Il 16 settembre la prova d’accesso a Infermieristica. Ma mentre gli ospedali lanciano l’allarme sulla carenza di personale, aumentano i posti disponibili e diminuiscono i candidati. Il paradosso è servito: più posti nelle università, meno giovani disposti a occuparli.
Mancano gli infermieri.
Lo dicono gli ospedali, lo raccontano i reparti, lo denunciano i professionisti costretti a lavorare con organici ridotti. Lo si vede nei turni difficili da coprire, nelle ferie che diventano un problema organizzativo, nelle aggressioni, nello stress quotidiano e in una professione che per molti giovani sembra avere sempre meno futuro.
E allora qual è la soluzione?
Semplice: aumentiamo i posti disponibili nei corsi di laurea.
Peccato che ci sia un piccolo dettaglio: i candidati continuano a diminuire.
È il paradosso della programmazione sanitaria italiana. Il sistema aumenta l’offerta formativa sulla carta mentre l’interesse verso la professione infermieristica continua a perdere terreno. Il 16 settembre si torna alle prove di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica, ma il problema non è soltanto quanti posti vengono messi a disposizione.
Il problema è molto più profondo:
chi vuole ancora diventare infermiere?
Più posti, meno candidati: il cortocircuito.
Per anni la risposta alla carenza di infermieri è stata soprattutto numerica.
Servono più professionisti? Aumentiamo i posti universitari.
Una logica apparentemente semplice, ma che rischia di ignorare la domanda fondamentale: perché un ragazzo o una ragazza dovrebbe scegliere oggi Infermieristica?
Se il numero dei giovani interessati alla professione diminuisce, aumentare i posti disponibili non significa automaticamente aumentare il numero dei futuri infermieri.
È come ampliare uno stadio mentre diminuisce il pubblico disposto a comprare il biglietto.
In alcune realtà universitarie, soprattutto periferiche, il problema diventa ancora più evidente: posti disponibili che rischiano di rimanere vacanti perché non ci sono abbastanza candidati interessati a occuparli.
E così il dato sui posti messi a bando può persino diventare una fotografia ingannevole della realtà.
Sulla carta ci sono più opportunità.
Nella pratica, ci sono più sedie vuote.
La vera domanda: perché Infermieristica non attrae più?
Forse sarebbe arrivato il momento di smettere di guardare soltanto ai numeri e iniziare a chiedersi perché la professione abbia perso attrattività.
La risposta non è difficile da intuire.
Un giovane che si affaccia oggi al mondo universitario osserva una professione caratterizzata da responsabilità enormi, turni notturni, festivi e sulle 24 ore, forte esposizione allo stress, aggressioni sempre più frequenti e percorsi di carriera che molti professionisti considerano insufficientemente valorizzanti.
E poi c’è la questione economica.
Gli infermieri italiani continuano a confrontarsi con una retribuzione che, secondo numerosi confronti internazionali, non appare adeguata al livello di responsabilità e complessità richiesto dal lavoro.
Non basta dire ai giovani che l’infermiere è una professione “nobile”.
La nobiltà non paga le bollette.
E soprattutto non può essere utilizzata per giustificare condizioni di lavoro che rischiano di trasformare una professione sanitaria fondamentale in una scelta sempre meno desiderabile.
Il grande equivoco: formare non significa trattenere.
C’è poi un’altra questione che rischia di essere completamente ignorata.
Anche quando un giovane decide di iscriversi a Infermieristica, supera gli esami e consegue la laurea, non è affatto garantito che rimanga a lavorare nel Servizio sanitario nazionale.
Un professionista formato in Italia può guardarsi intorno e confrontare opportunità, stipendi e condizioni di lavoro offerte da altri Paesi.
E se altrove trova maggiori possibilità di carriera, migliori condizioni organizzative e una maggiore valorizzazione economica e professionale, la domanda è inevitabile:
perché dovrebbe restare?
Quindi il problema non è soltanto formare nuovi infermieri.
Bisogna anche creare le condizioni perché abbiano un motivo per restare.
Il conto lo presenta sempre il paziente.
Nel frattempo, però, il conto della carenza di personale arriva puntualmente sul tavolo degli ospedali.
Quando mancano infermieri, il sistema deve fare i conti con turni più difficili, maggiore pressione sui professionisti, difficoltà organizzative e rischio di peggioramento della qualità dell’assistenza.
E quando il personale è stanco, stressato e sovraccarico, a pagare il prezzo più alto non sono soltanto gli operatori sanitari.
È il cittadino.
Perché dietro ogni posto vacante c’è un reparto da organizzare, un turno da coprire, un paziente da assistere.
La sanità non funziona con i numeri dei decreti.
Funziona con le persone.
Basta con la politica dei numeri.
La questione infermieristica non può essere affrontata semplicemente aumentando o diminuendo una cifra in un decreto ministeriale.
Servirebbe una strategia molto più seria: rendere la professione attrattiva, valorizzarne le competenze, migliorare le condizioni di lavoro, intervenire sulle retribuzioni, creare reali possibilità di carriera e contrastare concretamente il fenomeno delle aggressioni e del burnout.
Solo così aumentare i posti universitari avrebbe davvero un senso.
Altrimenti rischiamo di assistere ogni anno allo stesso spettacolo.
Più posti a disposizione.
Meno candidati.
Più posti vuoti.
E contemporaneamente gli ospedali continuano a chiedere infermieri.
Il paradosso italiano.
La fotografia che emerge è quasi surreale.
Da una parte il sistema sanitario dice:
“Abbiamo bisogno di infermieri”.
Dall’altra il mondo universitario risponde:
“Abbiamo aumentato i posti”.
E i giovani?
Sempre meno sembrano rispondere all’appello.
Forse, allora, prima di domandarci quanti infermieri dobbiamo formare, dovremmo porci una domanda ancora più importante:
che cosa stiamo facendo per convincere un’intera generazione che diventare infermiere sia ancora una buona scelta?
Perché aumentare i posti quando non ci sono abbastanza persone che vogliono occuparli non è una soluzione.
È soltanto un modo elegante per contare i banchi vuoti.
E mentre continuiamo a contarli, negli ospedali italiani gli infermieri continuano a mancare.
Se vuoi, posso anche trasformarlo in una versione ancora più aggressiva e provocatoria, con titolo “clickbait” da Facebook e Google Discover, mantenendo però un taglio giornalistico.
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