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Emergenza Coronavirus. Sono decine e decine i decessi nelle comunità per disabili, ma in pochi ne parlano. Come pure sono centinaia gli infetti tra Assistiti e Operatori. Una bomba ad orologeria che sta per scoppiare dopo gli RSA.

A lanciare l’allarme sono un po’ tutte le associazioni e le aziende che si occupano a livello nazionale e locale di assistenza ai disabili ospiti di comunità. Ad oggi, anche se il numero preciso è ancora difficile da conoscere, ci sarebbero decine di Assistiti deceduti e centinaia o forse migliaia di infetti. Molti di questi sono operatori (Assistenti sociali, Infermieri, OSS, Medici, Animatori, Educatori Professionali ed altre figure).

Qualche giorno fa il portale “Valori” comunicava la cronistoria delle infezioni nelle comunità per disabili.

Quello che emerge dal servizio pubblicato da “Valori” è piuttosto agghiacciante, ma vi è molto sommerso che ancora non viene alla luce perfettamente. Sui mass-media locali se ne parla da tempo, da ieri vi è anche l’interesse di TV, Radio, Giornali e siti internet nazionali. Non solo RSA, quindi, ma anche comunità per chi non ha la possibilità di difendersi da solo dal Covid-19 ed oggi ha bisogno di aiuto.

Il contagio struttura per struttura.

La cronistoria dell’espandersi del contagio da coronavirus tra ospiti e personale delle strutture per disabili racconta continui appelli dei responsabili delle strutture che chiedono interventi ad Asl, Regioni, Governo e mostra falle impressionanti che sono già costate la vita a decine di persone. Il calendario è scandito dalla scoperta di casi positivi, focolai, decessi. Un’avanzata inarrestabile da nord a sud che ricostruiamo grazie alle cronache dei media locali.

16 marzo, Residenza socio assistenziale “Tonini Boninsegna” di Brescia: su 74 ospiti 12 avevano febbre e problemi respiratori, uno era positivo al coronavirus, otto quelli ricoverati e uno deceduto. Stefano Salvoni, responsabile della struttura per disabili, diceva alla stampa «I nostri operatori non hanno più le tute di protezione o pochissime mascherine. Siamo allo stremo”.

20 marzo, Residenza sanitaria disabili di Cassina Rizzardi (Como): due ospiti morivano per le complicazioni da Covid-19.
Lo stesso giorno il Parco La Fiorana, struttura residenziale per disabili a Bando di Argenta (Ferrara) gestito dalla cooperativa Cidas, veniva posta in quarantena per due casi di positività al Covid19 su 48 ospiti.

22 marzo, Cooperativa sociale “Il Faggio” di Savona: cercava con urgenza personale sanitario e ausiliario da impiegare nelle strutture che attualmente gestisce nelle province di Savona e Imperia, in particolare per la struttura di San Secondo a Ventimiglia «che altrimenti potrebbe rischiare la chiusura nonostante lo strenuo impegno di tutti i nostri addetti. Si è determinata, infatti, una significativa carenza di collaboratori presso le strutture per anziani e persone disabili gestite».

25 marzo, a Milano, all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Mi): dai primi tamponi emergevano 14 pazienti positivi.
Alla Casa di cura Ambrosiana (su 35 tamponi effettuati), cinque ospiti positivi.
Nella Residenza sanitaria per disabili (Rsd) Santa Teresina, tre ospiti positivi in un nucleo e due in un altro.
Alla Residenza Santa Caterina di Settimo Milanese (Mi) (quattro nuclei di Rsd e tre nuclei di Rsa) erano positivi 19 ospiti e si contavano due morti su 140 persone in regime residenziale, di cui 80 in Rsd e 60 in Rsa. Il direttore generale della Sacra Famiglia, Paolo Pigni, lanciava un appello a Regione e Ats. «Serve un cambio di passo. È vero che la battaglia si combatte principalmente in ospedale, ma non c’è solo quel fronte. C’è un mondo domiciliare, e l’area delle residenze per anziani e disabili, la nostra. Un mondo che riguarda centinaia di migliaia di persone fragili per cui servono approcci diversi, ma soprattutto risorse sanitarie dedicate e personale. Penso a una sorta di “Unità di crisi” promossa dalla Regione o dalle Ats sulle fragilità, perché la partita nelle Rsa e Rsd va gestita con attenzione. Abbiamo bisogno di tamponi diagnostici, presidi di protezione, fondi straordinari. Se ci limitiamo alla modulistica, finiamo male».
Sempre lo stesso 25 marzo a Siena risultavano positivi al Covid19 anche alcuni ospiti della residenza sanitaria per disabili “Santa Petronilla”. L’Azienda Usl Toscana Sud Est faceva effettuare i tamponi sia agli operatori che agli ospiti della struttura, che veniva posta in isolamento, ma non dava i numeri del contagio.

Il 27 marzo a Grottaferrata (Roma) risultavano positivi al coronavirus quattro ragazzi disabili ospitati nel centro di riabilitazione Eugenio Litta su 15 ospiti in tutto.

Il 29 marzo la Comunità “San Damiano” di accoglienza residenziale che ospita persone con grave disabilità a Fratta di Fossalta di Portogruaro (Venezia), che ruota attorno alla Cooperativa Sociale “Il Gabbiano-Il Pino”, segnalava nove casi. Il sindaco di Portogruaro, Noël Sidran, chiedeva l’intervento dell’Ulss 4 per contenere il contagio, tutelare gli ospiti e a proteggere adeguatamente gli operatori.

Il 31 marzo emergevano 25 casi nella residenza sociosanitaria per anziani e disabili “Nuova Fenice” di Noicattaro (Bari): tra i positivi anche direttore sanitario e caposala. I pazienti del centro erano al momento 106, di cui 45 disabili e 61 anziani.

Il primo aprile ad Aprilia (Latina) esplodeva il caso degli 11 positivi di una struttura socio assistenziale residenziale, sette ospiti e quattro operatori, tutti posti in isolamento nella struttura o in quarantena domiciliare. La Asl di Latina ha inviato personale sanitario.

Il 3 aprile a Bologna si registravano un morto e 11 positivi su 20 ospiti nella residenza Anfass di via Battindarno, secondo la cooperativa Bologna Integrazione Anffas. Le residenze Anfass a Bologna sono tre, anche a San Lazzaroe a Zola Predosa, tutte con ospiti con disabilità psichiche, e sono in isolamento dal 9 marzo

Il 5 aprile Danilo Centrella, sindaco di Cocquio Trevisago (Varese), ha reso noto che nella residenza per persone con disabilità Sacra Famiglia del suo comune di 4.770 abitanti i tamponi per il coronavirus, dopo la morte di due persone, hanno rivelato 65 ospiti positivi al Covid-19 (solo 13 i negativi), dei quali 33 sintomatici e nove che hanno bisogno di ossigeno.
Nello stesso 5 aprile all’Oda, Opera diocesana assistenza di Diacceto nel comune di Pelago(Arezzo) che accoglie ragazzi disabili emergeva un focolaio con 87 ospiti su 90 e con un deceduto. Per 66 di loro – su 71 totali – il tampone era positivo. Anche il personale era decimato dal contagio con tantissimi positivi.

L’8 aprile l’Istituto Serafico di Assisi (Perugia), che accoglie in sei residenze 80 ragazzi con disabilità gravi e gravissime, ha attivato su tutto il territorio nazionale il numero verde 800 090 122 attraverso il quale un’equipe multidisciplinare di medici e professionisti potrà rispondere alle richieste dei genitori in difficoltà perché non possono parlare con i figli ricoverati. Il numero è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 15 alle 17.

Il 9 aprile la situazione nella provincia di Rovigo destava preoccupazione. Nella casa di riposo Sacra Famiglia di Fratta Polesine c’erano 26 ospiti disabili in isolamento perché positivi al virus dei quali uno guarito, tutti asintomatici e messi in sicurezza da un isolamento attuato in maniera rapida e corretta secondo l’Ulss 5 Polesana. Agli Istituti Polesani di Ficarolosu 214 dipendenti della struttura c’erano otto positivi, su 225 ospiti disabili 10 casi. Al residence di Ficarolo, struttura destinata ad anziani non autosufficienti, su 127 ospiti testati abbiamo due i positivi messi in isolamento.

Ma il caso forse più grave, emerso già a fine marzo, era quello del focolaio nell’istituto per disabili Oasi Maria Santissima di Troina (Enna), un paese di novemila abitanti nel parco dei Nebrodi: a oggi si contano 100 positivi e tre morti su 650 pazienti con disturbi mentali e 57 operatori della struttura infettati tra medici, personale paramedico e amministrativo. Scattava la richiesta di aiuto alla Sanità militare. Il ministero assegnava a quella emergenza 19 ufficiali e sottufficiali. Tutti i pazienti positivi al Covid19 venivano trasferiti in un reparto appositamente allestito.