Negli ultimi giorni, le bacheche dei social network e le cronache locali sono state inondate da notizie trionfalistiche e post virali riguardanti un presunto “salvataggio miracoloso” compiuto da due infermieri fuori servizio su una spiaggia di Vieste, nel cuore del Gargano. Una narrazione emozionante che ha fatto il giro del web, alimentando la speranza e l’ammirazione collettiva per la prontezza di spirito dei professionisti sanitari in vacanza.
Tuttavia, la realtà clinica e documentale emersa dagli atti ufficiali del sistema sanitario racconta una storia purtroppo tragica e ben diversa, lontana dai toni trionfalistici diffusi in rete. Per la malcapitata, una donna di 78 anni, non è stato purtroppo possibile fare nulla.
La ricostruzione ufficiale: il referto del Pronto Soccorso
A fare luce sull’accaduto è il referto ufficiale del Punto di Primo Intervento (PPI) di Vieste e del Policlinico Riuniti di Foggia (Rapporto di Pronto Soccorso N. PPI732600004832 del 28/08/2026), che certifica l’arrivo della paziente già in stato di decesso.
- Paziente: Donna, 78 anni
- Luogo / Evento: Vieste (FG) – Spiaggia / Ingresso in mare
- Data e Ora Accettazione: 28/08/2026 – ore 18:03 (Priorità: DECEDUTO)
- Struttura di Arrivo: P.P.I. Vieste / Ambulanza 118 con medico a bordo
- Esito clinico: Constatazione di decesso alle ore 17:50 dopo manovre di RCP in loco e in ospedale
Secondo quanto ricostruito nell’anamnesi medica stesa a posteriori dai sanitari, i familiari hanno riferito che la signora stava entrando in mare quando improvvisamente si è accasciata. È stata prontamente soccorsa e portata a riva, dove sono state immediatamente avviate le manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP) da parte dei due infermieri presenti in spiaggia.
L’intervento dei soccorsi e l’inesorabile verdetto clinico
All’arrivo sul posto dell’ambulanza del Servizio 118, le condizioni della donna apparivano già disperate e critiche. La paziente è giunta in PPI con il defibrillatore semiautomatico (DAE) collegato e la cannula di Guedel nel cavo orale, ma in completa assenza di polso rilevabile, con marcata cianosi al volto e alla parte superiore del tronco, priva di qualsiasi segno vitale.
Dall’anamnesi del medico di turno: “Il personale del 118 dall’arrivo in loco non ha mai rilevato segni vitali, riferisce una sola scarica del DAE. Si prosegue RCP con cicli 30:2… Durante tutta la durata dell’RCP non viene mai rilevata attività elettrica né viene mai rilevato polso alla pz… Dopo 20 min di RCP su paziente che arriva già deceduta a mio avviso in PPI, si interrompe RCP e si constata il decesso alle ore 17:50”.
Nonostante l’impegno profuso dai soccorritori prima in spiaggia e successivamente dal personale sanitario durante il trasporto e l’arrivo nel presidio ospedaliero — con la somministrazione di farmaci salvavita (adrenalina e atropina) e cicli prolungati di rianimazione — il quadro clinico non ha purtroppo registrato alcuna variazione. Il tracciato del DAE ha evidenziato una durata complessiva delle manovre di oltre 75 minuti dall’inizio, confermando l’arresto cardiaco irreversibile insorto fin dai primi istanti in acqua.
Un epilogo doloroso che ridimensiona il clamore mediatico, ricordando quanto la rapidità dell’intervento debba fare i conti con la severità degli eventi cardiaci improvvisi, e restituendo doveroso rispetto al dolore della famiglia e alla reale portata dei fatti documentati dai sanitari.
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