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Coronavirus: per il personale sanitario forte rischio di arrivare alla Compassion Fatigue. Cos’è e come riconoscerla?

Il personale sanitario è esposto a grandi pressioni su più fronti: da un lato l’etica e la deontologia lavorativa, l’impegno verso i propri pazienti e la frustrazione di non riuscire a curarli, di non riuscire a lenire le loro sofferenze, dall’altro lato la grande preoccupazione per la propria salute e per quella dei propri cari.

La frustrazione che gli operatori sanitari provano in questo momento rispetto ai loro pazienti è enorme: è fatta, spesso, di grande senso di inadeguatezza che si scontra con il voler invece fare la differenza, è fatta di sensi di colpa per non essere riusciti a strappare un’altra vita alla morte.

Il covid-19 è stato chiamato la “malattia della solitudine”, perché i pazienti positivi sono ricoverati da soli, lontano dalle famiglie che possono vedere solo attraverso cellulari e tablets.

Questo non può non avere un impatto sul personale sanitario che assiste questo tipo di pazienti, cosi come il dover dire ad una moglie di salutare il marito sulla porta di casa non sapendo se si rivedranno.

Per quanto il personale sanitario sia abituato (se mai ci si possa abituare) alla sofferenza, per quando ci si possa schermare e trovare delle difese, questa è una situazione del tutto anomala, straordinaria, a cui nessuno di noi avrebbe mai pensato di assistere.

Il dolore e la sofferenza che leggiamo in questi giorni nelle storie e negli occhi di medici, infermieri e OSS è qualcosa che non abbiamo mai visto prima e che, ragionevolmente, colpirà soprattutto quando l’emergenza si sarà attenuata.

Uno dei modi in cui potremmo venire colpiti è la compassion fatigue o stress traumatico secondario.

Questo disturbo indica una generale compromissione del funzionamento dell’individuo e una tipologia di sintomi simili a quelli del Disturbo Post Traumatico da Stress (pensieri intrusivi, evitamento, aumentato arousal) riferiti però ad un evento potenzialmente traumatico vissuto in modo indiretto, quindi potrebbe colpire anche operatori che non sono stati a diretto contatto con pazienti positivi, ma anche chi ha letto la sofferenza negli occhi di un collega.

Si manifesta con una ridotta performance lavorativa, stanchezza (emotiva e fisica), stress e morale diminuito. Si origina soprattutto dal continuo contatto con i pazienti e dalla frustrazione che può derivare dal non riuscire ad alleviare il loro dolore.

I sintomi si manifestano su diversi piani: da quello emozionale (rabbia, apatia, cinismo, scoraggiamento, irritabilità, diminuzione dell’entusiasmo, sensazione di essere sopraffatti e addirittura flashback o ricordi estremamente intrusivi di esperienze con e dei pazienti), a  quello fisico (diminuzione delle energie, della resistenza, della forza, di affaticamento, senza ignorare un generico aumento di sensazioni di malessere), cognitivo (noia, incapacità di concentrarsi, disordine ed incapacità di concentrarsi sui dettagli), sociale (indolenza, callosità, alienazione, isolamento ed  indifferenza, nel lavoro di equipe uno o più di questi sintomi possono rendere estremamente difficile il raggiungimento degli obiettivi) e infine sul piano lavorativo (assenteismo, bisogno di lasciare il lavoro, diminuzione della performance, comunicazione stereotipata, ritardo negli orari e nelle scadenze ed infine evitamento di situazioni intense con i pazienti).

Come per il burnout, anche in questo caso, il monitorarsi, l’osservare le proprie reazioni emotive è fondamentale per conoscersi e per comprendere se stiamo sviluppando questo tipo di disturbi, e anche in questo caso, il chiedere aiuto ad un professionista è il primo coraggioso passo verso il nostro benessere.

Coronavirus. Il Burnout ai tempi del Covid-19.