La sanità pubblica italiana si trova al centro di una tempesta politica e sociale senza precedenti. La nuova manovra economica firmata dal governo Meloni ha scatenato un’ondata di malcontento trasversale, unendo nella critica sindacati, opposizioni, operatori sanitari e persino i governatori e gli assessori delle Regioni guidate dal centrodestra. Al centro del dibattito ci sono le risorse giudicate inadeguate, il nodo irrisolto delle liste d’attesa e il crescente divario nella salute tra Nord e Sud Italia.
“Tagli insostenibili” e fondi dimezzati: la protesta delle Regioni.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che aveva avanzato la richiesta di oltre 5 miliardi di euro per sostenere il settore, ha visto accolta solo la metà delle risorse, confermando una spesa sanitaria ferma al 6,3% del Pil, ben lontana dall’obiettivo del 7%.
La reazione del territorio non si è fatta attendere. Duri affondi arrivano anche dalle giunte di centrodestra: l’assessore al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso, ha definito i tagli alla sanità “insostenibili”, sottolineando come la manovra rischi di compromettere il lavoro sulle liste d’attesa e il funzionamento di case e ospedali di comunità. A questo si aggiunge lo scontro sul riparto del Fondo sanitario nazionale, con polemiche roventi tra le Regioni sulla mobilità sanitaria e la distribuzione pro capite dei fondi.
La rabbia del personale: infermieri e medici sul piede di guerra.
In prima linea nella protesta ci sono i professionisti della sanità. Il sindacato degli infermieri Nursind ha definito le misure del governo per la categoria un vero e proprio “nulla cosmico”, lamentando l’assenza di reali aumenti stipendiali, di incentivi per i giovani e di misure capaci di arginare la massiccia fuga di personale dal Servizio Sanitario Nazionale.
Anche i sindacati dei medici e dei dirigenti sanitari denunciano una progressiva svalorizzazione del lavoro ospedaliero, preannunciando mobilitazioni e scioperi per bloccare un testo che, secondo le sigle sindacali e le opposizioni, rischia di favorire surrettiziamente la sanità privata a scapito di quella pubblica.
La mappa delle diseguaglianze: la salute dipende dal CAP.
Il quadro a tinte fosche della manovra si inserisce in un contesto di diseguaglianze territoriali allarmanti, certificate dai recenti dati Istat. Nel nostro Paese la salute e la speranza di vita variano drasticamente in base alla zona di residenza: al Centro-Nord si vive in media quasi un anno e mezzo in più rispetto al Mezzogiorno, con punte che arrivano a tre anni di differenza tra province come Trento e la Campania.
Nel Mezzogiorno aumentano anche i cittadini costretti a rinunciare alle cure mediche per motivi economici o a causa delle infinite liste d’attesa. Un quadro che, secondo la Fondazione Gimbe e diverse società scientifiche, allontana sempre più il Servizio Sanitario Nazionale da quei principi di universalità e solidarietà sanciti dalla Costituzione.
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