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lunedì, Gennaio 30, 2023
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Infermieri: ecco perché in Italia ne sono sempre meno. Fp Cgil: “è il pericolo la salute del Cittadino”.

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La recente pandemia ha confermato il ruolo determinante degli infermieri, ma la difficoltà di reperirne sta impedendo di garantire la sicurezza e gli adeguati livelli di assistenza che i cittadini meritano.

Non si tratta di un fenomeno nuovo, è infatti un problema globale che aumenterà in relazione all’invecchiamento della popolazione ed all’aumento della domanda di cure sanitarie.

La situazione attuale è così complessa da richiedere strategie innovative a lungo termine.

I numeri della carenza: in Italia mancano 60.000 infermieri per mantenere gli attuali standard ed una esigenza di almeno altri 140.000 infermieri per arrivare agli standard europei (attualmente in Italia sono iscritti all’Ordine poco più di 332.000 infermieri con una media di 6.2% per 1000 ab., per garantire la media OCSE di 8.8 ne servirebbero 471.000). A questo si aggiunge la necessità di almeno 30.000 nuove unità con varie specializzazioni solo per la realizzazione del PNRR.

Le cause.

Gli studi ad oggi confermano che tra le principali cause che portano alla carenza di infermieri possiamo trovare l’invecchiamento della popolazione infermieristica, il mutamento delle condizioni lavorative, scarso numero di posti disponibili nei corsi di laurea.

Invecchiamento della popolazione infermieristica.

I dati confermano che l’età media degli infermieri sta aumentando, ciò significa che il numero di infermieri prossimi alla quiescenza nel breve periodo andrà via via aumentando con il passare degli anni. Si tenga conto che nel periodo 2014-2018 hanno lasciato il SSN per pensionamento 37.744 infermieri, ma si stima che nel periodo 2021-2026 saranno almeno 52.000. Sarà anche il momento in cui, l’uscita massiccia di infermieri, determinerà anche la perdita di quel bagaglio di esperienze che ogni professionista ha accumulato nel tempo.

Mutamento delle condizioni lavorative.

La pratica infermieristica è diventata molto complessa negli ultimi anni: la popolazione sta invecchiando, i pazienti presentano patologie sempre più complesse e diagnosi con più patologie associate. In questo contesto, gli ospedali si sono orientati verso la cura dei pazienti acuti con tempi di degenza molto limitati.

Inoltre, il 50% degli infermieri dichiara di essere insoddisfatto del proprio lavoro per l’impossibilità di mantenere gli standard di cura attesi ed il loro mancato coinvolgimento nelle decisioni.

Scarso numero di posti disponibili nei corsi di laurea.

Da un recente studio che coniuga le esigenze attuali del SSN e le necessità per la realizzazione del PNRR entro il 2027, è emerso che proprio la professione infermieristica sarà quella più penalizzata da una dinamica nella quale, da una parte si esplicita la necessità di affidare all’infermiere un ruolo cruciale per la buona riuscita del piano ma, contemporaneamente, si continua a penalizzarne la formazione mantenendo inalterato il numero chiuso alla facoltà e limitando così il numero dei laureati.

Così, a fronte di un aumento di posti messi a disposizione per alcune professioni sanitarie (fino al 33% in più per le specialistiche mediche), per gli infermieri ci si è fermati al +7.2% cioè +1.173 posti per il 2021 sul 2020, che porta ad oggi ad un totale di 17.397 posti disponibili a fronte di una richiesta di 23.000 posti da parte della Conferenza Stato Regioni e di 28.000 domande di ammissione presentate.

Le strategie per affrontare la carenza degli Infermieri.

La Funzione Pubblica Cgil Nazionale ha negli anni denunciato e documentato tali carenze proponendo nel suo new deal per la salute una serie di misure per contrastare la carenza di personale sanitario, tra cui quella di un piano straordinario di assunzioni in sanità.
Le risposte date fino ad oggi appaiono, in molti casi, inadeguate e in altri sbagliate: alcune regioni hanno spinto molto sulla figura OSS specializzato in sostituzione dell’infermiere, in altre hanno comando di personale pubblico nelle RSA private e, ancora una volta, hanno richiesto ulteriore orario aggiuntivo ai professionisti già stremati da due anni di pandemia.

Dovrebbe essere evidente, ormai, che la questione della carenza infermieristica ha davanti a sé, oggi, diverse grandi sfide che vanno affrontate immediatamente:

  1. Una diversa programmazione dei fabbisogni formativi, ad oggi palesemente inadeguata attraverso anche l’abolizione del numero chiuso.
  2. La definizione di standard assistenziali, sia per la rete ospedaliera che per i servizi e le strutture territoriali, omogenei e vincolanti su tutto il territorio nazionale per il settore pubblico che privato.
  3. Il superamento dei tetti di spesa sulle assunzioni del SSN e l’avvio di un piano straordinario di assunzioni
  4. Contratti che diano valore e riconoscano le professionalità sia per il settore pubblico che privato e aumentino l’attrattività della professione.

Inoltre, ora più che mai, per cercare di dare le giuste risposte che oggi le infermiere e gli infermieri meritano, è indispensabile intervenire sull’organizzazione dell’assistenza e l’ambiente di lavoro partendo dalla revisione dei:

  • Modelli di lavoro su turni.

Il lavoro su turni rappresenta un aspetto delicato da gestire perché sempre più evidenti sono le resistenze ed rischi per la salute.

I turni di servizio rigidi contribuiscono a determinare la carenza. Con sistemi di gestione dei turni più flessibili, forse, verrebbero meno alcune richieste di part-time o di abbandono precoce della professione al fine di conciliare i tempi di vita e di lavoro.

  • Modelli organizzativi.

La revisione dei modelli organizzativi delle strutture e il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici nella loro impostazione è una priorità non più rinviabile: Esiste, infatti, una parte della carenza determinata da cambiamenti organizzativi gestiti male, senza condivisione e partecipazione degli infermieri e che costituiscono ancora un importante causa di demotivazione, frustrazione ed abbandono.

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