Vivere oggi è diventato una spietata corsa a ostacoli. Per chi può contare solo sul proprio lavoro quotidiano, difendere una vita dignitosa tra rincari insostenibili e muri burocratici è un’impresa ogni giorno più disperata. Un’economia impazzita e il caro carburanti colpiscono duro, mentre le istituzioni restano a guardare, inermi e distanti. In questo scenario desolante, le logiche del profitto e della speculazione calpestano senza pietà la fragilità di chi già convive con difficoltà familiari e con l’immenso dolore della malattia.
Questo abbandono sociale si riflette drammaticamente sul nostro sistema assistenziale, mettendoci di fronte alla realtà di una sanità disumanizzata, che consuma la sua crisi in un’epoca di profonda povertà. “Li guai di la pignata li sapa sulu la cucchjara chi li manija” (I guai della pentola li sa solo il mestolo che ci sta dentro): questo antico proverbio calabrese grida ancora oggi una verità assoluta. La malattia è un’esperienza con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Proprio per questo dovrebbe essere il momento della massima condivisione, dell’abbraccio e della vicinanza. È inaccettabile che si trasformi invece in un’occasione per innalzare barriere, ostentando potere e ruoli di força davanti al corpo nudo del paziente e all’angoscia dei suoi familiari.
Per spezzare queste barriere, dobbiamo ricordarci che ogni malato porta con sé ferite, paure e il carico sacro della propria storia personale. Ha diritto a una delicatezza estrema. Non servono risposte fredde, serve lo sforzo empatico di capire il dolore profondo che lo ha portato fin qui. Come operatori sanitari, il nostro unico faro deve essere la deontologia, non il comodo scudo del diritto o della giurisprudenza. Arroccarsi dietro i criteri burocratici svuota di ogni significato il percorso formativo, professionale e umano che ci definisce. Senza passione e motivazione questo lavoro si spegne: per principio, l’operatore sanitario non deve guardare l’orologio, deve guardare negli occhi il paziente.
Ma guardare negli occhi il paziente significa, concretamente, schierarsi con lui e sanguinare insieme a lui nei drammi quotidiani della sanità. Oggi, una macchina amministrativa cieca riduce i medici a freddi contabili e smantella i servizi essenziali. Le istituzioni latitano, respingendo i cittadini verso pronto soccorso al collasso o costringendoli a pagare le cure in strutture private. È un’urgenza umanitaria attuare i PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) in ogni ambito, per sottrarre i malati all’incertezza. A questo si aggiunge lo schiaffo di decisioni calate dall’alto, assunte ignorando gli infermieri, che della sanità sono il vero motore vitale. Questo capitale umano va valorizzato restituendo quella piena autonomia professionale sancita dalla legge 251/2000, che dopo 26 anni resta ancora vergognosamente incompiuta.
Eppure, cambiare rotta è possibile. Per ridare dignità immediata ai pazienti basterebbero piccoli, elementari atti di civiltà:
- Servizi territoriali: allineare gli orari del CUP alla sala prelievi, creare un front office protetto per anziani e fragili e installare schermi eliminacode per cancellare l’umiliazione dell’attesa.
- Gestione della cronicità: permettere ai malati cronici stabilizzati di ritirare i farmaci salvavita direttamente in farmacia, liberando i medici di medicina generale dal tormento burocratico.
- Supporto continuo: strappare all’abbandono i soggetti fragili e pluripatologici inserendoli in percorsi protetti (PDTA), garantendo loro cicli di fisioterapia almeno una volta all’anno.
Di fronte a soluzioni così chiare e applicabili, è tempo di scuotere le coscienze, di svegliare chi dorme. Oggi troppa gente rinuncia a curarsi perché non può permetterselo o perché si scontra con liste d’attesa infinite. Voltarsi dall’altra parte davanti a questi bisogni significa calpestare il rispetto dovuto all’essere umano. Senza risposte concrete, ai nostri malati non resterà che chiudersi in un dignitoso e doloroso silenzio, aspettando la fine dei loro giorni terreni tra le mura di casa, consolati solo dall’ultimo abbraccio dei propri cari.
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