Dal bambino rianimato in aereo all’autista dello scuolabus salvato da un ragazzino: storie diverse, unite dalla stessa capacità di non voltarsi dall’altra parte.
Ci sono momenti nei quali pochi secondi possono fare la differenza tra la vita e la morte. Momenti nei quali non c’è il tempo di aspettare l’arrivo dei soccorsi e qualcuno deve necessariamente fare qualcosa.
È questo il filo conduttore delle storie raccontate dal Corriere del Veneto: persone comuni che, trovandosi davanti a un’emergenza, hanno scelto di intervenire invece di restare a guardare.
Non tutti sono professionisti sanitari. Alcuni sono ragazzi, altri semplici cittadini. Ma hanno avuto in comune una caratteristica fondamentale: il sangue freddo.
Due infermieri in vacanza diventano soccorritori a bordo di un aereo
Tra le vicende più significative c’è quella di Riccardo Marchetto e Ilaria Valentini, coppia di infermieri vicentini che, all’inizio di maggio, si trovava a bordo di un volo diretto a Marrakech.
A circa quaranta minuti dall’atterraggio è arrivata la richiesta di assistenza: un bambino di appena 13 mesi aveva bisogno di aiuto.
I due infermieri non hanno esitato. Si sono messi a disposizione e hanno praticato le manovre di emergenza necessarie, compresi massaggio cardiaco e ventilazione.
Un intervento che, secondo quanto raccontato dalla coppia, non rappresenta un gesto straordinario, ma semplicemente il proprio dovere professionale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti della vicenda. Perché dietro un intervento di emergenza non ci sono soltanto conoscenze tecniche, ma anche la capacità di mantenere lucidità quando intorno prevalgono paura e confusione.
Non servono sempre un camice e un’ambulanza
Le altre storie raccontate dal quotidiano veneto dimostrano che la capacità di intervenire può appartenere a chiunque.
Un ragazzino di 13 anni, Tommaso, si è trovato nella condizione di dover aiutare l’autista dello scuolabus. Altri cittadini, in circostanze differenti, sono intervenuti per soccorrere persone coinvolte in incidenti o in situazioni di grave difficoltà.
Sono episodi diversi tra loro, ma tutti raccontano la stessa cosa: davanti a un’emergenza, la prima persona presente sul posto può diventare decisiva.
Non perché debba trasformarsi in un medico o in un infermiere, ma perché può mettere in pratica quelle semplici conoscenze di primo soccorso che, in determinate circostanze, possono mantenere in vita una persona fino all’arrivo dei professionisti dell’emergenza.
La formazione al primo soccorso può fare la differenza
Queste storie riportano al centro un tema spesso sottovalutato: la diffusione della cultura del primo soccorso.
Sapere come comportarsi davanti a una persona incosciente, riconoscere un arresto cardiaco, chiamare correttamente il numero di emergenza, iniziare una rianimazione cardiopolmonare o utilizzare un defibrillatore può essere determinante.
Non significa sostituirsi ai soccorritori. Significa guadagnare tempo.
E nell’emergenza il tempo è vita.
Per questo sarebbe importante investire maggiormente nella formazione di base della popolazione, a partire dalle scuole. Imparare le principali manovre di primo soccorso dovrebbe diventare una competenza diffusa, quasi come imparare a leggere una situazione di pericolo o a chiamare i soccorsi.
Gli “eroi” che non vogliono essere chiamati eroi
C’è poi un altro elemento che accomuna molte di queste persone: il rifiuto della parola “eroe”.
Gli infermieri intervenuti sull’aereo, per esempio, hanno spiegato che avrebbero fatto ciò che qualsiasi professionista sanitario avrebbe dovuto fare.
È una considerazione che merita attenzione.
Perché il vero valore di queste storie non sta nel trasformare cittadini, infermieri o ragazzi in personaggi straordinari. Sta nel ricordare che la solidarietà e la responsabilità verso gli altri possono manifestarsi anche nei momenti più inattesi.
Un aereo, una strada, un’auto finita in un canale, uno scuolabus: luoghi della quotidianità che improvvisamente possono trasformarsi in scenari di emergenza.
E proprio lì, spesso, la differenza può farla la persona che si trova più vicina.
Dalla paura all’azione
Di fronte a un’emergenza la reazione istintiva può essere quella di bloccarsi. Paura, panico e confusione possono impedire di comprendere cosa fare.
La formazione serve anche a questo: trasformare la paura in un’azione consapevole.
Chiamare i soccorsi, mettere in sicurezza la scena, seguire le indicazioni dell’operatore, iniziare le manovre di rianimazione quando necessario e utilizzare un defibrillatore se disponibile sono azioni che possono essere decisive nell’attesa dell’ambulanza.
Le storie degli “eroi per caso” raccontate in questi giorni dal Corriere del Veneto hanno dunque un significato che va oltre la cronaca.
Ci ricordano che non sempre possiamo prevedere quando qualcuno avrà bisogno di noi.
Ma possiamo essere preparati a non voltarci dall’altra parte.
Perché, qualche volta, tra un’emergenza e una tragedia ci sono soltanto pochi minuti. E in quei minuti può esserci una persona comune capace di fare la differenza.
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