Posti universitari in aumento, ma i giovani non scelgono più Infermieristica. Tra stipendi, turni e carenza di personale, il sistema sanitario rischia di entrare in una spirale difficile da spezzare.
Mentre sul fronte della formazione medica la politica ha scelto di intervenire profondamente sulle modalità di accesso all’università, per la professione infermieristica la risposta appare ancora concentrata soprattutto sull’aumento dei posti disponibili. Una differenza che rischia di diventare sempre più evidente proprio nel momento in cui il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di migliaia di nuovi professionisti.
Il problema non è soltanto quello di formare nuovi infermieri. Il problema, ormai, è riuscire a convincere i giovani a scegliere questa professione e, successivamente, creare le condizioni affinché decidano di rimanervi.
Secondo il servizio da cui prende spunto questa analisi, nell’ultimo decennio le domande di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica sono diminuite del 52%, fino ad arrivare a una situazione nella quale i candidati sono addirittura meno dei posti disponibili. Nel frattempo, le Regioni continuano a segnalare un fabbisogno di personale che supera le 25 mila unità.
La carenza di infermieri non è più un problema del sistema sanitario, ma della società.
Per anni la carenza di infermieri è stata raccontata prevalentemente come una questione interna agli ospedali. Un problema di organici, concorsi, turni e organizzazione del lavoro.
Ma la realtà è molto più ampia.
Quando in un reparto un infermiere deve assistere contemporaneamente un numero eccessivo di pazienti, non viene compromessa soltanto la qualità della sua vita professionale. A essere messa in discussione è la capacità complessiva del sistema di garantire assistenza tempestiva e sicura.
Il servizio evidenzia come in alcuni reparti un singolo infermiere possa arrivare a seguire 16 pazienti, mentre gli standard di sicurezza indicati come riferimento si collocano nell’ordine di 6-8 pazienti. Viene inoltre richiamato lo studio RN4CAST, pubblicato su The Lancet, secondo cui l’aumento del numero di pazienti affidati a ciascun infermiere è associato a un incremento del rischio di mortalità.
Numeri che aiutano a comprendere perché la questione infermieristica non possa essere affrontata esclusivamente attraverso nuove assunzioni. Servono anche condizioni di lavoro capaci di rendere nuovamente attrattiva una professione indispensabile.
Stipendi e condizioni di lavoro: il confronto con l’estero pesa sulle scelte dei giovani.
C’è poi la questione economica.
Il servizio prende in considerazione una retribuzione netta mensile per un infermiere italiano compresa indicativamente tra 1.650 e 1.900 euro, considerando anche notti, festivi e turnazioni. Nello stesso confronto, Germania e Svizzera risultano decisamente più remunerative.
Per un giovane che deve scegliere il proprio percorso universitario, il problema diventa quindi molto concreto: anni di studio, responsabilità professionali elevate, lavoro notturno e festivo, esposizione allo stress e, in alcuni contesti, anche al rischio di aggressioni, devono essere messi in rapporto con le prospettive economiche e di carriera.
Non si tratta necessariamente di una questione di vocazione. Si tratta anche di convenienza, prospettive professionali e qualità della vita.
Se una professione indispensabile appare contemporaneamente poco remunerata, gravosa e priva di sufficienti possibilità di crescita, è difficile sorprendersi quando una parte dei giovani sceglie percorsi differenti.
Formare professionisti per poi perderli.
Un altro elemento particolarmente significativo riguarda l’abbandono della professione.
Il servizio cita oltre 10 mila infermieri usciti dalla professione nel 2025. Il fenomeno rende ancora più evidente una contraddizione: il sistema pubblico sostiene la formazione di professionisti di cui ha disperatamente bisogno, ma successivamente non sempre riesce a creare condizioni sufficientemente attrattive per trattenerli.
Il rischio è quello di creare un circolo vizioso.
Meno giovani scelgono Infermieristica, diminuisce il numero dei nuovi professionisti, aumenta la pressione sugli infermieri già in servizio, peggiorano carichi di lavoro e condizioni operative e la professione diventa ancora meno attrattiva per le nuove generazioni.
Spezzare questa spirale richiede quindi un intervento che vada ben oltre il semplice incremento dei posti universitari.
L’infermiere non è soltanto quello che si vede in corsia.
Esiste infine un problema di immagine.
La professione infermieristica continua spesso a essere rappresentata attraverso gli aspetti più tradizionali dell’assistenza, oppure attraverso le situazioni di emergenza e di conflitto che coinvolgono gli operatori sanitari.
Molto meno spazio viene invece dedicato alla componente scientifica, specialistica e accademica della professione.
Il servizio richiama, ad esempio, la presenza di infermieri impegnati nella ricerca, con dottorati, studi clinici e pubblicazioni scientifiche. Una realtà che esiste, ma che raramente diventa parte del racconto pubblico dell’infermieristica.
Ed è proprio questo uno dei punti sui quali sarebbe necessario intervenire: raccontare ai giovani l’infermiere del presente, non soltanto quello del passato.
Un professionista sanitario che può occuparsi di assistenza, ricerca, formazione, organizzazione, gestione e numerosi ambiti specialistici.
La politica deve decidere quale sanità vuole costruire.
Il tema, alla fine, è politico.
Se l’obiettivo è garantire un Servizio sanitario nazionale capace di rispondere ai bisogni della popolazione nei prossimi decenni, non sarà sufficiente aumentare il numero dei posti nei corsi di laurea.
Servirà una strategia complessiva: valorizzazione professionale, retribuzioni adeguate alle responsabilità, percorsi di carriera, maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro, riduzione del sovraccarico assistenziale e una comunicazione istituzionale capace di mostrare ai giovani la complessità e il valore della professione.
Perché la carenza di infermieri, prima o poi, arriva nelle case di tutti.
Quando un familiare viene ricoverato, quando una persona anziana ha bisogno di assistenza, quando un paziente sviluppa improvvisamente una complicanza, la tempestività dell’assistenza infermieristica può diventare decisiva. Il servizio sottolinea proprio questo passaggio: la carenza di personale non riguarda soltanto gli operatori sanitari, ma direttamente i cittadini che dipendono dal sistema di cura.
La domanda, dunque, non è soltanto quanti infermieri mancheranno nei prossimi anni.
La vera domanda è quanto sarà disposto a investire il Paese per evitare che una professione essenziale diventi sempre meno scelta, sempre più difficile da sostenere e sempre più costosa da perdere.
Perché senza infermieri non esiste una sanità moderna. E il conto della loro carenza, alla fine, non lo pagheranno soltanto gli ospedali: lo pagheranno i cittadini.
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