Un simile proverbio rende concreta la realtà che stiamo vivendo oggi. Da una parte, chi lavora nel disagio e nella sofferenza esterna, le problematiche quotidiane cariche di sofferenza e difficoltà che alimentano la cronaca di tutti i giorni; dall’altra, chi siede “ai piani alti” fa finta di non capire e non ascoltare. I proverbi, espressione di una saggezza di vita e di pensiero tramandata nei secoli, si accostano perfettamente alla realtà odierna. Una realtà sempre più schiacciata dalla burocrazia, che scardina la scienza dall’umanità sofferente e dove neanche il buon senso riesce a prevalere dinanzi all’evidenza dei fatti.
Le malattie, con il loro carico di sofferenza, si riflettono sull’intera economia e sulla vita delle famiglie. In questo momento storico, l’andamento delle scelte politiche non collima con i bisogni reali del popolo e dei territori; prevalgono logiche diverse, non certamente quelle dei cittadini, che sempre più in affanno faticano persino a vivere e a curarsi. I fatti quotidiani che emergono faticano a trovare una spiegazione o una logica. Il buon senso sembra aver perso la sua connotazione di caposaldo dell’essere persona umana.
Il muro tra istituzioni e cittadini.
Le istituzioni non riescono più a mantenere il fulcro del compito a cui sono chiamate per dovere sociale e giuridico. Certamente uno dei motivi alla base di questo malessere è la scarsa relazione tra istituzioni e cittadini; l’ascolto, che da sempre è la parte fondamentale del vivere civile, è sempre più carente. Questo dovrebbe far capire che le istituzioni stesse dovrebbero essere più presenti sul territorio e meno nei palazzi, sedute su comode poltrone. La vita, per essere amministrata, va vissuta, percorsa e relazionata: non attraverso i sottoposti, ma accanto al popolo che si mette in fila dalle cinque o dalle sei del mattino per fare un prelievo. Molti sono malati cronici con comorbilità che, per cercare di risparmiare, affrontano ulteriori sacrifici. Analizzando la situazione attuale, personale e pazienti si trovano nello stesso cerchio: i primi sovraccaricati, i secondi non compresi, con le loro attese e speranze destinate a naufragare.
Personale esausto e burocrazia soffocante.
Il personale è ormai esausto e non vede spiragli di luce. Le condizioni di lavoro hanno raggiunto il culmine e non sono più tollerabili. Ogni giorno l’escalation di violenza verbale e fisica oltrepassa ogni limite, mentre le condizioni economiche, immutate e non corrispondenti al ruolo professionale svolto, presentano una disparità enorme. A parità di responsabilità rispetto ad altre professioni sanitarie, la retribuzione mostra un divario inaccettabile. Ormai si vive un quotidiano sotto costante tensione fisica ed emotiva; una condizione prolungata che alimenta il rischio della sindrome di burnout, che nel personale sanitario registra percentuali altissime.
A ciò si aggiunge una burocrazia soffocante: adempimenti amministrativi che sottraggono tempo prezioso e software che, anziché velocizzare le procedure, dilatano i tempi. Questo è il risultato di decisioni calate dall’alto, senza il coinvolgimento di chi opera quotidianamente accanto al paziente. Infine, la grave carenza di personale – figlia anche del blocco del turnover di alcuni anni fa – ha reso la sanità un ambiente invivibile per chiunque.
Il valore dell’ascolto per superare il declino.
L’ascolto costituisce uno degli aspetti fondamentali di una relazione, non solo personale ma anche sociale. Saper ascoltare significa prestare consapevolmente attenzione a ciò che ci viene comunicato, comprenderne il significato e intercettare bisogni e disagi. La capacità di ascolto permette la costruzione di un rapporto di fiducia e di coesione, migliorando la comprensione reciproca tra personale e paziente. Le politiche sanitarie vanno discusse insieme, soprattutto in questo momento in cui sono coinvolti anche gli enti locali. Se la nuova sanità non velocizzerà tempi e procedure, e se non si adotteranno strumenti organizzativi e operativi comuni alle regioni più virtuose, andremo incontro a un ulteriore, drammatico spreco di risorse. Per invertire la rotta, come suol dirsi, bisogna prendere il toro per le corna; ma serve coesione. Una coesione che fatica a esserci non solo nella categoria, ma anche nello stesso profilo professionale. Per cui bisogna far scaturire una consapevolezza più autentica da parte di tutti: al fine di ritrovarci in un unico pentagramma per esprimere un’unica voce. Altrimenti è inutile lamentarsi. Gli ordini e i sindacati dovrebbero farsi promotori di questa coesione, proprio come negli anni Novanta, quando eravamo tutti animati dagli stessi sentimenti per cambiare e intraprendere un nuovo cammino. Cammino che, seppur migliorato di molto, ancora rimane fermo con le quattro frecce in attesa che dall’altra parte ci sia veramente ascolto.
Testi, foto e correzioni realizzati con AI.
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