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Giacomo Poretti: “vi svelo il mio passato da Infermiere; non ho mai rinnegato le mie origini lavorative”.

L’attore Giacomo Poretti parla del suo passato da Infermiere e del legame tra comicità, dolore e assistenza sanitaria. Presenta il suo volume e la storia di Saetta.

Per la rubrica “Book: libri & letture” oggi presentiamo l’opera dell’attore comico ed ex-Infermiere Giacomo Poretti, 1/3 del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Si tratta dell’opera dal titolo “Turno di notte: storia tragicomica di un infermiere che avrebbe voluto fare altro“, edito per i tipi di Mondadori Editore.

Com’è che, dopo un’infanzia passata a sognare di diventare calciatore, astronauta o magari avvocato o filosofo, uno si ritrova a fare l’infermiere nella corsia di un ospedale?

Sandrino – detto Saetta perché nessuno è veloce come lui ad accorrere al letto dei ricoverati – se lo chiede ancora oggi, dopo tanti anni trascorsi a galoppare su e giù per i corridoi dei vari reparti, richiamato dal suono insistente dei campanelli con cui i pazienti esigono le sue attenzioni, giorno e notte.

Già, la notte… le ore che tutti attendono per abbandonarsi al riposo sono per l’infermiere, esattamente come per il navigatore solitario, il momento più difficile: quello in cui si percepisce tutta la solitudine e la responsabilità di non poter lasciare la barca ingovernata.

Ma per Sandrino sono anche l’occasione per far spazio ai ricordi più esilaranti, drammatici o commoventi che hanno costellato la sua carriera, iniziata come ausiliario delle pulizie – parola d’ordine: «Saetta, vada a cambiare il 23!!» – e coronata dal diploma di infermiere, il vero passaporto per entrare nel mondo della medicina. Nel divertente racconto di Sandrino – che ha una inspiegabile quanto fortissima somiglianza con Giacomo Poretti – sfilano personaggi d’ogni tipo, dal medico di turno restio a farsi svegliare nel cuore della notte, e quindi soprannominato «Brandina», al paziente che si attacca al campanello perché gli si è informicolata una gamba oppure perché si sente solo e vorrebbe fare una partita a briscola.

Ma in queste pagine c’è posto anche per la tenerezza verso chi soffre e spesso ha paura, e soprattutto per la riflessione sulla condizione umana che ci espone alla malattia e al dolore, riflessione che induce Sandrino a incalzare l’Amministratore Delegato dell’Universo (o chi per lui) con mille domande e dubbi su tanta ingiustizia. “Turno di notte” è un romanzo fatto di mille personaggi meravigliosi – suore, infermieri, pazienti, dottori – alle prese con tutte quelle piccole cose e quelle questioni enormi che sono il sale delle nostre giornate. Con la leggerezza profonda che lo contraddistingue, Giacomo non solo ci racconta una storia, fatta di tante storie che ci fanno ridere e piangere, ma riesce, senza dare troppo nell’occhio, a farci pensare. Alla malattia, alla cura, alla paura e alla speranza: insomma, a quella cosa esaltante, spaventosa e inesplicabile che chiamiamo vita.

Di seguito riportiamo una lunga intervista rilasciata dall’attore al collega Piero Degli Antoni del Quotidiano Nazionale.

Una frase ricorrente del libro: ’È suonato il campanello! Corro!’ Perché?

“Quando fai il turno di notte, da solo, devi spegnere quel rumore il più presto possibile. Un po’ perché potrebbe trattarsi di un’urgenza, un po’ perché gli altri pazienti rischiano di svegliarsi”.

All’inizio del libro, Saetta – soprannome del protagonista dietro il quale sospettiamo ci sia lei stesso – deve fronteggiare da solo un ricoverato colpito da arresto cardiaco durante la notte.

“È il peggior incubo di un infermiere. Perché bisogna agire in fretta, entro 5 minuti, e da soli è impossibile. Nel libro Saetta si fa aiutare da un altro paziente a cui promette in cambio una dose di Buscopan. Alcune volte la manovra finisce bene, altre volte male”.

La narrazione è piena di soprannomi: Brandina, Rimozione, Gazzosa… .

“Il dottor Brandina rappresenta un po’ tutti i medici che, per alzarsi dalla brandina, appunto, nel turno di notte, fanno mille domande agli infermieri prima di correre in soccorso. Mentre l’infermiere, anche davanti a un mal di denti, vorrebbe che il medico fosse lì immediatamente a occuparsi del paziente… Rimozione si riferisce a un neurologo bravissimo nell’individuare i meccanismi psicologici che a volte inducono le malattie. Gazzosa perché si tratta di un medico frizzante come la bevanda, che corre qui e là, sempre agitato, e che finisce per sposare un’infermiera che è l’esatto contrario, placida e rilassata”.

Lei scrive che gli infermieri odiano i medici perché le infermiere si innamorano sempre dei dottori.

“Chi fa un mestiere importante inevitabilmente esercita un certo fascino. Gli infermieri hanno un senso di inferiorità che poi agiscono anche sentimentalmente”.

Vogliamo parlare della calligrafia dei medici?

“Pressoché illeggibile. Io sostengo che un paziente che riceve un ricetta scritta a computer ha molte più possibilità di sopravvivere rispetto a chi ne ha una scritta a mano”.

Saetta, cioè lei, ha cominciato pulendo i bagni.

“Sono entrato in ospedale come ausiliario delle pulizie. Nella nostra sanità gli infermieri mancano sempre, è come una fabbrica in cui manca il personale ma la materia prima abbonda. Per supplire si usa la dizione ‘facente funzione’, un modo per sanare un abuso. Impari sul campo”.

E veniamo alla prima intramuscolo di Saetta.

“Il paziente era un muratore bergamasco, grande come un Tir, urlava come un forsennato per il dolore. Quando mi vide entrare sembrava avesse visto Madre Teresa di Calcutta. La caposala insisté perché l’iniezione gliela facessi io, ci provai ma l’ago rimbalzava su quel culo grande come il Monte Bianco. Allora la suora mi afferrò il polso e mi fece conficcare l’ago nel gluteo. Il muratore bestemmiò in tutte le lingue, una scena che non dimenticherò mai. Quando uscì dall’ospedale chiese al medico se era normale zoppicare dopo l’amputazione di due dita della mano. Il medico rispose diplomaticamente di fare degli impacchi di acqua calda e sale, e lui rispose: ‘Sulla mano o sul culo?’”.

Saetta viene anche promosso ferrista sul campo.

“Per non so quale motivo quel giorno mancava un ferrista, e io vengo chiamato a sostituirlo, anche se non l’avevo mai fatto. ‘Non preoccuparti’, mi dice la caposala, ‘il chirurgo ti indica quali ferri vuole’. Sì, me li indicava, ma vai a capire quali voleva su un vassoio con cinquanta ferri. Quando gliene porgevo uno sbagliato, lo prendeva e lo lanciava in aria”.

Nel libro lei se la prende più volte con chi mangia troppo.

“Se non ci fosse stato il Covid, il reflusso gastroesofageo sarebbe la malattia del secolo. È pieno di gente che si lamenta: ‘Non digerisco, chissà come mai’. Ma mangia di meno, soprattutto alla sera! Lo sai che se mangi la pizza con il gorgonzola e la ‘nduja e poi prendi il tiramisù della casa con due birre medie, cara grazia che ti viene solo il rigurgito!”.

Chi è – cito dal libro – il ‘sommelier della merda’?

“Regolarmente il medico chiede all’infermiere alcuni informazioni sul paziente: com’è il polso? Com’è la pressione? La temperatura? Quante urine? E in alcuni casi è indispensabile anche sapere il colore, l’odore, la consistenza delle feci… c’è una vera e propria ‘scala di Bristol’ che le classifica”.

C’è anche chi si fa ricoverare per solitudine.

“O chiede il ricovero lui oppure i parenti che vogliono liberarsene per qualche giorno. Si tratta sempre di anziani. Per restare in ospedale si inventano i malanni. E, anche se il medico lo capisce, a volte chiude un occhio e gli regala qualche giorno in più di ricovero”.

I parenti sono la bestia nera degli infermieri.

“È un nodo relazionale molto complesso. Ci sono quelli che entrano alle 10,30 anche se l’orario delle visite è alle 18. Li vedi uscire dall’ascensore e si accorgono che il pavimento è appena stato lavato. Allora saltellano qui e là finché la caposala non li rimanda indietro e sporcano tutto di nuovo. Poi ci sono quelli che insistono per fare esami di tutti i tipi, e quelli che invece non vengono mai”.

Saetta ne inventa di tutte per ottenere permessi e ferie.

“Chi è sposato o ha figli è privilegiato. I single invece si fanno tutte le festività al lavoro. Allora a volte si inventa qualche piccola bugia. Mia nonna, per esempio, è morta quattro o cinque volte”.

Lavorando a così stretto contatto con la morte e con la sofferenza, non ci si anestetizza al dolore?

“Per infermieri e medici esistono due rischi: o proteggersi allontanandosi, oppure venire troppo coinvolti. È un esercizio di difficile equilibrio per non cadere in un eccesso o in un altro”.

Che legame esiste tra comicità e dolore?

“Il comico o l’umorista ha la possibilità di affrontare con ironia temi anche impegnativi come la morte. È un grande vantaggio. Ma alla morte ci pensi comunque”.

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Redazione AssoCareNews.it
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