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Giovanni Formiconi è un Infermiere che ha combattuto in prima linea contro il Coronavirus. Fa 50 giorni è in quarantena coatta per successivi tamponi positivi. Le Marche non lo vogliono, lui si indigna e si indigna con lui tutta la professione.

«Guardi, lei vive in Lombardia quindi lì deve rimanere. Noi la responsabilità di prenderla in carico non la vogliamo». Grazie e arrivederci a quando sarà negativo. E’ quanto reso noto al collega Francesco Gastaldi sul Corriere della Sera l’Infermiere Giovanni Formiconi, 24 anni, iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Ancona.

Il protagonista dell’incredibile storia di burocrazia non è solo uno dei (purtroppo ancora molti) «debolmente positivi» che da settimane, chi addirittura qualche mese, è rimasto incastrato sul saliscendi del doppio tampone: il primo negativo e il secondo che conferma ancora tracce del virus. A Giovanni è successo finora sei volte, con dodici tamponi totali effettuati dal 7 giugno fino a ieri e una striscia di 50 giorni di quarantena forzata. Il Covid-19 gli ha lasciato qualche strascico per una settimana prima della serie infinita di giorni in isolamento, a causa di un residuo di carica virale che di sparire, per ora, non ne vuole sapere.

I primi sintomi di Coronavirus.

Ma il caso di Giovanni è diverso. È un infermiere, in un grosso ospedale pubblico milanese, e dunque uno degli «eroi» che per quattro mesi hanno completamente ribaltato le loro vite per curare i malati e tappare i buchi dei colleghi che s’infettavano e si ammalavano. È giovane, giovanissimo — 23 anni —, appena laureato in scienze infermieristiche e dunque al primo lavoro in assoluto. Non è assunto a tempo indeterminato, è un libero professionista, un Co.co.co.: nessuna tutela, niente malattia professionale e, se non lavora come negli ultimi due mesi, nessuno stipendio. Durante l’emergenza ha operato in un reparto misto, restando a contatto prolungato anche con malati Covid. Il 6 giugno sono comparsi i primi sintomi («tosse, inappetenza, perdita di gusto e olfatto, non ho mai avuto dubbi che non fosse un’influenza») e la conferma di essere positivo al coronavirus. In una settimana è guarito, però da allora non si è mai negativizzato. Giovanni vive a Milano per lavorare, ma è residente a Senigallia, nelle Marche. Prima di infettarsi aveva deciso di traslocare in un’altra casa, pur restando sempre nella metropoli, ma in condivisione con altri coetanei e quindi meno dispendiosa. La quarantena lo ha inchiodato nel vecchio alloggio, con il risultato che ora, senza stipendio, deve mantenerne due. «A Milano è assolutamente impossibile — dice lui —: ciò che ho guadagnato nel primo anno di lavoro l’ho già bruciato e per mantenermi mi aiutano i miei genitori. Ma non è giusto». Lui, bloccato nel limbo dei «debolmente positivi» (storia simile a quella della bimba di Milano di 4 anni che da quattro mesi non riesce a liberarsi delle tracce del virus) vuole tornare a casa sua, nella Marche, dai genitori. Ma è rimasto prigioniero nella guerra burocratica fra due regioni che sul tema la vedono in maniera opposta. La sanità lombarda, vista la «probabilità zero di contagiare», gli darebbe il via libera per tornarsene a casa e finire l’isolamento a Senigallia fino a quando non otterrà il doppio tampone negativo. Ovviamente con tutte le precauzioni del caso e «in una situazione che mi consentirebbe di restare isolato senza creare problemi a nessuno».

Lo stop dalla Regione Marche.

Le Marche invece non lo vogliono. «Troppo pericoloso, non ci prendiamo la responsabilità». Anche più lapidaria la risposta alle preteste sulla situazione economica: «Non è un nostro problema, parli con la Lombardia». «Mi sembra di essere finito in un girone dantesco — racconta lui —: passo le giornate al telefono rimbalzato da un ufficio all’altro senza fare un solo progresso». Lo aiutano due dottoresse dell’Ats che hanno preso a cuore il suo caso cercando di convincere l’Asur (azienda socio sanitaria) marchigiana che Giovanni non è contagioso: «Ma non ne vogliono sapere». Ricorrere al suo Comune? Non se ne parla («non voglio apparire l’untore della situazione nella mia città»). Ieri ci ha provato con il governo scrivendo al ministro della Salute Speranza: «Ministro non sono contagioso ma impantanato in un grigio legislativo: non sarebbe il caso di aggiornare una normativa che prevede doppio tampone negativo e che già a fine giugno l’Oms ha dichiarato pratica superflua e non più attendibile?». Aspettando il ministro ieri l’infermiere ha fatto il suo dodicesimo tampone. Sia mai che sia la volta buona.