrea acquosa e maleodorante con almeno 3 scariche al giorno per due o più giorni;
  • iperpiressia;
  • inappetenza;
  • nausea e vomito;
  • crampi e addominalgia;
  • colite (infiammazione del colon) oppure colite pseudomembranosa (sindrome caratterizzata da febbre, nausea, diarrea in paziente con in atto terapia antibiotica).

Fattori di rischio

  • uso prolungato di antibiotici;
  • senilità;
  • prolungata ospedalizzazione;
  • vita comunitaria;
  • ridotte difese immunitarie;
  • terapia cronica farmacologica con inibitori della pompa protonica e antagonisti dei recettori H2;
  • malattie croniche.

Diagnosi

  • isolamento nelle feci con dosaggio di glutammato deidrogenasi della tossina di C.difficile (mediante campione e non tampone);
  • PCR (reazione a catena della polimerasi) per il gene della tossina;
  • sigmoidoscopia, che conferma la presenza di pseudomembrane;
  • esami radiologici (TC e RX addome) in caso di sospetta perforazione intestinale nella colite fulminante.

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Trattamento

Terapia

  • effettuare isolamento spaziale: stanza singola o coorti;
  • utilizzare precauzioni da contatto;
  • interrompere terapia antibiotica non necessaria;
  • come trattamento farmacologico troviamo metronidazolo e vancomicina (per os, ev, o transrettale), e tra gli ultimi antibiotici sviluppati fidaxomicina, rifaximina, nitazoxanide, ramoplanina, tigeciclina, teicoplanina;
  • in ultima istanza c’è il trattamento chirurgico, che prevede l’asportazione di parti del colon, solo in caso di grave danno tissutale (colite fulminante) e mancata risposta alla terapia farmacologica;
  • evitare farmaci antiperistagici;
  • reintegro idroelettrolitico;
  • dieta antidiarroica (no latte e derivati, no fibre, no crusca o alimenti che velocizzano il transito intestinale);
  • nuove risposte di trattamento per recidive o gravi infezioni stanno arrivando da fecal microbiota transplantation (trapianto fecale di microbioma), ARGF “Autologous Restoration of Gastointestinal” Flora (ripristino autologo della flora intestinale) e IVIG “IntraVenous Immune Globuline” (immunoterapia con anticorpi monoclonali). Inoltre sono state individuate due nuove molecole Tolevamer e Colestiramina che hanno dato modo in vari studi di dimostrare la loro proprietà chelante.

Prevenzione

  • ridurre ove possibile l’uso di antibiotici;
  • effettuare l’igiene delle mani regolarmente;
  • attuare precauzioni da contatto per pazienti infetti o in attesa di diagnosi;
  • usare probiotici in alcune categorie di pazienti;
  • programmare con ditte di pulizie igienizzazione degli ambienti più frequente (in particolare dei bagni utilizzati da persone infette).

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