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Infermiera libera professionista: ho abortito per dover lavorare.

Infermiera libera professionista: ho abortito per dover lavorare.

Una infermiera libera professionista ci racconta la sua tragica esperienza: l’affitto da pagare, le bollette, la gioia di un figlio in arrivo stroncata dalla ridicola cifra che offre la maternità in libera professione.

Giulia è un’infermiera libera professionista che lavora in Veneto, presso un centro prelievi e due diversi ambulatori. Le piace il suo lavoro anche se spesso tenta qualche concorso pubblico per stabilizzarsi. Convive con il suo compagno, magazziniere, con il quale divide affitto, bollette, spesa: una vita come migliaia di giovani coppie con tante spese, tanto sentimento ed i sogni che tutti hanno il diritto di vivere quando si è innamorati. La sua storia parte da Agosto 2017.

Giulia, la tua storia da cosa inizia?

Inizia da un test di gravidanza positivo. Era agosto e penso sia stato uno dei momenti più belli della mia vita. Da un anno scarso provavamo ad avere un bambino ma purtroppo avendo una tuba chiusa le difficoltà sono evidentemente molte.

Una gioia immensa ed un sogno che pare ingranare. I problemi sono cominciati con il lavoro giusto?

Esatto. Mi sono subito informata nel dettaglio come poter ottenere l’assegno di maternità per poter restare a casa dal lavoro. Ho interrotto immediatamente al centro prelievi per il rischio biologico e speravo di farlo anche con gli ambulatori che al momento erano comunque chiusi per ferie quindi pensavo di non ritornarci. Il problema è che se sei libera professionista la richiesta di maternità la puoi fare dal sesto mese di gravidanza.

Quindi i primi sei mesi se resti a casa non guadagni proprio niente: nessun assegno. Dal sesto mese invece?

Non funziona come per l’INPS. Ti viene erogato un assegno unico ma la cifra è ridicola: circa 5000 euro. Con i quali devi coprire gli ultimi 3 mesi di gravidanza e almeno i primi mesi dopo il parto. Una follia, sopratutto per tutte le spese che una persona deve sostenere durante la gravidanza e subito dopo.

Insomma i conti non tornavano. Ci puoi parlare di cosa è successo dopo che ti sei informata in merito?

Non potendomi permettere di perdere 6 mesi di lavoro per poi ottenere 5000 euro per i restanti 4/5 mesi, ho deciso di allentare ma mantenere almeno l’ambulatorio che mi consentiva più ore. Con quello facevo almeno 20 ore la settimana, era come un part time e almeno mi permetteva di tirare avanti. Il 28 di settembre però ho cominciato ad avere perdite di sangue e mi sentivo male. Ho vomitato tre volte da casa all’ospedale, a pochi minuti dall’ambulatorio. Arrivata al pronto soccorso sono svenuta e quando mi sono ripresa mi hanno detto che avevo perso il bambino. Più tardi dalle analisi del sangue hanno appurato che era stato colpa del citomegalovirus, preso probabilmente da qualche bambino che era passato in ambulatorio.

Ho guardato Matteo (il suo compagno, ndr) ed il mondo ci è crollato addosso.

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