Nel reparto di Cardiochirurgia Pediatrica del Monaldi, il silenzio è più pesante del solito. La morte del piccolo Domenico, avvenuta dopo un trapianto di cuore che non è riuscito a salvarlo, ha lasciato un vuoto che nessuna procedura medica può colmare. A dare voce a questo sconforto è Giovanni Bufalino, caposala della terapia intensiva, che in un’intervista rilasciata a Repubblica descrive quei giorni come una battaglia vissuta “anima e corpo”.
Un impegno oltre il dovere: rinunciare al riposo per restare accanto a Domenico.
Il racconto di Bufalino svela un retroscenio di profonda dedizione: molti infermieri del team hanno scelto volontariamente di rinunciare ai propri turni di riposo. Non per obbligo contrattuale, ma per non lasciare solo quel bambino di due anni la cui storia aveva ormai travalicato le mura dell’ospedale.
“Sono orgoglioso di quanto ha fatto il team che mi onoro di coordinare”, ha dichiarato Bufalino. “Gli ultimi giorni, quando la situazione stava precipitando, era sempre più difficile. Molti colleghi sono rimasti in corsia anche quando avrebbero dovuto staccare, per continuare a monitorare Domenico, per sperare in un miracolo fino all’ultimo secondo.”
Il senso di sconfitta dei professionisti.
Nonostante la mamma di Domenico, Patrizia Mercolino, abbia chiesto giustizia e verità sulle cause che hanno portato al decesso, ha tenuto a precisare che il fango non deve colpire l’intero ospedale né il reparto che ha assistito suo figlio. Una vicinanza, quella del personale, che la donna ha avvertito chiaramente.
Tuttavia, per chi lavora in terapia intensiva, la morte di un bambino è vissuta come un “grande fallimento”. Bufalino spiega che, nonostante la pressione mediatica quotidiana e un percorso iniziato con enormi difficoltà cliniche, il team cercava negli occhi della madre la forza per continuare, pur sapendo che la speranza si stava spegnendo.
Un caso che segna la professione.
Il caso di Domenico non è stato uno dei tanti. La complessità del “cuore bruciato” e l’epilogo tragico dopo il trapianto hanno segnato in modo indelebile i professionisti del Monaldi. “Non siamo riusciti a restituirlo a sua madre”, confessa il caposala, sintetizzando in una frase il dramma di chi vive il proprio lavoro come un atto di restituzione della vita.
Mentre la salma resta sotto sequestro in attesa dell’autopsia, prevista tra il 26 e il 27 febbraio, tra i corridoi del Monaldi resta la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile, e forse anche di più, per un miracolo che non è avvenuto.
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