Una cartella unica può salvare vite. E’ quanto afferma uno studio recentemente pubblicato, che dimostra come la cartella duplicat
La presenza di una cartella clinica duplicata, ovvero la creazione di più registrazioni separate per lo stesso paziente all’interno del sistema informativo ospedaliero, è correlata a un rischio di mortalità intraospedaliera quasi cinque volte maggiore, a una probabilità triplicata di necessitare cure intensive e a un aumento del 32% nella durata della degenza. Questi sono i dati che emergono da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica BMJ Quality & Safety.
La duplicazione delle cartelle cliniche avviene quando, a causa di sistemi informatici non interconnessi o inefficaci, oppure per l’assenza di dati anagrafici accurati, viene creato involontariamente un nuovo record sanitario durante la registrazione in pronto soccorso o in altre strutture sanitarie.
Gli autori dello studio sottolineano che, nonostante il problema delle cartelle cliniche duplicate sia ampiamente diffuso e potenzialmente rischioso, la sua relazione con gli esiti clinici dei pazienti non era stata approfonditamente analizzata fino ad ora.
L’indagine è stata condotta su pazienti ricoverati in 12 ospedali statunitensi tra luglio 2022 e giugno 2023. Sono stati inclusi reparti medici, chirurgici e ortopedici, mentre sono state escluse le aree di ostetricia, ginecologia, pediatria e i casi di dimissioni dirette dal pronto soccorso. Il campione finale comprendeva 1.698 pazienti con cartelle duplicate e 4.388 senza duplicazioni.
I risultati hanno mostrato come i pazienti con cartelle duplicate presentino un rischio di mortalità intraospedaliera superiore fino a 4,7 volte rispetto agli altri. Inoltre, questi pazienti hanno subìto più trasferimenti in terapia intensiva (46% contro 19%) oltre a presentare una degenza media più lunga, pari a 101 ore, rispetto alle 74 ore dei pazienti con una cartella singola.
Sebbene il tasso di riammissione entro 30 giorni fosse solo leggermente più alto (12% contro 11%), il ritorno al pronto soccorso entro lo stesso periodo presentava dati simili tra i due gruppi.
Chiaramente gli autori sottolineano come lo studio non consenta di stabilire con certezza un rapporto causale tra la duplicazione delle cartelle e gli esiti clinici avversi. Tuttavia, i dati sottolineano l’importanza di indagare ulteriormente sui meccanismi alla base di tali associazioni.
Grazie a questi dati è possibile ipotizzare come le cartelle duplicate possano danneggiare il processo clinico in quanto impediscono ai medici di accedere a informazioni cruciali come allergie, anamnesi e terapie in corso, causando ritardi o errori nella fase decisionale dei trattamenti necessari.
Per i medici e per i risk manager, tali evidenze rappresentano un campanello d’allarme: la duplicazione delle cartelle non è solo un problema amministrativo o tecnico, ma costituisce un vero fattore di rischio con serie implicazioni sull’aspettativa di vita dei pazienti.
L’assenza di un quadro clinico completo e univoco durante il processo decisionale può portare a una catena di errori difficili da correggere. Per riportare il tutto sul piano pratico, è quindi evidentemente fondamentale investire in sistemi che garantiscano un’identificazione univoca dei pazienti, monitorare il tasso di duplicazione come indicatore standard della qualità e sicurezza dei servizi offerti, e formare adeguatamente il personale per riconoscere tempestivamente le situazioni di duplicazione.
Interventi mirati per ridurre il fenomeno e migliorare gli esiti dei pazienti devono diventare una priorità ancora poco esplorata, come evidenziato dai ricercatori stessi.
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