Lungo il Ponte Morandi, tra Voltri e Ospedale Galliera di Genova

Il mio ricorso del tragitto lungo il Ponte Morandi, tra Voltri e Ospedale Galliera di Genova.
Il mio ricorso del tragitto lungo il Ponte Morandi, tra Voltri e Ospedale Galliera di Genova.

Ho attraversato il Ponte Morandi centinaia di volte tra il 2015 e il 2016, quando lavoravo come Infermiere presso l’Ospedale “Galliera” di Genova. Vivevo a Voltri e tutti i giorni mi recavo nella città metropolitana genovese per prestare la mia opera in Neurologia. Tante volte ho tremato, bloccato su quel ponte in balia dei venti e dei crepitii.

Non dico che è una tragedia annunciata, ma spesso mi sono chiesto se quel ponte (meglio dire quei ponti, perché la Liguria e Genova in particolare sono pieni di strutture pontili) poteva resistere a lungo. Quell’Autostrada era ed è molto frequentata. Migliaia e migliaia di auto, camion, pullman, moto ci transitano in entrambe le direzioni ogni ora per raggiungere Genova, Ventimiglia o la Lombardia.

Proprio nell’area della tragedia più volte si sono presentati blocchi della circolazione, dovuti ad incidenti stradali nei pressi dello svincolo verso Sampierdarena. Tante volte ho dovuto chiamare in reparto per dire che ritardavo per il transito bloccato, tra lo sconforto dei colleghi inermi.

Quando mi capitava di star fermo con l’auto su quel ponte non vedevo l’ora di scappar via. Era impossibile farlo. In nessun modo si poteva tornare indietro. Non mi restava che aspettare, guardare, ammirare l’immensità di quell’opera, ma anche la sua pericolosità. 

Più volte mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se il ponte fosse crollato. Da un lato c’era la ferrovia, dall’altro tante abitazioni. L’altezza della struttura era da capogiro.

Una volta mi sono tolto il lusso di scendere dall’auto e guardar giù arrampicandomi sulle barriere protettive: un panorama da capogiro, ma manche la sensazione di essere sospesi per aria e l’incapacità di poter abbandonare quell’arteria (una trappola in aria) .

Così ieri quando ho sentito della tragedia sono rimasto pietrificato per alcuni minuti. Immaginavo me su quel ponte, alle fermate obbligate, agli incidenti avvenuti di là a qualche metro, a quando non potevo andare in reparto a prestare la mia opera da Infermiere. In più occasioni ho notato l’ondulare eccessivo della struttura, i suoi crepitii, gli avvallamenti sul manto stradale. 

In reparto più volte mi sono fermato a parlare con i colleghi sulla pericolosità del Ponte Morandi o di Brooklyn come lo chiamano i genovesi. E loro mi parlavano di altri ponti, di altre arterie, di gallerie molto più pericolose. Incidenti stradali e i soccorsi per i sinistri in autostrada erano all’ordine del giorno.

Rimanere bloccati per minuti e ore su quel ponte, tuttavia, vi assicuro che non è stato bello e non lo è alla luce di quanto accaduto. Oggi il Ponte Morandi non c’è più, è crollato, si è portato via decine di vittime, tre bambini e anche una collega.

Alla splendida Marta Danisi, che ho avuto modo di conoscere, Infermiera deceduta durante il crollo porgo il mio semplice arrivederci, ai suoi familiari esprimo il cordoglio mio personale e di tutta la redazione di AssoCasreNews.it. Allo stesso modo mi dico e ci diciamo vicini alle famiglie colpite da questa immane tragedia e a tutti coloro che si sono trovati a non aver più una casa per la cattiva gestione di chi doveva e deve tutelarli (Autostrade d’Italia).

Ho amato ed amo la Liguria, ma tutte le volte che ci ritorno penso sempre a quei ponti e alla necessità di controllarli.

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