Professionisti Sanitari: serve una visione d’insieme o altrimenti non si va da nessuna parte.

? ? Perché i Professionisti Sanitari hanno bisogno di nuova linfa? Perché serve una visione d’insieme dell’assistenza. Altrimenti non si va da nessuna parte.

Il motivo di tale “appiattimento” sui valori e sui contenuti, sarebbe quello di una profonda e diffusa “comodità” di status, che in estrema sintesi si riassume nel rifiuto del binomio competenze e responsabilità: è fin troppo evidente che per assumersi qualsivoglia livello di responsabilità è necessario un bagaglio di conoscenze e di esperienze che non soltanto l’attuale sistema didattico si è rivelato sempre più inadeguato a fornire (vedi il caso Riminese citato da Nurse24 di autentiche banalità trasfigurate quali innovazioni formative di prestigio), ma che è stato passivamente accettato più dagli studenti che dai loro stessi docenti (gli stessi dei consigli e suggerimenti al vetriolo), che intendono molto più “agevole” un percorso di studi che veda al suo termine, più che l’accesso ad una professione, quello ad un posto di “reddito”, ancor prima che di mero lavoro.

In questo rifiuto, incurante del messaggio Baconiano «scientia potentia est» , si celano i presupposti ad un vero e proprio parallelo fallimento della professione, soprattutto in termini di prerogative: si rifiuta di essere esperti e quindi di poter attivamente partecipare ad ogni possibile dibattito di sviluppo: dai PDTA alla più corretta allocazione delle risorse, il campo di azione è quanto mai vasto. Qualcuno potrebbe obiettare sulla pertinenza di tale riflessione, replicando che certe posizioni, soprattutto dall’indomani della l. 43/2006, risultino comunque “coperte”; ebbene anche questa accezione risulterebbe una autentica “excusatio non petita”, perché, abbastanza ironicamente, è proprio quello che accade, ossia un tanto formale quanto minimalista e sterile “scenario delle marionette”: dai servizi SITRA/DITRA affollati di personalità “a copertura” , spinte dai concorsi (laddove sussistenti) più truccati della storia (il recente caso della ASL di Perugia potrebbe essere paragonato al “Dieselgate” Volkswagen, ove però anche un assai oneroso ricorso al Tar non fermerebbe alcuna macchina della PA Italiana), che mettono in campo personalità certamente ben equipaggiate politicamente se non proprio meramente a titolo clientelare, ma del tutto distanziate, scollegate e sostanzialmente disinteressate ad ogni ambito operativo che invece sarebbero titolate a migliorare: tipico è il caso della giustificazione degli esami radiologici, diffusamente ritenuto, malgrado i casi giudiziari, un dettaglio burocratico che ostacolerebbe l’azione sanitaria, più che un sistema normativo finalizzato alla radioprotezione e limitazione degli esami inutili e degli abusi medici.

Da qui si passa alle rappresentanze sindacali, affollate da personaggi in iteratività di mandato, che ai tavoli di trattativa fanno da arredamento e carta da parati, firmando (sempre alla seconda ed ultima riunione) ogni amenità possibile dalle riduzioni orarie (fino alla strutturazione del debito orario), alle riduzioni mensa, alle riduzioni sull’abbigliamento professionale, etc. , in nome di una spending rewiew che solo chi resta più disinformato può non intendere trattasi di una mera opportunistica travisazione, in quanto la revisione della spesa è (o dovrebbe essere) riduzione degli sprechi e non anche (o soltanto) della spesa utile per favorire altri sprechi occulti che invece devono comunque essere mantenuti, come alcuni posti di inutile burocrazia, ove sembra sia “indispensabile” la laurea in medicina e chirurgia; poi però ci si lamenta anche con apocalittici allarmi della carenza di medici in un paese che ha visto negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso la più colossale pletora planetaria di iscritti a medicina, espressione di una provincialità mentale squisitamente caratterizzante il bel paese, che ancora resta da una parte con una percentuale tra le più elevate al mondo nel rapporto medici/abitanti, ma che dall’altra però fa enorme fatica a rintracciare un medico o una guardia medica nei giorni prefestivi e festivi (se non addirittura anche in quelli infrasettimanali), con un risultante massiccio quanto inefficiente ed inefficace afflusso nei vari punti di pronto soccorso nazionali …

E cosa dire della notizia di qualche giorno fa?

Esercizio abusivo della professione e falso ideologico per un falso medico e per una falsa infermiera a Torino, ove, sebbene sia indifferente, sotto un mero profilo penale, il periodo più o meno prolungato dell’illecito, diventa assolutamente ineludibile una riflessione sui differenti tempi dello stesso in chiave professionale più “allargata”: se per il fisiatra si parla di pochi mesi sbugiardati in assoluta autonomia, per l’infermiera si parla di diversi decenni: una intera carriera da abusiva, in un contesto di lavoro di equipe …

Cerchiamo di essere seri … è mai possibile che nessuno sapesse? È mai possibile che tutti abbiano sempre fatto “spallucce”? Ricordo che l’obbligo alla denuncia per l’esercizio abusivo della professione, codici deontologici e l. 42/99 alla mano, ricade indistintamente su TUTTI i professionisti sanitari … eppure proverei a scommettere, di poter riscontrare una quota non affatto residuale che candidamente ammetterebbe: «ma dovevo farla io la denuncia? … no, non posso, non è mio dovere!».

Tutto ciò si può inquadrare nell’alveo di una dinamica sociologica certamente problematica: infatti malgrado una normativa vigente in qualche caso anche tanto “sovralimentata” quanto misconosciuta (20 anni di “wistleblowing”), accade che le condotte illecite non soltanto siano consumate in ambienti sostanzialmente reticenti – basti vedere il trattamento destinato a chi abbia legittimamente fatto denuncie del genere, sia al livello interno che direttamente alla magistratura: costoro hanno dovuto e devono sostenere ogni sorta di contestazioni disciplinari, nelle più complete e beffarde disapplicazioni normative, con ogni sorta di illegittimità perseguibile anche penalmente, mentre ai segnalati non sia stato mai torto capello, pure se tuttavia qualche provvedimento di “correzione ex post” comunque sia stato implementato – segno che quindi le segnalazioni non erano affatto strampalate o , come qualche primario ha avuto modo di eccepire: «farneticanti» … bensì siano anche agevolate, assecondate, se non proprio sfacciatamente veicolate dagli stessi turpiloquianti dirigenti compiacenti … ed anche qui sono pronto a scommettere che in molti comunque risponderebbero: «ma a me non sembra sia stata operata alcuna illegittimità!».

Pertanto, in sintesi, se da una parte effettivamente sussiste quanto deplorato dal dott. Rossi, dall’altra è innegabile sia consistente una quanto mai eterogenea situazione di carenza culturale specifica e di riluttanza ad accettare le sfide a carattere professionale, anche sulla scia dell’incartante popolare discorso che «le competenze/responsabilità si pagano e che fintanto che non saranno pagate non saranno assunte». Alla luce di tutto ciò si possono anche intercettare ed interpretare i perché del quanto mai agile insuccesso del comma 566 della legge di stabilità 2015, promosso dagli slogan «assalto alla diligenza» e «altolà agli apprendisti stregoni» di alcune sigle sindacali dei medici.

Peccato che in mezzo a tutto ciò ci siano, come bene ha stigmatizzato il Rossi, i pazienti …

Nel management sanitario spesso e volentieri si prendono “in prestito” sistemi sviluppati in altri ambiti per poi applicarli in sanità – o almeno per riempire spazi accademici universitari ; tipico il “lean management” sviluppato dalle case automobilistiche giapponesi a cavallo degli anni ’50 e ’70 del secolo scorso (la cui versione del “just in time” ora risulta velatamente rinnegata da molte aziende, che si danno un gran da fare con lo sviluppo dei c.d. “nuovi” sistemi di logistica automatizzata dei magazzini); molti sistemi, tuttavia, si sono principalmente sviluppati nell’aeronautica e nella astronautica: anche qui il principale oggetto delle più varie emulazioni risponde al nome di project management …

Proprio dalle missioni spaziali, che spesso hanno messo a rischio oltre che assai ingenti capitali, anche le vite umane dei piloti che via via si sono trasformati in astronauti, si possono trarre le lezioni più significative: tra le numerose, forse la più eloquente è quella derivante da una vera e propria tragedia: quella consumatasi sulla rampa di lancio 34 del Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida, il 27 gennaio 1967: un incendio causato da specifiche di bassa qualità dei materiali e dei sistemi utilizzati (in particolare una atmosfera della capsula interna ricca di ossigeno ed il portello apribile solo dall’interno), ma, giusto caso, anche dalla resistenza ad ogni forma di rimostranza sugli stessi (uno degli astronauti coinvolti aveva precedentemente dichiarato: «se parlo mi licenziano»); tali composizioni di eventi hanno ucciso nel giro di meno di un minuto i tre astronauti impegnati in una simulazione di volo della missione “Apollo 1”.

Da quell’accadimento uno dei direttori delle operazioni di volo fece capire che ad ognuno dei soggetti coinvolti spettava una giusta parte di responsabilità in quello che moralmente era, a giusta ragione, ritenuto più un assassinio che un fatale incidente; Gene Kranz chiese ad ognuno dei controllori di volo di scrivere sulla lavagna del proprio ufficio queste due parole: COMPETENTE e RISOLUTO, significando che le responsabilità dovevano essere prese sulla base della più salda ed approfondita conoscenza e nella maniera più consapevole ed irrinunciabile rapida assunzione di responsabilità. Ebbene: nessuno ha mai cancellato le scritte dalla lavagna e gli Stati Uniti sono arrivati per primi alla luna, affrontando anche situazioni pericolose oltre ogni limite (apollo 13), pure senza che altri ci rimettessero la vita.

Ritengo che le professioni sanitarie non mediche debbano assumere questi fondamentali valori per accettare ed intendere di voler vincere la sfida che, mostrando una mentalità illuminata e pionieristica, oggi giustamente il dott. Rossi ha lanciato, anche perché, assai similmente alla sfida della “space race”, vale il messaggio lanciato dal presidente J.F. Kennedy:

«Capisco che in qualche misura esso rappresenti un atto di fede e risponde ad una visione del futuro, poiché non sappiamo esattamente quali saranno i vantaggi che ne otterremo».

Leggi la prima parte di questo servizio.

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