All’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma sta prendendo forma un cambiamento destinato a incidere profondamente sull’organizzazione dell’assistenza infermieristica. L’obiettivo è chiaro: superare un modello frammentato e spesso impersonale per restituire centralità alla relazione di cura. La strada scelta è quella del Primary Nursing, un sistema che assegna a ogni paziente un infermiere di riferimento lungo tutto il percorso di ricovero.
Non si tratta di una novità assoluta, ma di un ritorno a una visione più autentica della professione. Negli anni Settanta, l’infermiera americana Marie Manthey intuì che la qualità dell’assistenza non poteva basarsi solo sull’esecuzione di compiti, ma doveva fondarsi sulla continuità, sulla responsabilità e sulla conoscenza diretta del paziente. Oggi quella intuizione arriva anche a Parma, inserendosi in un percorso già avviato in altre realtà italiane.
Il principio è semplice ma potente: ogni paziente viene affidato a un infermiere che ne diventa il punto di riferimento. È lui a valutarne i bisogni, a costruire e aggiornare il piano assistenziale, a dialogare con i medici e con i familiari, a garantire coerenza e continuità nelle cure. Anche quando non è in turno, il lavoro non si interrompe: i colleghi seguono il piano già definito, evitando quella discontinuità che spesso caratterizza i cambi di turno.
Questo modello segna una rottura netta con il cosiddetto “nursing per compiti”, ancora molto diffuso. In quel sistema, le attività vengono suddivise tra operatori diversi: chi somministra terapie, chi esegue medicazioni, chi rileva parametri. Un’organizzazione che può apparire efficiente, ma che rischia di perdere di vista la persona nella sua complessità. Il risultato è che nessuno conosce davvero il paziente fino in fondo.
Con il Primary Nursing, invece, il punto di vista cambia completamente. L’infermiere non è più un esecutore di prestazioni, ma diventa responsabile di un percorso assistenziale. Questo comporta anche una trasformazione del ruolo del coordinatore, che passa da gestore dei turni a guida clinica e organizzativa, capace di sostenere i professionisti e valorizzarne le competenze.
I benefici, secondo la letteratura e le esperienze già attive, sono evidenti. I pazienti si sentono più seguiti, più compresi, meno disorientati. Non devono ripetere ogni volta la propria storia e trovano un punto di riferimento stabile, capace di accompagnarli nel percorso di cura. Anche per gli infermieri il cambiamento è significativo: aumenta il senso di responsabilità, ma anche la soddisfazione professionale. Si recupera il significato più profondo del prendersi cura.
Naturalmente, non mancano le difficoltà. Il passaggio a questo modello richiede personale adeguato, formazione continua e un cambiamento culturale non sempre immediato. In contesti già segnati da carenze di organico, mantenere la continuità assistenziale può diventare complesso. Inoltre, assumere un ruolo più autonomo e decisionale può generare inizialmente incertezza, soprattutto tra chi è abituato a un’organizzazione più rigida e gerarchica.
Per questo motivo, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma ha scelto un percorso graduale, partendo da reparti pilota, investendo nella formazione e monitorando costantemente l’evoluzione del progetto. L’obiettivo è estendere progressivamente il modello, costruendo un sistema che non sia solo più efficiente, ma anche più umano.
In fondo, il Primary Nursing rappresenta un vero e proprio patto con il paziente. Significa dirgli che non è un numero di letto né una diagnosi, ma una persona con una storia, dei bisogni e delle fragilità. E che c’è qualcuno, all’interno dell’ospedale, che se ne prende cura davvero, con continuità e responsabilità.
È una rivoluzione silenziosa, ma concreta. E se riuscirà a consolidarsi, potrebbe segnare una svolta importante non solo per Parma, ma per tutta la sanità italiana.
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