Mettere la verità davanti agli occhi di tutti è sempre scomodo. Spesso si preferisce evitarla per calcolo opportunistico o per timore delle delusioni. Eppure, la nostra è una professione bellissima e unica, che tuttavia soffre di malesseri profondi che ancora oggi si fatica a mettere al centro del dibattito. Tra questi, l’individualismo e un radicato corporativismo interno rappresentano i freni principali alla crescita collettiva. Purtroppo non siamo tutti sullo stesso piano: questa frammentazione impedisce la nascita di uno spirito di coesione, l’unico elemento da cui potrebbe scaturire la vera forza della nostra categoria.
Questo isolamento culturale si riflette inevitabilmente anche sui vertici. Troppo spesso una parte significativa di dirigenti e coordinatori, anziché unire la categoria in uno spirito democratico — dove ognuno conta allo stesso modo e nessuno prevale —, finisce per allontanarsi dai problemi reali. Si preferisce tutelare una formale autoreferenzialità e salvaguardare il proprio ruolo funzionale, assecondando la linea politica delle direzioni generali piuttosto che fare gli interessi dei lavoratori sul campo.
Basterebbe invece una loro forte iniziativa per aprire una discussione collettiva sulle criticità concrete, che troppo spesso restano confinate nei corridoi dei reparti. Mettere queste difficoltà nero su bianco permetterebbe di aprire una breccia. Consentirebbe di portare l’intero popolo infermieristico davanti alle autorità per rivendicare in modo paritario le nostre istanze. Richieste che oggi sembrano relegate nel dimenticatoio, proprio mentre il cedimento del sistema mette a rischio il nostro benessere e la sicurezza delle cure.
Di conseguenza, si avverte con forza la mancanza di una leadership capace di vivere la professione dall’interno, restando costantemente al fianco dei colleghi. Oggi si assiste a un distacco netto tra vertici e base, proprio mentre i problemi aperti aumentano per numero e gravità: dalla carenza cronica di personale ai turni massacranti, fino a retribuzioni non dignitose. Una professione sana si costruisce giorno dopo giorno con il contributo di tutti. Non può reggersi solo sull’opera di quei rappresentanti eletti che, talvolta, si allineano alle direttive delle federazioni per mera fedeltà politica al governo di turno.
Questa dinamica distorta evidenzia una profonda carenza di democrazia e di dialogo tra le varie anime della categoria: sindacati, dirigenti, coordinatori, federazioni e la base dei lavoratori che quotidianamente affronta una realtà assistenziale sempre più complessa e gravosa. È doloroso constatarlo, ma la verità emerge sempre. Molti colleghi, nonostante gravi difficoltà personali, familiari o di salute, si impegnano ogni giorno per mantenere viva e autentica questa professione. Una dedizione che resta però del tutto incompresa dalla rappresentanza di governo. La politica si limita alle parole a fronte di pochissimi fatti, poiché i decisori tendono a privilegiare la gestione burocratica rispetto ai bisogni della collettività. Questi sono dati di fatto incontrovertibili.
Proprio per scardinare questo sistema, per rispetto verso la base e per favorire la crescita collettiva, diventa auspicabile introdurre un’alternanza periodica nei ruoli di rappresentanza. È necessario evitare che le stesse persone restino ancorate alle poltrone per anni. Dare ad altri la possibilità di emergere permetterebbe di far evolvere la professione e di renderla più attrattiva. Solo attraverso queste nuove formule di gestione e un reale ricambio generazionale sapremo incentivare e coinvolgere i colleghi verso questi ruoli di grande responsabilità.
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