La nuova figura dell’Assistente infermiere resta in piedi. Il TAR Lazio ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la sua istituzione, ma nella motivazione ha tracciato confini importanti: niente autonomia nella pianificazione assistenziale e attività svolte come supporto all’infermiere. Ora il dibattito si sposta sull’applicazione concreta nei reparti.

L’Assistente infermiere non è stato cancellato.
E soprattutto, non è stato trasformato in un “infermiere di serie B”.
La sentenza del TAR Lazio n. 14262/2026, pubblicata il 14 agosto, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Nursing Up contro il DPCM del 28 febbraio 2025 che ha recepito l’Accordo Stato-Regioni istitutivo del nuovo profilo professionale. Ma la decisione non si limita a una questione processuale: i giudici hanno affrontato anche le contestazioni sulle competenze della nuova figura, offrendo indicazioni destinate ad alimentare ulteriormente il confronto tra professionisti, sindacati e istituzioni.
Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante.
Il TAR: l’Assistente infermiere è una figura di ausilio.
Il punto centrale della pronuncia è netto: l’Assistente infermiere non può essere considerato un sostituto dell’infermiere.
Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza, il nuovo profilo è un operatore di interesse sanitario che opera all’interno dell’équipe assistenziale e sulla base delle indicazioni dell’infermiere.
Non dispone, quindi, dell’autonomia dell’infermiere nella definizione del piano assistenziale e deve operare soprattutto in situazioni caratterizzate da bassa discrezionalità decisionale ed elevata standardizzazione.
Una precisazione fondamentale, soprattutto in un momento in cui il dibattito rischia di ridurre tutto a una semplice domanda:
“Che cosa potrà fare l’Assistente infermiere?”
La questione, in realtà, è molto più complessa.
Non basta stabilire quale attività venga materialmente eseguita. Bisogna capire chi valuta, chi indica, chi pianifica, chi supervisiona e chi mantiene la responsabilità professionale dell’assistenza.
Il nuovo profilo non cancella quello dell’infermiere.
Il TAR parte proprio dalla distinzione tra i due ruoli.
L’infermiere resta il professionista sanitario responsabile dell’assistenza generale infermieristica, secondo quanto previsto dal DM 739/1994.
L’Assistente infermiere, invece, viene collocato nel sistema come figura di supporto.
Questo significa che la nuova figura può essere chiamata a svolgere determinate attività previste dal proprio profilo, ma non acquisisce per questo l’autonomia professionale propria dell’infermiere.
È una distinzione che potrebbe apparire teorica, ma che nella realtà dei reparti diventa decisiva.
Perché tra “eseguire un’attività” e “assumere la responsabilità dell’assistenza” c’è una differenza enorme.
Il nodo più delicato? La responsabilità.
Ed è probabilmente proprio questo il punto sul quale il dibattito è destinato a diventare ancora più acceso.
Il sistema sanitario italiano ha bisogno di personale di supporto?
Certamente.
Ma la domanda successiva è inevitabile:
come verrà utilizzato l’Assistente infermiere nella pratica quotidiana?
Perché una cosa è prevedere una figura di ausilio all’interno di un’équipe adeguatamente dimensionata.
Un’altra è utilizzarla, magari per ragioni organizzative o di carenza di personale, come risposta alla cronica insufficienza degli infermieri.
Il rischio, almeno sul piano del dibattito professionale, è evidente: confondere il supporto con la sostituzione.
La stessa sentenza, invece, ribadisce che il nuovo operatore non dispone di autonomia nella pianificazione assistenziale e opera sulla base delle indicazioni dell’infermiere. In determinate attività è inoltre prevista la valutazione e supervisione infermieristica.
E allora emerge una domanda che nessuno può ignorare.
Chi supervisionerà gli Assistenti infermieri se mancano gli infermieri?
È qui che il paradosso rischia di diventare gigantesco.
Se l’Assistente infermiere è, come chiarito dal TAR, una figura di ausilio all’infermiere, allora il funzionamento del modello presuppone la presenza dell’infermiere.
Ma cosa accade nei reparti dove gli infermieri sono già insufficienti?
Chi garantirà la valutazione?
Chi fornirà le indicazioni?
Chi assicurerà la supervisione quando prevista?
E soprattutto: può una nuova figura di supporto essere utilizzata per risolvere una carenza strutturale di professionisti senza modificare il problema anziché risolverlo?
Sono interrogativi organizzativi, professionali e anche culturali che la sentenza non può evidentemente risolvere da sola.
Il rischio di creare un equivoco pericoloso.
L’Assistente infermiere nasce con un obiettivo preciso: introdurre un nuovo profilo di supporto, distinto sia dall’OSS sia dall’infermiere, con una formazione specifica e un proprio ambito operativo.
Il problema nasce quando la discussione viene trasformata in una guerra tra professioni.
Non dovrebbe essere una gara tra infermieri, OSS e Assistenti infermieri.
Dovrebbe essere una questione di sicurezza del paziente e di corretta organizzazione dell’assistenza.
Ogni figura deve avere competenze definite.
Ogni professionista deve sapere quali attività può svolgere.
E soprattutto deve essere chiaro dove iniziano e dove finiscono autonomia e responsabilità di ciascuno.
Il TAR, su questo punto, sembra aver fornito un’indicazione precisa: l’Assistente infermiere rimane una figura di ausilio e non acquisisce l’autonomia professionale dell’infermiere.
Ma la partita non è finita.
La sentenza non chiude definitivamente il dibattito.
Anzi, lo riapre.
Dopo la decisione del TAR Lazio, Nursing Up ha annunciato l’intenzione di proseguire la propria battaglia davanti al Consiglio di Stato, mantenendo al centro della contestazione proprio il tema delle competenze e del possibile confine con la professione infermieristica.
E questo significa che la discussione sull’Assistente infermiere è tutt’altro che conclusa.
Il vero banco di prova, però, sarà soprattutto quello che accadrà dentro gli ospedali, nelle RSA, nelle strutture territoriali e nei servizi sanitari.
Perché una norma può stabilire i confini sulla carta.
È l’organizzazione quotidiana del lavoro a dimostrare se quei confini verranno davvero rispettati.
Una nuova figura sì, ma senza sostituire ciò che manca.
L’Assistente infermiere può rappresentare un’opportunità per il sistema sanitario, soprattutto se inserito correttamente all’interno di équipe multiprofessionali.
Ma c’è una condizione imprescindibile:
non deve diventare lo strumento per nascondere la carenza di infermieri.
Se l’obiettivo è aumentare la qualità dell’assistenza, servono tutte le figure necessarie, ciascuna con il proprio ruolo.
Se invece l’obiettivo diventa semplicemente coprire i buchi degli organici spendendo meno, il rischio è quello di creare nuove tensioni, nuove responsabilità e soprattutto nuovi problemi.
Il messaggio del TAR, letto nel merito delle sue motivazioni, è dunque chiaro:
l’Assistente infermiere è una figura di supporto, non un sostituto dell’infermiere.
Adesso toccherà alle istituzioni e alle aziende sanitarie dimostrare di averlo capito davvero.
Perché nei reparti, alla fine, non contano soltanto i profili scritti nei decreti.
Contano le persone, le competenze, le responsabilità e la sicurezza dei pazienti.
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