Infermiera: assunta in ASL mi sono licenziata dopo un mese, sono tornata a lavorare in ASP e soprattutto a vivere.

Pronto Soccorso Ravenna: OSS dicono no a turni di 6 ore, Infermieri continuano sperimentazione.

Pubblichiamo la lettera di Silvia, Infermiera di 42 anni, che dopo essersi fatta assumere nell’Azienda Sanitaria Locale si è dimessa tornando nell’Azienda Servizi alla Persona.

Carissimo Direttore di AssoCareNews.it,

ho appena letto il servizio della vostra testata relativo al demanzionamento degli Infermieri tra ASP e ASL. Posso confermare che i dati da voi pubblicati corrispondono alla mia esperienza di vita. Dopo 20 anni di lavoro nelle case di riposo comunali, poi IPAB e attualmente ASP avevo deciso di cambiare aria e di provare l’esperienza dell’Ospedale pubblico. Così mi sono attivata per vincere il concorso nella mia ASL, ho studiato giorno e notte e mi sono aggiornata su tanti argomenti.

Alla fine sono riuscita a vincerlo il Concorso e mi sono piazzata tra le prime vincitrici. Una gioia immensa per me e per la mia famiglia. Gongolavo, ero strafelice. Il sogno però è durato poco. Infatti, dopo essere stata chiamata dall’Azienda Sanitaria per la firma del contratto mi sono state proposte due scelte: lavorare in ambito Chirurgico o provare la strada della Medicina. Ho preferito la prima, visto che in ASP mi occupavo di lesioni cutanee e di wound care.

Già dopo la prima settimana di inserimento ho capito che in Ospedale, una nota struttura in Emilia Romagna, i colleghi non se la passavano bene. Spesso erano costretti a fare l’igiene a letto ai pazienti e si occupavano persino di somministrare pasti. Cosa che nell’ASP non accadeva. Per un po’ mi sono sentita basita e disorientata. Mi sono chiesta più volte: “sicuro di aver fatto la scelta giusta?”. Ho provato ad andare avanti. Alla seconda settimana mi hanno letteralmente gettata in reparto in autonomia, senza un affiancamento fatto bene. Mancava il personale e per il Coordinatore Infermieristico io avevo già l’esperienza di 20 anni per potermela cavare da sola.

Alla terza settimana la catastrofe. Una Operatrice Socio Sanitaria mi rimprovera con tono altezzoso davanti ai parenti: “perché non hai dato da mangiare alla paziente del letto 12? Ora te la vedi tu con lei, noi abbiamo da fare!”. Peccato che stessi preparando e somministrando la terapia e peccato per lei che fossi di cattivo umore quel giorno. Ho aspettato la fine del turno, mi sono messa al computer e ho scritto una lunga missiva al Coordinatore Infermieristico e alla Dirigenza Infermieristica, Amministrativa e Sanitaria dell’ASL.

L’indomani sono stata convocata dapprima dal Coordinatore, poi dalle tre Direzioni. Mi hanno chiesto che cosa era successo di così grave e io ho esposto loro il mio punto di vista:

  • il rimprovero di una OSS, personale di supporto all’infermiere, che ho subito valutato fuori luogo e fuori da ogni concezione di lavoro in equipe; per giunta effettuato davanti ai parenti;
  • la confusione dei ruoli;
  • la presupponendo del personale di supporto;
  • la contravvenzione dei codici di comportamento interni all’equipe assistenziale.

Sapete cosa mi hanno risposto tutti e quattro? Sembrava di assistere ad una registrazione ripetuta più volte: “la Chirurgia non ha OSS a sufficienza e i pazienti vanno alimentati, vista l’emergenza anche l’infermiere se ne deve occupare”. Non faceva una piega il loro discorso, peccato che l’emergenza non era affatto tale e che il numero di Operatori Socio Sanitari in servizio era sufficiente e lo è ancora per affrontare l’intero piano di lavoro in tranquillità.

Mi hanno riso in faccia quando ho detto loco che le attività domestico-alberghiere sono proprie dell’OSS e che in ASP queste cose non accadono, se non in rari casi di necessità assistenziali, di verifiche diagnostiche e di valutazioni di deficit degli ospiti. Insomma solo quando l’Infermiere fa l’Infermiere.

Ho continuato a lavorare in quel reparto per altri 10 giorni, poi ho deciso di staccare la spina, mi sono licenziata e ho chiesto all’Azienda Servizi alla Persona di tornare a lavorare in struttura. Ero in pieno periodo di prova, in aspettativa e potevo tranquillamente beneficiare dei miei diritti.

L’ho fatto e da allora tutti i giorni benedico la mia mano, la stessa che ha firmato l’auto-licenziamento dall’ASL. Oggi in ASP mi è stato dato un ruolo di rilievo. Per l’azienda mi occupo di pianificare e di gestire le lesioni cutanee, faccio un lavoro statistico e pratico al tempo stesso e riesco a dedicare più tempo a questi “nonnini”.

In conclusione, chiedo a chi leggerà questa mia missiva di venire a vedere cosa facciamo in ASP e perché l’Infermiere dell’Azienda Servizi alla Persona può definirsi realmente indipendente. Qui l’autonomia è cosa tangibile e non un lontano sogno che mai si realizzerà.

Silvia, Infermiera.

* * *

Carissima Silvia,

ti ringrazio per la tua lunga disquisizione. In qualche modo ho fatto il tuo stesso percorso professionale, passando dalle Aziende ospedaliere alle ASL e giungendo in ASP. Mi spiace per quello che t è accaduto in Chirurgia, ma magari è solo un caso, in altri reparti si saresti trovata meglio. O forse no. Fatto sta condivido a pieno la tua analisi e spesso mi rendo conto che le dirigenze infermieristiche e mediche della Aziende Sanitarie Locali sono molto lontani dalla base operativa degli Infermieri. Ci arrivano continue comunicazioni di colleghi che dopo aver vinto concorsi in Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto e dopo essere stati assunti hanno preferito licenziarsi anziché sottostare a regimi lavorativi al limite dell’umano. Continua a seguirci e buona fortuna per tutto.

Angelo Riky Del Vecchio, direttore quotidiano sanitario AssoCareNews.it

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