La violenza, per sua natura, è sempre esistita. Oggi, tuttavia, ha raggiunto livelli inaccettabili, spingendosi fino al punto di mettere a soqquadro interi reparti ospedalieri, come i pronto soccorso, e sfociando in vere e proprie aggressioni al personale. Si tratta di un fenomeno in costante crescita, rimasto inarrestabile nonostante l’inasprimento delle pene introdotto negli anni scorsi dalla legge n. 113/2020 e dal successivo Decreto legge n. 137 del 2024. Ormai queste manifestazioni di aggressività, in ogni loro forma, sono diventate una triste cronaca quotidiana.
Oltre il 50 per cento delle aggressioni complessive coinvolge direttamente la figura infermieristica, rendendola la categoria professionale di gran lunga più esposta all’onda d’urto di questa emergenza. I dati relativi a questo fenomeno hanno registrato una preoccupante accelerazione a partire dal biennio 2015/2016, delineando un aumento progressivo che fa registrare una media di oltre 16.000 episodi di aggressione all’anno a danno del personale sanitario, e che ha finito per travolgere anche gli operatori del 118 durante i loro interventi sul territorio. Qui si assiste alla piaga di ambulanze sempre meno medicalizzate o infermieristiche: un depotenziamento che finisce per scaricare il peso del primo soccorso sulle sole spalle del volontariato.
Le motivazioni alla base di questa deriva sono molteplici. In primo luogo, il territorio è stato progressivamente svuotato di risorse, sia in termini di personale sia di strutture e servizi; quel poco che resta non è più in grado di garantire risposte tempestive a tutta la cittadinanza. La grave carenza di organico impedisce una turnazione idonea a coprire l’assistenza nelle 24 ore nella maggior parte dei servizi. Basti pensare a quei presidi essenziali, come alcune emodinamiche, che per mancanza di personale vedono ridursi le ore di attività ordinaria, scaricando inevitabilmente il flusso delle urgenze sui pochi ospedali hub delle nostre province.
A questa crisi strutturale si aggiunge il forte disagio sociale ed economico che le famiglie stanno attraversando. Una sommatoria di fattori che esaspera lo stato di malessere dei pazienti e dei loro cari, i quali vivono già la sofferenza della malattia. L’approdo al pronto soccorso si trasforma così in una vera e propria “via crucis” tra solitudine e speranza. In un contesto simile, basta una scintilla per scatenare reazioni inappropriate e polemiche che, troppo spesso, degenerano in violenza contro le strutture o contro gli operatori di turno.
Esistono poi altre forme di violenza di cui si parla troppo poco: una silenziosa e l’altra gratuita e ingenerosa. La prima, subdola e invisibile, si consuma nell’ombra ed è la violenza dei diritti negati, dove gli operatori sono ridotti a mera forza lavoro e privati della loro dimensione umana e dei loro diritti. Questa condizione, gravissima, rende la professione sempre meno attrattiva, trasformando la violenza in un’abitudine condivisa anziché in un fenomeno da arginare per difendere i confini della dignità. La seconda forma di violenza colpisce chi chiede solo di fare il proprio dovere nel rispetto della propria professionalità, ricevendo in cambio insulti e atteggiamenti contrari ai valori della sanità. Assistiamo ormai a una narrazione pubblica che cerca il pretesto per fare polemica, alterando fatti e parole. In questa deriva perversa, l’operatore non viene tutelato dalle istituzioni ma finisce sul banco degli imputati, costretto a difendere la propria dignità da accuse infondate.
Dall’altra parte, come evidenziato dalle costanti denunce sul territorio, si assiste a un vuoto istituzionale e organizzativo. Nonostante la legislazione vigente, si riscontrano ancora gravi ritardi nell’applicazione omogenea della modulistica necessaria a segnalare la violenza e le aggressioni subite.
In questo scenario, anche gli ordini professionali sono chiamati a una profonda riflessione e a una vigilanza più stringente. Chi ha il compito istituzionale di tutelare la professione deve far sentire la propria voce con atti incisivi, pretendendo dalle aziende sanitarie e ospedaliere il rispetto delle tutele dei lavoratori. Organizzare convegni sul tema della violenza serve a poco se poi gli adempimenti normativi non vengono tradotti concretamente nella vita quotidiana dei professionisti della salute.
Operatori sanitari che da punto di riferimento diventano punti bersaglio per ogni tipologia di violenza: è questo che rattrista ancora di più chi ogni giorno spende il proprio tempo per gli altri, cercando di alleviare dolori e sofferenze, donando, se possibile, speranza e la forza di guardare al futuro. Lì dove il vivere e il curarsi devono essere un diritto di tutti, anziché il privilegio di pochi.
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