Legge 180: quando Basaglia cambiò per sempre la psichiatria

Legge Basaglia: una vera rivoluzione
Legge Basaglia: una vera rivoluzione

Legge 180: trionfo Basaglia!

Sono passati 40 anni dall’approvazione della Legge Basaglia, omonima del medico rivoluzionario che ha cambiato per sempre la visione della psichiatria e delle persone con disturbi psichiatrici.

Il 13 maggio 1978, dopo solo venti giorni di discussione parlamentare, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone firmò la legge 180 (nota anche come legge Basaglia) e l’Italia, a distanza di settantaquattro anni, da quel lontano 1904, aveva finalmente una nuova legislazione in materia di assistenza mentale.

Fu un iter rapidissimo, in netta controtendenza con la consuetudine della politica italiana, una corsa contro il tempo, una vera e propria impresa.

Quando nel dicembre del 1977 il relatore, lo psichiatra democristiano Bruno Orsini, depositò la sua proposta di legge, non immaginava certo che la stessa sarebbe stata approvata solo sei mesi dopo.

La poetessa Alda Merini che in manicomio passò 8 anni della sua esistenza, dedicò una poesia al medico rivoluzionario che, per primo, non considerò le persone affette da psicosi alla stregua di pazzi da tenere lontano dalla società. 

Secondo Basaglia i malati di mente, erano, appunto, persone malate ed un medico aveva l’obbligo di curarli.

Non si trattava di cose da rinchiudere, da sedare o da legare, ma di persone fragili che avevano bisogno che qualcuno li aiutasse a ristabilire l’ordine delle cose restituendo coraggio a chi aveva perso il filo della propria esistenza.

E’ stata questa la grande rivoluzione di Basaglia, cambiare la natura della malattia grazie ad un nuovo metodo terapeutico che non considerava più il malato un individuo pericoloso, ma un essere del quale devono essere sottolineate, anziché represse, le qualità umane.

Il malato, quindi, per guarire, aveva bisogno di mettersi in relazione col mondo esterno dedicandosi al lavoro ed ai rapporti umani.

Il problema maggiore fu che, quando la legge 180 venne approvata, i pazzi si ritrovarono catapultati in un mondo che non conoscevano e soprattutto all’interno di una contesto culturale e sociale ancora non pronto, non preparato ad accoglierli.

Oggigiorno nel nostro Paese la rete dei servizi di cui fanno parte i Centri di Salute Mentale, i centri diurni e le strutture residenziali, conta 3.791 strutture in cui lavorano 29.260 dipendenti (57,7 ogni 100 mila abitanti).

Molto è delegato al volontariato ed alle tante associazioni che si prendono carico di queste persone. Alle terapie cognitive comportamentali vengono spesso affiancate attività ludico ricreative che aiutino il paziente ad uscire dal proprio universo così ingombrante.

Sul territorio nazionale, ad esempio, esistono decine di compagnie teatrali che si adoperano ad utilizzare la finzione scenica come luogo di guarigione, spazio e tempo per trovare il modo perché gli spettri della mente restino in scena ed escano dal quotidiano. 

Importante, poi, è la riappropriazione della sfera lavorativa: insegnare ad un malato a cucinare, riparare mobili o costruire oggetti è il passaggio inclusivo più importante verso l’uscita dal buco nero del disagio mentale.

La malattia psichica, del resto, ha diversi gradi e declinazioni ed identificarne contorni e caratteristiche è il primo passo per uscirne.

Basaglia, 40 anni fa, lo aveva capito ed i suoi discepoli seguendo la cosiddetta Antipsichiatria (la corrente di pensiero di stampo anglosassone cui Basaglia aveva aderito) cercano di lavorare educando le comunità terapeutiche.

Non basta, infatti, curare il malato, ma bisogno operare a livello terapeutico sul contesto sociale nel quale la persona vive che si tratti della famiglia, del posto di lavoro o della scuola.

Insegnare alla società ad approcciare il disagio psichico era l’utopia di Basaglia visto che, al momento, la malattia mentale viene vista ancora con diffidenza e paura poiché non compresa.

Franco Basaglia amava ricordare: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

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