Esiste un silenzio assordante nel dibattito sulla sanità italiana, ed è quello che riguarda il destino di chi, ogni giorno, tiene in piedi i reparti: l’infermiere di base. Mentre il Parlamento discute con entusiasmo di nuove lauree magistrali e competenze avanzate, il sindacato COINA lancia un allarme che sa di amara realtà: stiamo costruendo un attico di lusso su fondamenta che stanno crollando.
Un sistema a due velocità.
La fotografia scattata dal segretario del COINA, Marco Ceccarelli, è quella di un sistema che sembra correre in direzioni opposte. Da una parte, si punta sull’iper-specializzazione, immaginando una élite di professionisti magistrali. Dall’altra, per tappare i buchi di un organico ridotto all’osso, si inventa la figura dell’Assistente Infermiere.
Il rischio? Una pericolosa frammentazione della professione. Da un lato pochi “super-specialisti”, dall’altro figure ibride introdotte per abbassare i costi. E in mezzo? In mezzo resta l’infermiere “generalista”, quello che gestisce l’emergenza, il territorio e la corsia. Un professionista che oggi rischia di diventare l’anello debole: troppo “poco” per i nuovi percorsi d’élite, ma troppo esposto alle responsabilità di dover supervisionare personale meno qualificato.
Le promesse dimenticate: che fine hanno fatto gli “Otto Punti”?
Il sindacato pone una domanda scomoda alla FNOPI: che fine ha fatto quel programma ambizioso nato dopo la pandemia? Erano stati fissati otto pilastri per salvare la professione, tra cui:
- Un’area contrattuale specifica e indennità stabili.
- Il riconoscimento reale delle malattie professionali (spesso ignorate).
- Un adeguamento degli organici che non fosse solo sulla carta.
Oggi, quegli otto punti sembrano sbiaditi. Si parla di autonomia e leadership, ma nella pratica quotidiana si governa la scarsità. Secondo il COINA, avallare il progetto dell’Assistente Infermiere significa accettare implicitamente che non ci sono i soldi per valorizzare chi c’è già, scegliendo la via più breve (e pericolosa): la dequalificazione dei servizi.
Chi resta nel mezzo?
La vera sfida della sanità moderna non è moltiplicare le etichette o i titoli accademici. La sfida è rendere il lavoro infermieristico di nuovo attrattivo e sostenibile. Senza stipendi dignitosi, senza carichi di lavoro umani e senza una reale possibilità di carriera per tutti (e non solo per una minoranza magistrale), le riforme rischiano di essere gusci vuoti.
Se l’infermiere di base – la colonna portante del nostro Servizio Sanitario Nazionale – viene lasciato nell’ombra, a perdere non sarà solo una categoria professionale, ma la qualità della cura che ogni cittadino riceve.
Verso un futuro incerto.
La domanda che il COINA lascia aperta non è più rimandabile: che futuro stiamo preparando per chi decide di restare in corsia? Non si può costruire il domani della professione senza rispondere alla sofferenza di chi la tiene in piedi oggi. Il “vuoto immenso” denunciato dal sindacato è un richiamo alla realtà: prima di pensare alle vette, dobbiamo assicurarci che la base sia solida.
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