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Coronavirus: per la Fondazione GIMBE l’allarmismo e la disinformazione fanno più danni del virus.

Coronavirus: per la Fondazione GIMBE l’allarmismo e la disinformazione fanno più danni del virus.

La Fondazione GIMBE e il suo presidente Nino Cartabellotta intervengono sul Coronavirus: ” l’allarmismo e la disinformazione fanno più danni del virus”.

Qual è il numero degli infetti dal nuovo coronavirus? Quanti i morti? Come e da chi si trasmette il virus? Quali sono le misure di prevenzione efficaci? Esiste una terapia? Quando arriverà il vaccino? Tutti alla ricerca spasmodica di informazioni, ma pochi in grado di identificare le ragionevoli certezze in un oceano di fake news in continua espansione, anche per le voci di esperti improvvisati che forniscono ai media informazioni parziali, inaccurate o sensazionalistiche.

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La diffusione incontrollata delle notizie sui social media amplifica la narrativa della paura, promuove la voce dei fatalisti e alimenta le strumentalizzazioni politiche, innescando un circolo vizioso: più la narrativa si diffonde, maggiore è la richiesta di copertura mediatica e minore la competenza degli esperti coinvolti. E visto che le paure individuali rischiano di trasformarsi in panico collettivo, ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme “infodemia” mettendo in guardia dall’eccesso d’informazioni, non sempre accurate, che rende molto difficile alle persone reperire fonti affidabili quando ne hanno bisogno.

«Nell’ultima settimana – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – in particolare dopo la conferma dei due casi in Italia, la popolazione è sempre di più dedita ad uno zapping compulsivo che assorbe informazioni dal web, dalle dichiarazioni spesso contraddittorie di esperti, dai titoli allarmistici di testate giornalistiche, dai social media, sino ai gruppi WhatsApp. E le informazioni false, imprecise e incomplete indeboliscono, sino ad oscurare, la già difficile comunicazione istituzionale».

Quanto sappiamo è che il nuovo coronavirus, a fronte di una elevata contagiosità, ha una mortalità di poco superiore alla normale influenza, malattia che paradossalmente sembra non spaventare affatto, a giudicare dalla bassissima copertura della vaccinazione anti-influenzale in Italia, in particolare nelle fasce a rischio. «È evidente – puntualizza il Presidente – che la distanza tra la minaccia reale e quella percepita genera due focolai diversi: il primo è quello del nuovo coronavirus, il secondo quello delle fake news, la cui velocità di diffusione è di gran lunga superiore».

Peraltro le evidenze scientifiche sono ancora esigue: in data odierna, utilizzando la parola chiave “coronavirus”, a fronte di oltre 850 milioni di risultati restituiti da Google (il motore di ricerca più utilizzato), Pubmed (la principale banca dati biomedica) riporta solo 148 pubblicazioni di cui meno della metà relative al nuovo coronavirus: articoli divulgativi, ricerche di base di esclusivo interesse dei ricercatori, pochi studi clinici che descrivono le caratteristiche di pazienti infetti nella zona di Whuan e segnalazioni, anche su casi singoli, delle modalità di trasmissione del virus.

«L’abisso tra evidenze scientifiche e impatto mediatico – spiega Cartabellotta – dimostra che siamo di fronte al primo scenario di comunicazione sociale in cui un’epidemia convive con la potenza di Internet e la viralità dei social media. Nel novembre 2002, ad esempio, la SARS si muoveva in un mondo senza Facebook e Twitter e il sovraccarico di informazioni tramite il web era di gran lunga inferiore». In tal senso Facebook, Google e Twitter si sono già mobilitate per mettere un freno alla disinformazione sul coronavirus.

«In queste circostanze – continua il Presidente – le responsabilità dei media sono enormi: titoli sensazionalistici sfidano, oscurandoli, i toni pacati delle comunicazioni istituzionali e generano ulteriore paura con il rischio di compromettere le misure di prevenzione della salute pubblica. Infatti, il dilagare della falsa narrativa sul coronavirus erode la fiducia nelle istituzioni, minaccia la comprensione pubblica dei rischi reali e può generare un utilizzo improprio dei servizi sanitari con conseguenze imprevedibili».

In un contesto in cui le evidenze sono ancora limitate, il quadro epidemiologico in continua evoluzione e il rischio di disinformazione elevatissimo, la Fondazione GIMBE invita a fidarsi solo di dati e raccomandazioni istituzionali: in Italia Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità, a livello internazionale Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie. «Purtroppo – spiega il Presidente – la loro autorevolezza nel diffondere dati ed evidenze viene diluita “a dosi omeopatiche” nell’oceano di persone che comunicano in tempo reale con i loro smartphone».

Ecco perché la Fondazione GIMBE si appella al Ministro Speranza per mettere la comunicazione istituzionale al centro del piano di emergenza per il coronavirus, tramite interventi coordinati per potenziare la circolazione di notizie vere e arginare il più possibile quelle false, incerte e allarmistiche:

  • Garantire l’aggiornamento costante delle informazioni sul sito del Ministero della Salute, in particolare nella sezione delle FAQ, diversificandole per operatori sanitari e cittadini e mantenendole perfettamente allineate con quelle dell’Istituto Superiore di Sanità.
  • Standardizzare le modalità per diffondere tali informazioni a Regioni, ASL e cittadini.
  • Istituire un bollettino ufficiale del Ministero della Salute da diffondere quotidianamente su tutti i canali: web, social media, reti televisive e stampa.
  • Richiamare i giornalisti alla propria deontologia professionale al fine di evitare titoli sensazionalistici e ingiustificati e limitare la pubblicazione di notizie superflue, ma allarmanti.
  • Fare appello alla scienza e coscienza degli esperti che devono evitare da un lato di occultare evidenze in grado di tranquillizzare la popolazione, dall’altro arginare i proclami su scoperte scientifiche senza immediato beneficio per la comunità, ma soprattutto astenersi dalla comunicazione pubblica se non adeguatamente informati sul tema.
  • Invitare tutti al buon senso, per far circolare sui social media esclusivamente informazioni istituzionali, evitando di amplificare in maniera virale quelle francamente distorte o false.

«In questo momento di paura e disorientamento – conclude Cartabellotta – la popolazione deve ricevere solo informazioni valide e aggiornate e il Paese deve fare squadra per evitare che il panico collettivo, faccia più danni del coronavirus. Oggi, infatti, il vero rischio è che persone con banali sintomi influenzali, terrorizzate da una “malattia killer” mandino in tilt pronto soccorsi e ospedali, già messi a dura prova come ogni anno dall’influenza stagionale».

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