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Emergenza Coronavirus. Tagli negli investimenti: ecco come il nostro sistema sanitario è caduto in ginocchio, soprattutto nel Meridione.

Egr. Direttore di AssoCareNews.it,

l’emergenza provocata dal Covid-19 ha messo in moto una corsa contro il tempo per garantire un’assistenza sanitaria organizzata ed efficiente. Si corre per aprire nuove strutture, nuovi reparti di terapia intensiva, si cercano ospedali da riaprire, si accorpano reparti, si trasferisce personale per fronteggiare l’emergenza, si convertono le aziende alla produzione di presidi di autoprotezione (DPI). Questi ultimi, poi, sono diventati per il governo e per taluni presidenti di regione uno strumento di propaganda: “Regaleremo mascherine ai cittadini!”

Io dico: PRIMA NOI! PRIMA GLI OPERATORI SANITARI che si trovano in trincea a fronteggiare l’emergenza, talvolta senza le dovute precauzioni.

Non dobbiamo dimenticare che per affrontare la pandemia si stanno assumendo per lo più nuovi precari, lavoratori “usa e getta” in funzione del Covid-19, da utilizzare per compensare la grave mancanza di operatori sanitari, particolarmente sentita nelle regioni del Sud. Questi lavoratori mettono a rischio la loro vita PER VOCAZIONE, MA ANCHE E SOPRATTUTTO PER UN POSTO DI LAVORO, nella speranza che il contratto di assunzione venga poi rinnovato. E invece cosa faranno le istituzioni? Li scarteranno quando l’emergenza sarà finita! È così, lo sappiamo: il contratto parla chiaro! Vergogna!! È per questo che, con le graduatorie aperte, numerosi operatori sociosanitari, pronti e preparati per lavorare, risultati idonei nelle graduatorie concorsuali, non vengono chiamati? Ne è un esempio eclatante quello che accade in Campania, dove molti sono in attesa di occupazione dopo essere entrati nelle graduatorie dell’AORN Cardarelli e dell’ASL Napoli 2 Nord. Perché non si scorrono le graduatorie a tempo indeterminato? Si preferisce assumere quelli che poi diventeranno “EROI DIMENTICATI”?

Io qualche giorno fa ho pubblicato un post con l’hashtag “STABILIZZACHITISALVA”, seguendo alcuni colleghi della mia città, perché sono fermamente convinto che chi per anni ha garantito il mantenimento dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e oggi sta fronteggiando l’emergenza mettendo a rischio la propria vita debba trovare, dopo anni e anni di precariato, una stabilità lavorativa, così come sono convinto che chi entra nel mondo del lavoro non dovrebbe più uscirne.

È per questo che non comprendo il motivo di creare altro precariato in un momento così critico: in tutta Italia si continua ad assumere con contratti temporanei per fronteggiare l’emergenza! Io dico: prima SCORRIAMO LE GRADUATORIE ESISTENTI, successivamente STABILIZZIAMO I PRECARI. Questo significa prevedere dei percorsi di inserimento per TUTTI i precari, perché non ci sono precari di serie A o B. Se, per ragioni logistiche, non c’è altra scelta, allora si può pensare di chiamare a supporto lavoratori a tempo determinato; ma ATTENZIONE: si devono prevedere delle valorizzazioni anche per loro, per chi ha accettato di lavorare in trincea e aiutare l’Italia a fronteggiare il male che oggi la affligge!!

Covid-19. Ciro Maraniello, infermiere dell’AORN Cardarelli: “Negli ultimi anni il governo ha operato tagli e sforbiciate su tre aree di primaria importanza per i cittadini, ovvero sanità, ricerca e università. Vogliamo parlare poi della rete di strutture per la cura delle malattie infettive? Anche qui, ci sono state riduzioni a volontà. Quando penso a noi operatori sanitari mi viene in mente una similitudine letta da qualche parte: siamo come l’ombrello quando c’è il sole, qualcuno può pensare che non serva e buttarlo via. Mi auguro che un’emergenza come questa faccia capire a chi di dovere che determinati settori non possono essere violati creando situazioni di squilibrio, perché questo comporta prima o poi il pagamento di un forte tributo, come sta succedendo in questo momento”.

L’emergenza coronavirus sta portando alla luce le conseguenze, ormai sotto gli occhi di tutti, dei continui tagli effettuati in passato. Il grave sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale (SSN) è documentato da molte fonti, non ultime l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la Fondazione Gimbe, Reforming. Gli studi economici focalizzano l’attenzione sull’analisi della spesa corrente, che in sanità è della massima importanza: sia per le retribuzioni del personale sanitario, sia per l’acquisto di prodotti (farmaci) e servizi. Tutte le fonti convergono nell’identificare un comune denominatore, il progressivo definanziamento del SSN; ricordano a questo proposito i meccanismi di riparto territoriale delle risorse e i bilanci sanitari regionali, sottolineando la più difficile situazione delle regioni del Sud, in termini finanziari e di esiti delle cure.

Gli studi includono anche analisi in merito alle dotazioni strutturali del SSN e delle sue articolazioni regionali, tenendo conto in particolare del numero di posti letto. Anche sotto questo aspetto appaiono vistose le differenze territoriali, soprattutto per gli effetti di sottofinanziamento e riduzione della spesa dovuti ai vari piani di rientro.

Ricordiamo, a questo riguardo, il famigerato e anacronistico “decreto 67” della Regione Campania, che calcola il fabbisogno di personale infermieristico sulla base dei soli posti letto! Per capire l’assurdità di questo metodo di calcolo, basti pensare alla situazione del Cardarelli prima del Covid-19. Per anni la struttura è stata afflitta da un tale sovraffollamento che i corridoi erano normalmente stipati di barelle, come riportato spesso dai giornali e da alcune reti televisive: ebbene, il decreto di cui sopra non conta le innumerevoli barelle come posti letto! Per caso i signori al governo pensano che i cittadini collocati sulle lettighe in mezzo ai corridoi o a volte nei cosiddetti “box” non siano lì per ricevere assistenza e cure essenziali? Non vengono forse in ospedale nella speranza di trovare soluzione ai loro problemi di salute??

Devo dire che noi lavoratori delle aziende sanitarie del Sud siamo ormai abituati a lavorare sotto stress e a fare straordinari su straordinari per colmare i vuoti, per garantire ai cittadini il meglio che possiamo offrire. Ma siamo ormai stanchi e, con l’emergenza sanitaria in atto, tutte queste situazioni deficitarie sono venute prepotentemente alla ribalta.

Può essere utile una riflessione sulla spesa per gli investimenti fissi nella sanità, riferita al Paese nel suo insieme e alle singole regioni.

Ciò è possibile grazie al sistema dei Conti Pubblici Territoriali, che si occupa di misurare e analizzare i flussi finanziari di entrata e di spesa delle amministrazioni pubbliche e di tutti gli enti appartenenti alla componente allargata del settore pubblico. Sono disponibili i dati di cassa dal 2000 sulla spesa per investimenti pubblici in sanità, in valori costanti e consolidati per livello di governo; una analisi più estesa è disponibile su www.eticaeconomia.it.

Di che tipo di investimenti parliamo? Più della metà della spesa riguarda l’edilizia, gli arredamenti sanitari e gli automezzi; buona parte del resto è riservata all’acquisto di attrezzature scientifiche e sanitarie nonché di macchinari: proprio i presidi e gli strumenti che alla fine sembrano mancare.

Il profilo della spesa in termini reali è costante fino al 2007, e si aggira intorno a 2,8 miliardi; è crescente poi per un breve periodo fino al 2010, anno in cui tocca i 3,4 miliardi. Decresce quindi in modo importante, fino al valore minimo di 1,4 miliardi nel 2017, valore che è del 60% più basso rispetto a quello registrato nel 2010. Dal 2012 la spesa è inferiore a quella dell’anno 2000. Un vero e proprio tracollo. Stando alla Corte dei Conti, la porzione di spesa pubblica riservata al settore sanitario sarebbe nettamente inferiore (se debitamente rapportata al Pil di riferimento) rispetto a quella di Germania (meno di un terzo), Francia, Spagna e Portogallo (circa la metà).

La spesa per investimenti in sanità in questi 18 anni è stata poi molto squilibrata territorialmente. Dei 47 miliardi totali, oltre 27,4 sono toccati alle regioni del Nord, 11,5 a quelle del Centro e 10,5 al Mezzogiorno. In termini pro capite, a fronte di una media nazionale annua di 44,4 euro, la spesa destinata al Nord-Est è stata di 76, 7 euro (cioè di ben tre quarti più alta), mentre nelle isole è stata pari a 36,3 euro e nel Sud continentale a 24,7 (ovvero poco più della metà). Al Centro e al Nord-Ovest le cifre sono molto vicine alla media, ma vi sono differenze interne alle grandi circoscrizioni.

I valori sono straordinariamente alti in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Vi è invece un gruppo di regioni con livelli di investimento pari a circa la metà della media nazionale: Puglia, Molise, Campania e Lazio. Può essere interessante comparare i flussi degli investimenti con il livello delle dotazioni e dei fabbisogni infrastrutturali delle diverse regioni. È un ambito molto complesso da analizzare per via della difficoltà a stabilire con precisione indici di dotazione infrastrutturale: essi dovrebbero tenere conto, per esempio, tanto delle dotazioni di macchinari quanto del loro invecchiamento. Un confronto di massima può essere compiuto utilizzando l’indicatore sintetico di divario di fabbisogno infrastrutturale delle regioni italiane, calcolato per il 2006 da Banca Intesa-Fondazione CERM elaborando 19 diverse variabili.

Il quadro nel 2006 mostrava una dotazione maggiore nelle regioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Sud. Questo dato può essere confrontato con l’intensità degli investimenti pubblici (espressi in valore pro capite) per il 2007-17. Si scopre così che l’intensità di investimento è stata maggiore nelle regioni che avevano già una maggiore dotazione, ampliando ulteriormente i divari: una vera assurdità.

Colpiscono i dati particolarmente negativi di Calabria e Campania.

L’arretratezza delle strutture, il numero sottodimensionato di professionisti e l’invecchiamento di strumenti e apparecchiature diagnostiche hanno ripercussioni sull’attività e sulla spesa corrente: erogare gli stessi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) con una minore dotazione strutturale costa di più e garantisce una qualità inferiore. La situazione nel complesso ha quindi conseguenze nefaste per i cittadini.

Appare verosimile poi che queste tendenze, avendo aumentato e quindi aggravato le disparità di dotazioni fra le regioni, abbiano concorso a ridurre l’efficacia dei sistemi sanitari di alcune grandi regioni del Sud, contribuendo alla mobilità in uscita dei pazienti; mobilità che, rappresentando un costo per le regioni di provenienza, può a sua volta renderne più stringenti i vincoli finanziari.

Si può immaginare e auspicare, alla luce della drammatica diffusione epidemica che stiamo vivendo in queste settimane, che nei prossimi anni vengano investite risorse molto maggiori non solo per il personale ma anche per attrezzature e presidi di vario genere nel SSN; e che esse siano volte a potenziare le strutture in tutte le regioni ma particolarmente in quelle che, quantomeno negli ultimi anni, sono state con tutta evidenza penalizzate, in primis le regioni del Sud, tra cui spicca la Campania.

Ciro Maraniello, Infermiere AORN Cardarelli