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Professionisti Sanitari: occorre una nuova visione d’insieme del futuro oramai alle porte.

Professionisti Sanitari: occorre una nuova visione d’insieme del futuro oramai alle porte.

? Leggi ? Ecco perché per i Professionisti Sanitari occorre una nuova visione d’insieme del futuro ormai alle porte.

Ho letto con grande interesse la lettera del dottor Alessandro Rossi del 21 agosto 2019, e, avendo già proposto pubblicamente ampie riflessioni sul tema sollevato, vorrei fornire un contributo alla analisi proposta, perché ritengo giusto e doveroso che anche l’autocritica sia condivisa, perché, alla fine, invece che attuare strategie comuni potremmo essere uniti soltanto in tale inteso fallimento.

Già il 04 dicembre 2017 mi decidevo, dopo lunghe riflessioni e ripensamenti, a pubblicare qualcosa che parlasse dei tanto diffusi, quanto inconfessati, atteggiamenti discriminatori tra le figure professionali dei c.d. “medici” (ormai “ex dottori”) e dei c.d. “non medici” (ormai “neo dottori”); condotte ed inquadramenti che pur tuttavia sono state considerate, e comunque continuano ad esserlo, lo “standard” nel mondo della medicina; ovviamente parliamo sia di mera “considerazione” professionale, sia di una più concreta valorizzazione (ossia anche quella che ci si porta a casa – nel portafogli).

Le resistenze, anche a carattere misto, che mi è piaciuto far confluire nel neologismo di «dominanza medico-forense», che trovano nella assai discussa e controversa (soprattutto a titolo meramente politico) sentenza n. 54/2015 della Consulta il suo più tipico esempio dalle conseguenze ancora saldamente sussistenti a guarentigia degli interessi corporativi della “casta” medica, e che da allora ho intrapreso a descrivere e proporre alla attenzione della pubblica opinione, a tutt’oggi non soltanto non hanno visto nemmeno una singola soluzione o concreto tentativo di risoluzione (anche al livello degli organi professionali rappresentativi nazionali), ma al contrario hanno visto delle complicazioni ad ogni ordine e grado.

Per quanto riguarda chi scrive, ad esempio, ma tenendo ben presente che al suo posto poteva esserci chiunque tra i “non medici”, a partire dalla pubblicazione di quell’articolo in poi, ha potuto personalmente riscuotere, pure al netto della approvazione di gran parte dei colleghi medici e non medici di stretta conoscenza (come anche di qualche collega estraneo, che ha scritto in privato), posizioni non soltanto di confronto (pure legittime), ma addirittura di assai irriverenti, che quando non si sono limitate alla indifferenza di chi, in buona sostanza, né sa contro-dedurre, né sa proporre altro che un ideologico “bramare di vedere contro”, con la concretizzazione di atti persecutori – anche “intestini” – di vario tenore e gravità, si sono esplicitate in commenti pubblici certamente biasimevoli nella loro gratuità e scollamento, quali ad es. il significato «orrore» nel leggere i riportati titoli di studio «persino nella firma» – già da quel primo pezzo pubblicato – come se la pubblicità sui titoli, nel rispetto della legge, sia una tipica ed esclusiva, oltreché irrinunciabile, prerogativa “di casta”.

Altri esempi si sprecano: ci si è dovuti sorbire giudizi di «manifesto complesso d’inferiorità», suggerimenti quali «Mettiti a studiare Medicina e Chirurgia e specializzati in Radiodiagnostica se non sei soddisfatto del tuo mestiere» ed altre monotematiche contumelie che voglio risparmiare ai lettori; invece giudizi più generalizzati sono stati di «inasprire un rapporto di collaborazione tra due figure professionali, che ricordiamolo sono diverse per studi e responsabilità» e che «Un corso triennale di tecnico di radiologia o di altre professioni sanitarie, poi definito minilaurea,e da pochi anni trasformato in laurea, non abilita a saper e poter giudicare l’operato dei medici in maniera così grossolana e superficiale» ; nonché consigli più “interconfessionali” : «Ognuno al suo posto per favore, con il rispetto per ogni professione, ma ognuno si limiti ad eseguire quelle competenze previste dalle minilauree acquisite».

Non parliamo, poi, anche di difficoltà “indoor” , con l’organismo nazionale di rappresentanza professionale (tradizionalmente “suddito” scrupolosamente osservante della SIRM), che, sebbene restìo ad intervenire in situazioni di doverosità, come «interporsi, se richiesto, nelle controversie fra sanitario e sanitario, o fra sanitario e persona o enti a favore dei quali il sanitario abbia prestato o presti la propria opera professionale, per ragioni di spese, di onorari e per altre questioni inerenti all’esercizio professionale, procurando la conciliazione della vertenza e, in caso di non riuscito accordo, dando il suo parere sulle controversie stesse» , fattispecie rubricata al comma “g” , art. 3 d. lgs. CPS n. 233/46 ed all’art. 6.6 del più recente Codice deontologico TSRM, ritiene, invece, di non doversi esimere dal rappresentare «grande preoccupazione per il potenziale effetto negativo di alcune affermazioni evidentemente anticipate senza il dovuto approfondimento – su questioni comunicative, organizzative, protezionistiche e cliniche» ; apodittico nervosismo derivante da pubblicazioni in riferimento, invece, di ben comprovate situazioni, che però vorrebbero essere ben altrimenti derubricate e messe a profitto, complici un negazionismo ed una indifferenza che affondano le loro radici nelle più autentiche disinformazione ed ignoranza: perché, perdonate, asserire che «Il rischio di sviluppare un tumore indotto dalle radiazioni provocate dalla mammografia è solo ipotetico» (LILT) è questione di una pretestata, e di fatto coartata ignoranza del destinatario dell’informazione, e non di una c.d. “informazione agevolata” o “semplificata”; situazione ove, peraltro, anche una formale denuncia all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni si sarà persa in chissà quale dedalo burocratico …

Anche la sociologia mostra il suo aspetto di critica problematicità, con i suoi “modus comportamentali” di anacronismo che, al pari di altre “barriere classiste” , a suo tempo imposte dal regio decreto del 1934 di Mussoliniana memoria, continuano ad imperversare tra i medici e gli “altri professionisti”: atteggiamenti primariamente identificabili con la consuetudine, da parte dei primi, di rivolgersi con un sistematico quanto indisponente “LEI” , che non può più dipendere dalla necessità di marcare legittime distanze di ruolo tra “persone diverse” (perché “diverse” oggi non lo sarebbero più), e né può giustificarsi con una qualsivoglia contingente situazione relazionale: infatti “inter eorum” i medici (che ora improvvisamente, appunto, disdegnano il collettivizzante appellativo “dottore”) continuano a dare del “TU” anche a colleghi di tutte le età, provenienze e specializzazioni, anche appena conosciuti. Altro aspetto altresì oggi inaccettabile è il viepiù discusso stravizio (sacramento primario della più memorabile dominanza medica) – che ri-diventa “regola” – con cui il medico, ancora, “ordina” ed il professionista sanitario ancora “esegue”; addirittura, infine (ma l’elenco è ben lungi dall’essere completo), con assai ineleganti “discriminazioni semantiche” , ove, ad es. in telemedicina (ma non solo), la comunicazione è definita “consulto” se sono due medici ad operarla, e “cooperazione sanitaria” (ausiliarietà anche della comunicazione) se invece operata da un medico con chiunque altro.

Nemmeno vanno dimenticate situazioni a carattere istituzionale, quali il decreto ministeriale di un anno orsono per la risonanza magnetica (DM 10/08/2018), con la semplice ed incontestata formale scomparsa dei professionisti non medici, che però continuano ad essere i veri artefici delle attività, quasi fossero una società segreta rivoluzionaria; oppure la costituzione dei nuovi ordini con la legge Lorenzin (l. 3/2018), cui da subito ho obiettato il gravissimo difetto di assenza di conformità con altre situazioni ordinistiche, ossia classi A e B (rispettivamente laureati magistrali e triennali) ed esame di stato per le nuove iscrizioni; situazioni che avrebbero non poco facilitato codesta “accelerata” evoluzione e che avrebbero anche impedito il collaterale “felpato allontanamento” dei laureati magistrali “promossi” a dirigenti, che vede nella costituzione del Sindacato dei Dirigenti delle Professioni Sanitarie ANDPROSAN (con tanto di sito istituzionale), la creazione di una ulteriore “casta parallela di fuoriusciti” che ormai guardano gli “ex colleghi” – compresi quelli di pari titoli (impossibilitati, non si sa perché, alla iscrizione) – dall’alto in basso …

Ebbene, si intende abbastanza agevolmente che sia soprattutto questa classe di aspetti sociologici (assai a torto trascurati), quella alla base di una mancata evoluzione “equiparativa” dei professionisti non medici; temi che paradossalmente (ed assai drammaticamente) sembrano non interessare molto nemmeno a coloro che questi aspetti di crescita (più che rivalsa) dovrebbero rivendicare: proprio gli stessi professionisti sanitari non medici; in particolare nelle nuove generazioni (purtroppo, in disdoro ad ogni apparenza, faccio parte ormai di una delle più giovani tra le vecchie) non sembrano essere presenti, anzitutto, motivi di consapevolezza e di sana legittima ambizione; elementi che sono alla base di ogni programmazione politica della professione, a tutti i livelli.

Leggi la seconda parte di questo servizio.

Professionisti Sanitari: serve una visione d’insieme o altrimenti non si va da nessuna parte.

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Dott. Calogero Spada

Tecnico Sanitario di Radiologia Medica (Bari, 1992), perfezionato in Neuroradiologia (Bari, 2001), Laureato Magistrale (Pavia, 2015), Master II liv. in Direzione e Management (Casamassima – BA, 2017) e di I liv. in Coordinamento (Castellanza – VA, 2011); dal 2017 guest blogger e web writer in sanità.

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