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Coronavirus: l’epidemia ha fatto emergere il mancato rispetto che la nostra società esercita verso i nostri anziani.

Coronavirus: mentre il mondo cerca di percorrere le vie della prevenzione, della cura e della ricerca, l’epidemia ha fatto emergere una delle verità più crude che regola la nostra società.

Non siamo tutti uguali.

Seguendo le leggi naturali, il più forte sopravvive. Ma questo pone il più forte di fronte ad un dubbio che naviga tra conscio e subconscio e che porta a scelte moralmente dicotomiche tra civile ragione e istinto.

Questo dubbio è: il più forte deve procedere nella via esistenziale o si fa carico del debole per proseguire insieme?

La nostra società, dopo secoli di rivoluzioni e rivendicazioni sociali, ragionamento filosofico e anche teologico, è improntata vistosamente verso la civil ragione, in questo caso espressa nell’assistenza al più debole (economica, sanitaria, sociale etc. etc.).

Ma realmente non lasciamo indietro nessuno?

L’esternazione del primordiale istinto di sopravvivenza genera dei gran bei paraocchi utili a distrarre coscienza e senso di giustizia.

Declinando questo etereo alla situazione Coronavirus, la strage delle RSA è una conseguenza di una struttura sociale che non trova posto per gli anziani. Non si parla di posto fisico ma di posto sociale, ovvero di ruolo all’interno della nostra società, fatta di soggetti forti (o meno vulnerabili al virus).

La delega totale alle RSA da parte del sistema porta tra le voci aree quali dignità, sicurezza, salute e altre che per loro natura sono indelegabili se non condizionate da un attento e preciso controllo.

L’istinto di sopravvivenza ci porta però a marciare in avanti, senza rimpianti e senza guardarci addietro. E fu così che il controllo che sarebbe da pretendere e, a sua volta, da controllare da parte dei parenti, viene meno.

Questo istinto di fatto ci porta a delegare senza condizioni, se non quello che la mia marcia sia il più incondizionatamente libera possibile.

A questo si mescolano poi altri processi più o meno inconsci che i dottori in psicologia saprebbero ben spiegare e sui quali quindi non ci soffermeremo. Ma che esistono e portano all’incoerenza morale la nostra struttura sociale e politica.

Abbiamo un sistema infatti che trova normale sgravare il dolore della morta a seconda dell’età del defunto.

Si pubblicano i bollettini giornalieri di questa epidemia oscurando l’identità ma lasciando intatta l’età. Quasi a giustificarne il decesso, quasi a dire: “Niente panico, erano anziani”.

Quanto è disumano questo processo?

E per quanto sia importante per i vivi allontanare la morte dalla vita, questo non può avvenire senza sacrificare il maturo rispetto verso le persone, verso la loro dipartita e verso la morte stessa.