Uno studio italiano analizza le fonti di disagio degli infermieri: carenza di personale, tempo insufficiente per assistere il paziente, lutto e conflitti etici tra i principali fattori di sofferenza professionale.
Lo stress infermieristico non è soltanto una conseguenza dei turni pesanti, della pressione assistenziale o della carenza cronica di personale. Sempre più frequentemente emerge una dimensione più profonda e complessa: la sofferenza morale, ovvero quella condizione in cui il professionista percepisce una distanza tra ciò che ritiene corretto dal punto di vista clinico ed etico e ciò che, concretamente, riesce a realizzare all’interno dell’organizzazione sanitaria.
È proprio in questo spazio, spesso invisibile ma fortemente impattante, che si colloca il fenomeno del moral distress infermieristico, una forma di disagio che coinvolge valori professionali, responsabilità assistenziali e qualità della relazione con il paziente.
Uno studio pubblicato su NEU Nursing Evidence ha analizzato gli scenari capaci di generare sofferenza fisica e morale negli infermieri e le strategie utilizzate dai professionisti per affrontare tali situazioni. L’indagine rappresenta un contributo importante per comprendere come il benessere degli operatori sanitari sia strettamente collegato alla sicurezza delle cure e alla qualità dell’assistenza erogata.
Lo studio: metodologia e caratteristiche del campione.
La ricerca presenta un disegno osservazionale, multicentrico e cross-sectional, cioè uno studio che fotografa una situazione in un determinato momento attraverso la raccolta di dati tramite questionario.
La rilevazione è stata effettuata online tra gennaio e agosto 2023 attraverso alcuni Ordini Provinciali delle Professioni Infermieristiche (OPI) aderenti all’indagine.
Hanno partecipato 334 infermieri e 19 coordinatori infermieristici.
Il campione era composto prevalentemente da donne, professionisti giovani e infermieri con esperienza lavorativa compresa tra 1 e 5 anni. La maggioranza dei partecipanti proveniva dal Sud Italia.
Gli strumenti utilizzati sono stati:
- Nursing Stress Scale (NSS), composta da 34 item per valutare le principali fonti di stress nella pratica infermieristica;
- COPE-NVI-25, versione italiana ridotta dello strumento utilizzato per analizzare le strategie di coping adottate dai professionisti.
L’obiettivo dello studio era descrivere le situazioni lavorative associate a sofferenza fisica e morale, il peso della complessità assistenziale e le modalità con cui gli infermieri affrontano lo stress professionale.
Che cos’è la sofferenza morale infermieristica.
Il moral distress rappresenta una condizione diversa dal semplice stress lavorativo.
L’infermiere vive sofferenza morale quando riconosce quale sarebbe, secondo il proprio giudizio professionale ed etico, l’intervento più adeguato per il paziente, ma incontra ostacoli che gli impediscono di agire secondo quei principi.
Gli ostacoli possono essere rappresentati da carenza di personale, mancanza di tempo, vincoli organizzativi, conflitti gerarchici, comunicazione inefficace o risorse insufficienti.
Il fenomeno è particolarmente frequente nei contesti ad alta intensità assistenziale come pronto soccorso, terapia intensiva, rianimazione, oncologia e cure palliative.
In questi ambienti l’infermiere può trovarsi quotidianamente davanti a situazioni caratterizzate da sofferenza, morte, decisioni difficili e senso di impotenza.
La carenza di personale: il primo fattore di stress.
Uno degli elementi più rilevanti emersi dallo studio riguarda la dotazione organica.
La mancanza di personale sufficiente per garantire una corretta copertura dei turni è stata indicata come una delle principali fonti di stress.
Secondo i risultati:
Personale insufficiente per coprire i turni: il 39% degli infermieri lo considera “estremamente stressante”.
Frequenti interruzioni durante il lavoro: il 35% le indica come frequenti.
Eccesso di attività non infermieristiche e burocratiche: il 31% le considera estremamente stressanti.
Mancanza di tempo per supportare emotivamente il paziente: il 31% la indica come frequente e il 23% come estrema.
Mancanza di tempo per completare le attività assistenziali: il 29% la considera frequente e il 19% estrema.
Questi dati confermano un problema noto nella letteratura internazionale: quando il numero di infermieri disponibili non è adeguato al carico assistenziale, aumenta il rischio di stress, burnout e cure infermieristiche mancate (missed nursing care).
La carenza di personale, quindi, non rappresenta soltanto una difficoltà organizzativa per gli operatori, ma può diventare un problema di sicurezza del paziente.
Quando il tempo negato diventa una ferita professionale.
Uno degli aspetti più significativi riguarda il tempo.
L’infermiere non svolge soltanto attività tecniche, ma garantisce relazione, ascolto, educazione sanitaria e sostegno emotivo.
Quando l’organizzazione impedisce di dedicare tempo al paziente, può nascere un conflitto tra il modello ideale di cura e quello realmente possibile.
Il professionista può percepire di non riuscire a garantire quella presa in carico globale che rappresenta uno dei valori fondanti della professione infermieristica.
È proprio questa distanza tra “cura desiderata” e “cura possibile” che alimenta la sofferenza morale.
Il peso emotivo della morte del paziente.
Un altro tema centrale dello studio riguarda il rapporto tra infermieri e morte.
La morte del paziente rappresenta una delle esperienze più impegnative dal punto di vista emotivo, soprattutto nei contesti dove è un evento frequente.
I dati mostrano che il 42% degli infermieri considera la morte del paziente una fonte occasionale di stress, il 25% la considera frequente e il 10% estremamente stressante.
Anche la perdita di un paziente con cui si è instaurato un rapporto significativo rappresenta un elemento rilevante.
Particolare difficoltà emerge anche nella comunicazione con il paziente terminale e con i familiari, soprattutto quando mancano formazione, tempo e spazi adeguati per accompagnare il percorso di fine vita.
Questi risultati sottolineano l’importanza della formazione nelle cure palliative, nella comunicazione difficile e nell’elaborazione del lutto professionale.
Giovani infermieri e donne: maggiore vulnerabilità percepita.
L’analisi statistica dello studio ha evidenziato alcune differenze significative.
Le infermiere hanno riportato valori medi più elevati rispetto agli uomini in alcune dimensioni:
- stress infermieristico;
- difficoltà lavorative;
- impatto emotivo della morte del paziente.
Anche l’età sembra avere un ruolo.
I livelli maggiori di stress sono stati osservati soprattutto nelle fasce 20-30 anni e 31-40 anni.
Questo dato suggerisce come le prime fasi della carriera possano rappresentare un periodo particolarmente delicato, caratterizzato dall’esigenza di adattarsi alla complessità assistenziale e alla responsabilità professionale.
Tuttavia, lo studio non dimostra un rapporto causale: le differenze possono dipendere da molteplici fattori individuali, organizzativi e sociali.
Il coping non può sostituire il cambiamento organizzativo.
Lo studio ha analizzato anche le strategie di coping, cioè le modalità con cui gli infermieri affrontano situazioni stressanti.
Non sono emerse differenze statisticamente significative nei punteggi complessivi del COPE-NVI-25 rispetto a genere, età ed esperienza.
Questo risultato porta a una considerazione importante: la soluzione allo stress infermieristico non può essere affidata soltanto alla capacità individuale di resistere.
Chiedere agli infermieri di sviluppare maggiore resilienza senza modificare le condizioni che generano sofferenza rischia di spostare sul singolo professionista una responsabilità che spesso appartiene all’organizzazione.
Burnout, sicurezza delle cure e qualità assistenziale.
La letteratura scientifica ha evidenziato una relazione tra burnout infermieristico e peggioramento della qualità percepita delle cure.
Un professionista sottoposto continuamente a carichi eccessivi, conflitti etici, mancanza di risorse, turnazioni difficili ed eventi traumatici non elaborati può andare incontro a una progressiva erosione emotiva e professionale.
La tutela del benessere infermieristico diventa quindi una componente fondamentale della sicurezza del sistema sanitario.
Quali interventi possibili?
Gli autori dello studio propongono l’istituzione di strumenti di supporto come uno sportello psicologico, etico e deontologico rivolto agli infermieri.
Tra le possibili strategie rientrano:
- formazione sulla gestione del lutto e della comunicazione difficile;
- momenti di confronto dopo eventi critici;
- supervisione multiprofessionale;
- supporto psicologico e consulenza etica;
- monitoraggio del carico assistenziale;
- riduzione delle attività improprie;
- attenzione ai professionisti nei primi anni di carriera.
Conclusioni: curare chi cura per garantire cure migliori.
Lo stress infermieristico e la sofferenza morale non possono essere considerati semplicemente problemi individuali.
Sono il risultato dell’interazione tra persona, professione e organizzazione.
Quando un infermiere non dispone del tempo, delle risorse o delle condizioni necessarie per assistere il paziente secondo i propri valori professionali, la sofferenza diventa inevitabile.
Investire nel benessere degli infermieri significa investire nella sicurezza dei pazienti, nella qualità dell’assistenza e nella sostenibilità futura del sistema sanitario.
Perché una sanità capace di prendersi cura delle persone deve prima di tutto creare le condizioni affinché chi cura possa continuare a farlo con competenza, responsabilità e umanità.
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Riferimento principale dello studio citato nell’articolo:
- Autori vari. Stress infermieristico, sofferenza morale e strategie di coping negli infermieri: studio osservazionale multicentrico. NEU Nursing Evidence. 2024.
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