Nel linguaggio dei servizi sanitari, le attività non infermieristiche sono quelle che l’infermiere svolge comunque, pur non richiedendo la formazione infermieristica. Possono includere gesti quotidiani e spesso inevitabili: rispondere al telefono, cercare materiale, trasportare pazienti, distribuire il vitto, sbrigare pratiche amministrative o “coprire” funzioni di altri professionisti.
Il punto è che, anche quando vengono fatte “per tenere insieme” l’organizzazione, spesso portano via tempo alla cura e incidono su benessere e qualità dell’assistenza.
Una scoping review pubblicata nel 2026 sul Journal of Nursing Management da ricercatori delle università di Udine, Torino, Verona e del Piemonte Orientale ha mappato 28 studi (1984–2024). Il quadro che emerge è netto: queste attività assorbono circa il 20–30% del tempo di lavoro e sono associate a minore soddisfazione, burnout e rischio di cure mancate.
I compiti “non infermieristici”: due grandi categorie.
Gli studi tendono a raggruppare queste attività in due famiglie:
- Compiti a bassa qualificazione
Esempi: amministrazione semplice, pulizie, ordini di materiale, trasporto dei pazienti, consegna di vassoi. - Attività che spettano ad altri professionisti con pari livello formativo
Esempio: compiti che dovrebbero essere di fisioterapisti, dietisti o medici. In questi casi l’infermiere può restare “accanto” al paziente, ma lavora fuori dal proprio mandato.
Perché le definizioni cambiano?
Da quarant’anni la letteratura ha modificato l’etichetta: da “non-nursing duties” a “non-value-added activities” (matrice lean), fino al termine oggi più usato “non-nursing tasks”. Ma non è solo una questione terminologica: il contesto cambia tutto.
In reparti organizzati su compiti rigidi, perfino una telefonata può essere considerata “impropria”. In altri contesti (per esempio alcune aree oncologiche) la stessa telefonata può diventare un atto di coordinamento dell’assistenza.
Quanto tempo del turno sottraggono?
Nei singoli studi la quota attribuita alle attività improprie varia molto: dall’1,4% al 60% del tempo. Nelle ricerche più recenti (ultimi 10 anni) la forbice si restringe: circa 10–32,6%.
Alcuni lavori hanno anche stimato i costi. In unità medico-chirurgiche statunitensi le perdite, in certi studi, superavano il milione di dollari l’anno.
Il dato economico diventa ancor più rilevante alla luce della carenza di personale: secondo l’OMS, State of the World’s Nursing 2025, mancano 5,8 milioni di infermieri su una forza lavoro di 29,8 milioni.
L’Italia: un esempio concreto.
In Italia, lo studio mixed-methods di Conti e colleghi, su 236 infermieri in 27 reparti di medicina e chirurgia di cinque ospedali piemontesi, mostra che in un turno una quota intorno a un quarto del tempo viene impiegata in attività delegabili:
- medicina: mediana 105 minuti
- chirurgia: mediana 95 minuti
Gli infermieri attribuivano le cause principali a:
- carenza di personale di supporto
- operatori presenti già occupati in altre attività
Perché l’infermiere finisce per farlo lo stesso?
La scoping review raggruppa le cause su tre livelli.
1) Livello dell’unità operativa (il più documentato):
In 24 studi emerge un mix di fattori organizzativi:
- organici ridotti
- carichi elevati
- poco personale di supporto
- skill mix modificato
- mansionari poco chiari
Un esempio citato nella revisione riguarda una cartella elettronica non integrata, che obbligava a inserire gli stessi dati in più punti.
2) Livello interprofessionale:
In cinque studi viene evidenziato quando i confini tra ruoli diventano sfumati:
- ruoli sovrapposti
- comunicazioni gerarchiche o informali
- deleghe senza regole stabili
3) Livello individuale:
Qui entrano in gioco:
- esperienza
- capacità di delegare
- senso di responsabilità verso il paziente
Un lavoro qualitativo italiano del 2025 descrive infermieri che svolgono compiti delegabili “pur di non lasciare indietro un bisogno”. A questo si collega una proposta teorica di Stalpers e colleghi, che parla di “entanglement”: le attività di cura sono così interdipendenti che dividerle senza perdere continuità può diventare difficile.
Il retaggio deontologico: da eccezione a normalità.
In Italia il tema ha radici anche nel dibattito sulla compensazione delle carenze. L’art. 49 del Codice deontologico 2009 chiedeva all’infermiere di compensare le mancanze “che possono eccezionalmente verificarsi”, ma di rifiutare la compensazione quando diventa abituale o ricorrente, documentandola se inevitabile.
Oggi il riferimento è il Codice deontologico FNOPI in vigore dal 22 marzo 2025. E la revisione mette in luce un punto ripetuto nei dati: una compensazione nata come eccezione può trasformarsi in una forma ordinaria di flessibilità organizzativa.
Effetti su pazienti, infermieri e organizzazione:
Su 22 studi la revisione indaga gli esiti.
Per gli infermieri:
Le attività non infermieristiche si associano a:
- minore soddisfazione
- stress
- burnout
- confusione di ruolo
- intenzione di lasciare
Per i pazienti:
Ricadute possibili:
- meno assistenza diretta
- cure mancate
- in alcuni lavori, più eventi avversi o errori
Per l’organizzazione:
Il costo non è solo “umano”: si traduce in produttività ridotta e maggiore spesa.
Nota metodologica: molti studi sono trasversali e basati su questionari auto-compilati. L’associazione statistica “dice dove guardare”, ma per affermare un nesso di causa servono studi di intervento—che nella mappatura risultano quasi assenti.
Cosa cambia con l’assistente infermiere (2025)?
Un passaggio importante è l’istituzione della figura di assistente infermiere.
- Il DPCM 28 febbraio 2025 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 2025) recepisce l’Accordo Stato-Regioni del 3 ottobre 2024 e istituisce la figura.
- Il corso prevede almeno 500 ore (200 teoria + 280 tirocinio).
- L’assistente infermiere svolge attività attribuite dall’infermiere in situazioni a bassa discrezionalità e alta standardizzazione, riferendo all’infermiere, che resta responsabile dell’assistenza infermieristica generale.
Le radici normative.
Il principio trova già spazio nel DM 739/1994, che stabilisce che l’infermiere, per le proprie funzioni, si avvale “ove necessario” dell’opera del personale di supporto.
Il CCNL comparto sanità 2022–2024 (firmato il 27 ottobre 2025) inquadra l’assistente infermiere tra operatori e professionisti della salute.
Infine, con la sentenza TAR Lazio n. 14262/2026, è stato dichiarato inammissibile un ricorso contro il DPCM, richiamando che il profilo non svolge attività di competenza esclusiva dell’infermiere.
Ridurre davvero le attività improprie: “l’effetto dipende dagli organici”.
Come sottolineano i lavori, la riduzione delle attività non infermieristiche dipende soprattutto da organico, inserimento nei reparti e regole operative.
Lo studio piemontese mostra che l’infermiere non delega soprattutto quando:
- manca personale di supporto
- il personale presente è già impegnato altrove
Quindi la nuova figura potrà alleggerire il carico solo se le aziende la assumono e la integrano concretamente nei processi di reparto.
Una check-list pratica per partire (subito).
La scoping review, e più in generale la letteratura sugli interventi organizzativi, propone di lavorare su processi e confini di delega. In reparto, per iniziare, si può partire da quattro mosse “misurabili”.
- Misurare (anche con un micro-audit).
Per una settimana annotare minuti e tipologia: amministrativi, alberghieri, altre professioni. Al coordinatore serve un numero. - Attribuire in modo esplicito.
Definire: chi, che cosa, entro quando, con quale verifica.
Supervisione e valutazione dell’esito restano all’infermiere. - Documentare e segnalare quando è ricorrente.
Se la copertura “impropria” diventa normale (non eccezionale), va messa per iscritto: giorni, turni, minuti. - Eliminare i doppioni.
Doppia registrazione, procedure replicate, cartelle non integrate: spesso sono la vera causa “tecnica” dietro ore perse.
Meno task impropri, più cura e più sostenibilità.
Le attività non infermieristiche non sono “colpa” delle persone in turno: spesso sono la risposta a carenze e disfunzioni organizzative. Tuttavia, i dati indicano che quel tempo sottratto alla cura ha un costo: per gli infermieri (burnout e insoddisfazione), per i pazienti (meno assistenza diretta e possibili cure mancate) e per il sistema (costi e produttività).
Con l’assistente infermiere – e con regole chiare di delega, misurazione dei flussi e integrazione reale nei reparti – si può aprire una strada concreta. Ma, come sempre in sanità, il cambiamento funziona solo se diventa processo, non solo teoria.
Bibliografia:
- Scoping review pubblicata nel 2026 su Journal of Nursing Management (università di Udine, Torino, Verona e Piemonte Orientale): mappa 28 studi (1984–2024) sulle attività non infermieristiche.
- OMS (WHO). State of the World’s Nursing 2025: mancano 5,8 milioni di infermieri su 29,8 milioni di forza lavoro.
- Conti e colleghi. Studio mixed-methods su 236 infermieri, 27 reparti di medicina e chirurgia, in cinque ospedali piemontesi: circa un quarto del tempo in attività delegabili (medicina 105 min, chirurgia 95 min).
- Lavoro qualitativo italiano del 2025 (descrive infermieri che svolgono compiti percepiti come delegabili “pur di non lasciare indietro un bisogno”).
- Stalpers e colleghi. Proposta teorica di “entanglement” (interdipendenza delle attività di cura).
- Nurse24. Ricostruzione del dibattito relativo all’art. 49 del Codice deontologico 2009 sulla compensazione delle carenze.
- FNOPI. Codice deontologico in vigore dal 22 marzo 2025.
- DPCM 28 febbraio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 giugno 2025: recepisce Accordo Stato-Regioni del 3 ottobre 2024 e istituisce l’assistente infermiere.
- DM 739/1994: profilo professionale dell’infermiere; prevede che l’infermiere si avvalga, “ove necessario”, dell’opera del personale di supporto.
- CCNL comparto sanità 2022–2024, firmato il 27 ottobre 2025.
- Analisi pubblicata su “Assistenza Infermieristica e Ricerca” sul tema delle attività improprie e dei confini di ruolo.
- Inoltre: TAR Lazio, sentenza n. 14262/2026 (inammissibile ricorso contro il DPCM).
Testi, foto e correzioni realizzati con AI.
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