Infermiera abbandona la professione: con lei il 46% dei colleghi prima della pensione.

Infermiera abbandona la professione: con lei il 46% dei colleghi prima della pensione.
Infermiera abbandona la professione: con lei il 46% dei colleghi prima della pensione.

La testimonianza apparsa sul quotidiano 24 heures.

Un articolo apparso sul quotidiano svizzero “24 heures” lo scorso gennaio riporta una drammatica realtà alla quale sempre più persone stanno facendo ricorso. Una giovane infermiera, laureata a pieni voti, porta la sua testimonianza in merito alla decisione di abbandonare per sempre la professione infermieristica dopo soli 8 mesi di servizio. A.W. ha solo 25 anni, ma ha deciso che non indosserà più il suo camice. “Non ho sbattuto la porta di questa professione, ho solo deciso di chiuderla”, risponde serenamente dopo che le è stata diagnosticata una sindrome da “bornout” dopo soli 8 mesi di esperienza lavorativa.

“Non voglio essere un’infermiera che non ha il tempo di prendersi il tempo”. Parole prive di amarezza quella della giovane collega ma prese di scoraggiamento e disillusione, le stesse motivazioni che più spesso colpiscono le nuove leve del settore e che danno la spinta definitiva a lasciare la propria aspirazione professionale, a volte anche durante il percorso degli studi, o al più tardi, dopo pochi mesi o anni dalla laurea.

Tempo e disillusione, temi ricorrenti che si rincorrono ancora una volta giocando a mosca cieca in ogni contesto in cui si opera, dalla casa di cura all’ospedale, dalla clinica al servizio territoriale. Non importa dove stai lavorando, quello che fa la differenza è nella netta discrepanza tra quello che ti viene insegnato nelle aule universitarie e la dura realtà con cui ci si trova poi a confronto. Nonostante la professione si sia evoluta e passi da gigante sono stati fatti in molti settori, come ad esempio nella ricerca, permangono comunque importanti carenze nel famoso detto “tra il dire e il fare8”.

Durante la formazione universitaria impari che il paziente è il partner della cura e diversi studi dimostrano che l’interazione e la comunicazione creano appunto questa indelebile partnership utile nel processo di miglioramento delle cure, eppure non sempre è così.

Sempre più spesso ci si scontra con situazioni in cui il paziente risponde passivamente a trattamenti imposti su di lui. Situazioni in cui non si tiene in considerazione minimamente l’approccio che si dovrebbe tenere con una persona sofferente o malata. Situazioni in cui il giudizio prevale su ogni bisogno espresso. Situazioni in cui bisogna far “quadrare i conti” e ogni minuto speso in più per spiegare una procedura che coinvolge l’assistito, è denaro perso.

Purtroppo le statistiche ci rapportano con numeri davvero inquietanti, più del 46% abbandona la professione prima del pensionamento e la risposta è quasi sempre la stessa: “non è esattamente il mondo che avevo immaginato”.

Ma allora che cosa si immaginano queste giovani leve tra le mura dell’università e quelle di un ospedale, di una casa di cura o di un domicilio?

Quali sono queste carenze che l’università non prevede nel suo percorso di studi? Perché dopo anni di studi sui processi di cura ci si trova a trattare casi e non persone?

Perché lo stress, la mancanza di tempo, i turni incompatibili con vita professionale e privata, le pressioni di bilancio ci inducono a gettare la spugna?

Potrei pormi e porvi altre centinaia di domande di questo tipo ma credo che alla fine la risposta ognuno la deve cercare dentro di se e soprattutto all’interno del suo percorso.

Sicuramente la motivazione può svolgere un ruolo fondamentale nel scegliere di proseguire ma è altrettanto vero che l’infermiere deve anche imparare a costruirsi un’armatura, un’armatura fatta di responsabilizzazione, di indipendenza nella cura e nei processi decisionali ma soprattutto deve imparare a mettere un filtro emotivo basato sull’empatia.

Come abbiamo sentito scherzosamente più volte, “non si nasce imparati” ma nel percorso che porta alla presa in carico e cura di un assistito non possiamo permetterci di sottovalutare e sottostimare le nostre doti, emozioni e propensione verso l’altro. Quello che ci aspettiamo

di trovare nel mondo lavorativo a volte è “troppo” e va oltre la nostra comprensione, ma quello che ci aspettiamo da un percorso di studi deve poter “alleviare” questo divario.

Una proposta molto semplice potrebbe essere quella di integrare i canonici tre anni universitari con un ulteriore anno accademico centrato solo sulla pratica in modo che ci si possa rendere conto di persona di quello che può offrirci il mondo lavorativo e, perché no, favorire una selezione naturale prima che il “burnout” ci tolga tutte le aspettative.

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