Infermiera sola con 102 pazienti: quando la professione finisce sotto i piedi!

La storia di Michela Z., ex-infermiera libero professionista e il suo incubo professionale vissuto in una casa protetta tra Toscana ed Emilia Romagna.
La storia di Michela Z., ex-infermiera libero professionista e il suo incubo professionale vissuto in una casa protetta tra Toscana ed Emilia Romagna.

La testimonianza

Nel 2016 intervistai una collega Infermiera che lavorava con Partita IVA in una casa protetta ubicata sui monti tra Emilia Romagna e Toscana. La storia fu pubblicata su un altro quotidiano che all’epoca dirigevo e fece allora, come oggi, molto scalpore perché rappresentò una denuncia sulle condizioni di lavoro di tanti Infermieri precari o figli di nessuno (i liberi professionisti). Oggi possiamo svelare il suo nome: Michela Z.. 27 anni compiuti da poco. 

La nostra interlocutrice attualmente lavora nel pubblico con il tempo indeterminato. Da qualche mese ha superato il periodo di prova e attualmente è una professionista molto apprezzata in sala operatoria come strumentista.

Sola con 102 pazienti

Michela, dicevamo, lavorava in una Casa Protetta convenzionata con il Sistema Sanitario Regionale dell’Emilia Romagna e di fatto facente capo al SSN. A sua disposizione non 70, ma 102 pazienti. Avevo indicato un dato sbagliato per garantire la privacy e la vera identità della collega che all’epoca ci rilasciò dichiarazioni al vetriolo. Il mio ex-quotidiano utilizzò la sua vicenda per fini meramente pubblicitari allo scopo di spingere i suoi lettori ad acquistare le offerte e i servizi assicurativi di un noto broker italo-inglese.

Oggi voglio ridare dignità a quella vicenda, nella speranza che inizino a cambiare le cose. A distanza di 6 mesi dalla nascita dell’Ordine nazionale degli Infermieri (FNOPI) molto è cambiato dal punto di vista professionale, ma tanto deve ancora essere modificato. Gli Infermieri chiedono più garanzie, più sicurezza, più riconoscimenti sociali, culturali e perché no anche economici.

Michela aveva un contratto che rasentava la schiavitù. Chiaramente un abuso legalizzato dalle Leggi Fornero e dalla mancanza di qualsivoglia reale controllo sulla conduzione di queste case protette, spesso gestite da coordinatori di struttura improvvisati o impreparati dal punto di vista socio-sanitario-assistenziale e persino umano.

Al lavoro senza ferie, senza smonti e senza riposi: tutta la disumanità nella precarietà parastatale

A lei non erano permessi infortuni, ferie, malattie. 14 ore di lavoro al giorno, quando andava bene, che sfioravano le 20 ore in momenti di particolari esigenze gestionali. Nessun riposo, doppi e tripli turni consecutivi. In queste condizioni di stress e di assenza di qualsivoglia principio di correttezza nei rapporti tra datore di lavoro e collaboratore la nostra doveva garantire l’assistenza a 102 anziani con poli-patologie altamente invalidanti, demenze e disabilità gravi.

“Un vero lager per noi Infermieri, ma anche per gli OSS e per gli stessi pazienti – ci diceva  Michela Z. – tutti sapevano, compreso i parenti, ma nessuno interveniva, anche perché i proprietari erano noti imprenditori e politici della zona. Io non potevo protestate e quando ho avuto il coraggio di farlo sono stata subito allontanata. I sindacati, tutti, mi hanno detto che non potevano far nulla. All’IPASVI, oggi OPI, non mi hanno voluto ascoltare. Nonostante lo sfruttamento della manodopera i pazienti venivano trattati bene”.

Protagonista della storia che stiamo per presentarvi è Michela (la chiamiamo così per tutelare la sua privacy), 24 anni, Infermiera con Partita IVA non per scelta ma per imposizione. Oggi è a tutti gli effetti un Infermiere Libero Professionista, è iscritta regolarmente alla cassa previdenziale Enpapi e al Collegio Ipasvi della sua provincia di residenza.

Michela proviene dal Sud dell’Italia, da Foggia, e da sempre, fin da bambina, ha avuto modo di valutare l’importanza del lavoro e della sicurezza economica. Tranne la breve parentesi universitaria. Per i 2 anni da è stata costretta ad isolarsi dagli amici di università, dagli affetti familiari, dalla vita pubblica e sociale: per oltre la metà delle sue giornate era impegnata ad accudire i suoi 102 pazienti, quasi tutti ultra-ottantenni. La sua struttura era sperduta nei boschi tosco-emiliani. Per raggiungerla non era facile. Poche indicazioni, invisibili di notte. Poi all’arrivo un grande e pesante cancello e un’altra recinzione che isolavano di fatto la residenza assistenziale dal resto del mondo. Buia e cupa all’esterno, perfettamente in ordine e moderna all’interno.

Michela lavora fianca a fianco con degli Operatori Socio Sanitari stranieri, quasi tutti provenienti da Equador e Filippine. Ogni 13 ore si dà il cambio con la collega Agata (nome fittizio), 29 anni, proveniente dal ricco Veneto, che in mancanza di altro lavoro cerca di tenersi stretto l’unico che ha trovato. Un po’ come Michela.

I turni di lavoro erano massacranti

Michela come erano organizzati i turni di lavoro?

“I turni erano ridicoli: la mattina (ore 8.00 – 13.00) in struttura c’erano 1 Infermiere e 4 OSS (igiene, medicazioni, terapia, alimentazione); nel pomeriggio (ore 13.00 – 24.00), 1 Infermiere e 2 OSS (terapia, alimentazione); la notte (ore 24.00 – 8.00), 1 Infermiere e 1 OSS (terapia, alimentazione, preparazione farmaci giorno successivo, vigilanza notturna). L’Infermiera che faceva la mattina era costretta a fare anche la notte (13 ore) e poi il pomeriggio successivo (11 ore). Se tutto andava bene si riusciva a riposare 4-5 ore al giorno e/o un’oretta durante le ore notturne. Gli Operatori Socio Sanitari erano trattati come noi, anche se lavorando in 4 riuscivano ad avere una giornata libera a settimana. Le figlie di nessuno eravamo noi Infermiere”.

Le paghe da fame e i rimborsi obbligatori in nero 

“Prendevamo paghe misere. I miei colleghi liberi professionisti che lavoravano tra Igea Marina, Sant’Arcangelo di Romagna e Cesena guardavano dai 15 alle 21 euro lordi all’ora. In quella struttura ci retribuivano con 11 euro lorde/orarie. Eravamo pagati medo degli operai della FIAT. In due anni no totalizzato 750 giorni di lavoro e non vi dico il monte ore. Una parte delle prestazioni venivano pagate con regolare fattura, il resto con fittizi rimborsi spese. E purtroppo il meccanismo è così rodato che non è possibile divincolarsi, anche perché ne deriverebbe una immediata rescissione contrattuale. I patti tra i gestori della struttura e i loro sottoposti venivano messi in chiaro fin dal primo colloquio di lavoro. Per ragioni comprensibili ed intuibili c’era un continuo cambio di personale. A tutti veniva chiesto di firmare anticipatamente la propria lettera di dimissione e la rinuncia a qualsiasi compenso, comprese le ultime due mensilità, che di fatto corrispondeva ad un licenziamento preventivato in caso di proteste. Eravamo delle schiave, delle sguattere con la laurea”.

Come veniva remunerata Michela?

1) 50% delle ore vengono pagate mediamente 10 o 11 euro (11 sabato, domenica e festivi);

2) il resto con rimborsi spese non reali per impegni di lavoro lontani anche 100 Km dalla sede.

Il lordo che percepiva Michela sul proprio conto corrente era di circa 2200 euro, che doveva bastare per pagare tasse, cassa previdenziale ENPAPI e commercialista.

“Non restava nulla per me, a volte non avevo nemmeno i soldi per la benzina e li chiedevo ai miei – ci riferisce oggi la nostra interlocutrice – pagavo parte dell’affitto e mangiavo quello che potevo. Ci davano un alloggio della struttura con circa 150 euro di trattenute mensili. Tutti i giorni volevo scappare di là, ma poi pensavo ai pazienti e al lavoro che altrove non si riusciva a trovare. E speravo nel Concorso per Infermieri, poi vinto con la forza della disperazione”.

In caso di necessità per malattia, infortunio o ferie?

“Per gli Infermieri Liberi Professionisti non esistono tutele in Italia. Se stai bene lavori, se non stai bene te ne resti a casa senza paga. Per un Infermiere dotato di P.IVA, al di là delle dichiarazioni entusiastiche dell’ENPAPI, non esiste la possibilità di farsi male, di avere un lutto, di studiare, di partecipare ad un evento, anche di natura formativa. Lo fai se sei a riposo, quando capita il riposo, altrimenti rischi il lavoro. Le assicurazioni coprono fino ad un certo punto”.

Com’era organizzato il lavoro e com’erano gli alloggi in struttura?

“La casa protetta era ed è formata da 50 stanze: 40 doppie/triple e 10 singole. Le doppie costano mediamente un 20% in meno delle singole (25% per le triple). Chi pagava di più meglio stava. L’Infermiera non aveva e penso non abbia un vero carrello della terapia, tanto meno delle medicazioni. Tutto veniva preparato in una stanza e ogni volta bisognava fare su e giù per i piani per consegnare i farmaci o somministrarli direttamente la terapia. Il resto era affidato alla bontà degli Operatori Socio Sanitari, che, nonostante la legge non lo permetteva e non lo permette tutt’oggi, davano una mano come potevano. Gli OSS ci aiutavano a somministrarla la terapia e a volte a triturarla dove era necessario. Ovvio dire che la possibilità di commettere errori nella preparazione e nella somministrazione dei farmaci era altissima. Spero sia cambiato qualcosa nel frattempo. La terapia del giorno dopo veniva preparata dall’Infermiera della notte e posta in bicchieri di plastica su cui era indicato il numero della stanza, il nome dell’assistito e l’orario di somministrazione. La somministrazione orale dei farmaci si svolgeva in 3 orari differenti (8.00 – 12.00 – 20.00). Oltre alla terapia orale c’era anche quella infusiva e la nutrizione enterale/parenterale. Non vi era alcun controllo. Chi somministrava la terapia lo faceva fidandosi della collega e accollandosi il rischio di errori di preparazione della stessa. La terapia veniva quasi sempre triturata, quindi chi veniva dopo non poteva avere la certezza che i farmaci sminuzzati erano poi quelli prescritti. Intanto dovevi somministrarli e sperare che non succedesse nulla di strano. Le medicazioni venivano lasciate al caso, attribuite agli OSS o spesso non fatte, con lesioni che peggioravano in maniera irreversibile anche in poche ore. Non ci passavano le medicazioni avanzate e spesso dovevamo inventarci come intervenire su LDD e su ferite di varia natura”.

Qualcosa di positivo c’era?

“Con il senno di poi si: il clima di lavoro tra noi era ottimo, ci aiutavamo a vicenda, forse per la forza della disperazione e per la voglia di non fare del male ai nostri assistiti, vere vittime di questa situazione al limite dell’incredibile”.

 Grazie michela!

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