Burnout, aggressioni, turni massacranti e sovraffollamento. L’allarme lanciato dall’indagine AMSI-UMEM-UXU 2026: il problema non è trovare professionisti, ma convincerli a restare. E la fuga riguarda ormai anche infermieri e altri operatori sanitari.

Il Pronto Soccorso continua ad attrarre migliaia di giovani medici, ma una volta entrati nel sistema sanitario sempre più professionisti decidono di cambiare strada. Il problema, quindi, non è la mancanza di vocazioni, bensì l’incapacità del Servizio Sanitario Nazionale di trattenere chi sceglie di lavorare nell’emergenza-urgenza.
È questo il quadro che emerge dall’Indagine AMSI-UMEM-UXU 2026, aggiornata al 30 giugno scorso, che fotografa una situazione ormai diventata critica per medici, infermieri e professionisti sanitari impegnati nei Dipartimenti di Emergenza.
L’Italia forma specialisti, ma li perde troppo presto.
Secondo l’indagine, l’Italia resta uno dei Paesi europei più attrattivi per la specializzazione in Medicina d’Emergenza-Urgenza. Uno studio dell’Istituto Mario Negri, del Policlinico di Milano e dell’Università degli Studi di Milano evidenzia infatti che quasi il 10% dei neolaureati italiani sceglie questa disciplina, contro il 6% della Francia e appena il 3% dell’Inghilterra.
Numeri che dimostrano come le vocazioni non siano affatto scomparse.
Il vero problema nasce dopo l’ingresso nei Pronto Soccorso.
Turni sempre più pesanti, responsabilità crescenti, organici insufficienti, aggressioni, medicina difensiva e sovraffollamento spingono molti professionisti ad abbandonare il settore dopo pochi anni.
Non solo medici: scappano anche infermieri e professionisti sanitari.
La crisi non riguarda esclusivamente i medici.
Sempre più infermieri, operatori sanitari e altri professionisti dell’emergenza decidono di trasferirsi in altri reparti, cambiare azienda o addirittura lasciare il Servizio Sanitario Nazionale.
Una perdita di competenze che rende ancora più difficile garantire assistenza rapida e di qualità ai cittadini, soprattutto nei grandi ospedali e nelle aree maggiormente sotto pressione.
Il rischio è quello di un circolo vizioso: meno personale significa carichi di lavoro ancora più pesanti, maggiore stress e ulteriori dimissioni.
Carenza di specialisti: mancano circa 6.000 medici dell’emergenza.
Le stime riportate dall’indagine sono particolarmente preoccupanti.
Il fabbisogno nazionale supera gli 11.000 medici dell’emergenza-urgenza, mentre quelli effettivamente in servizio sono poco più di 5.000.
Una carenza di quasi 6.000 specialisti, che costringe molte aziende sanitarie a ricorrere a personale temporaneo, cooperative o continui straordinari per coprire i turni.
Burnout e aggressioni: lavorare in Pronto Soccorso è sempre più difficile.
Tra le principali cause della fuga figurano:
- burnout professionale;
- sovraffollamento cronico dei Pronto Soccorso;
- aggressioni verbali e fisiche;
- turni massacranti;
- crescente complessità dei pazienti;
- eccesso di burocrazia;
- responsabilità medico-legali sempre più pesanti.
L’invecchiamento della popolazione ha infatti cambiato profondamente il lavoro nei Dipartimenti di Emergenza.
Ogni giorno arrivano pazienti più anziani, fragili e affetti da numerose patologie croniche che richiedono tempi di assistenza più lunghi e un impiego maggiore di personale sanitario.
Una crisi che interessa tutta l’Europa.
L’Italia non rappresenta un caso isolato.
Nel Regno Unito circa il 32% degli specializzandi in Emergency Medicine risulta ad alto rischio burnout.
In Francia, invece, il problema nasce ancora prima, con un numero decisamente inferiore di giovani che scelgono questa specializzazione.
Anche il Canada conferma un fenomeno ormai globale: uno studio pubblicato sul Canadian Medical Association Journal evidenzia che un medico dell’emergenza su dieci ha già lasciato la disciplina, mentre quasi la metà ha ridotto il proprio impegno clinico.
La soluzione passa anche dal territorio.
Secondo AMSI, UMEM e UXU non basta assumere nuovi professionisti.
Occorre rendere nuovamente attrattivo il lavoro nei Pronto Soccorso attraverso:
- organici adeguati;
- maggiore sicurezza contro le aggressioni;
- valorizzazione economica e professionale;
- programmi strutturati di prevenzione del burnout;
- percorsi di carriera più incentivanti;
- rafforzamento della medicina territoriale e delle Case di Comunità per ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorso.
Solo una rete territoriale realmente efficiente potrà alleggerire la pressione sugli ospedali e consentire agli operatori dell’emergenza di concentrarsi sui casi realmente urgenti.
Senza valorizzazione degli operatori il rischio è il collasso.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà convincere i giovani a scegliere la Medicina d’Emergenza-Urgenza o a lavorare nei Pronto Soccorso.
La sfida sarà creare condizioni di lavoro tali da permettere loro di restare.
Perché senza medici, infermieri e professionisti sanitari motivati, tutelati e adeguatamente valorizzati, il rischio è quello di assistere a un progressivo indebolimento del primo e più importante presidio di assistenza del Servizio Sanitario Nazionale.
La crisi dell’emergenza-urgenza non è più un problema del futuro: è una realtà che richiede interventi immediati, concreti e strutturali per garantire sicurezza ai professionisti e continuità delle cure ai cittadini.
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