Senza il riconoscimento di una piena autonomia professionale, diventa estremamente complesso attrarre e valorizzare nuove risorse all’interno della categoria infermieristica.
La nostra storia ci ha visto protagonisti di un profondo cambiamento a partire dagli anni ’90. Un percorso di riforma strutturale, inaugurato dalla Legge 341/1990 e consolidato dal D.Lgs. 502/1992 (art. 6, comma 3), ha trovato un passaggio cardine nel DM 739/1994. Questo decreto, all’articolo 1, riconosce l’infermiere come l’operatore sanitario responsabile dell’assistenza generale infermieristica, specificando al comma 2 che tale attività non è solo tecnica, ma anche preventiva, curativa, palliativa, riabilitativa, relazionale ed educativa. Il comma 3 ne definisce l’autonomia decisionale: dalla partecipazione all’identificazione dei bisogni di salute alla pianificazione, gestione e valutazione dell’intervento assistenziale, fino alla garanzia delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche, agendo sia individualmente sia in collaborazione con gli altri operatori. Viene da sé una riflessione spontanea: se viene meno l’autonomia, come è possibile erogare una reale assistenza infermieristica?
Il percorso legislativo è proseguito con la Legge 42/1999, che ha abolito il vecchio mansionario ridisegnando l’identità professionale, e ha trovato una prima compiutezza nella Legge 251/2000. L’articolo 1 di questa norma stabilisce che i professionisti dell’area infermieristica svolgono con autonomia professionale attività dirette alla tutela della salute individuale e collettiva, utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi. La stessa legge impegna lo Stato e le Regioni a valorizzare e responsabilizzare tali funzioni per contribuire al diritto alla salute e all’integrazione con gli altri stati europei. Questa evoluzione è culminata nella Legge 43/2006, che ha sancito l’istituzione dell’Ordine, l’obbligatorietà dell’iscrizione all’albo a tutela del cittadino, l’accesso tramite laurea e l’obbligo di formazione continua (ECM). Questo quadro normativo delinea chiaramente la natura intellettuale della professione ai sensi dell’articolo 2229 del Codice Civile; di conseguenza, il passo successivo naturale sarebbe dovuto essere l’uscita dal classico comparto contrattuale per ottenere, finalmente, un contratto autonomo.
Oggi tutti i nodi stanno venendo al pettine. L’emergenza Covid-19 ha cristallizzato la grave carenza di organico e i limiti di un processo assistenziale che, privo di reale autonomia operativa sul campo, non riesce a compiersi pienamente. Successivamente, la scarsa attrattività della professione e l’alto costo della vita hanno reso ancora più urgente un intervento. Se l’evoluzione normativa non cammina di pari passo con il riconoscimento contrattuale, ogni traguardo rischia di rimanere solo sulla carta. È incomprensibile come non si sia ancora legiferato per riconoscere in modo strutturale i percorsi, le specializzazioni e le competenze avanzate nei diversi setting assistenziali. Questa situazione alimenta la demotivazione sia tra i professionisti in servizio, sia tra i giovani che vorrebbero intraprendere questa carriera, aggravando una carenza di personale ormai palpabile al Nord e drammatica al Sud.
Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà per quella che è, superando le chiacchiere della politica e le lamentele di ogni giorno. Gli infermieri non possono più essere bloccati da giochi di potere: meritano di essere ascoltati, soprattutto oggi. Infatti, il DM 77/2022 mette l’infermiere al centro della Casa della Comunità. In questa struttura, il nostro ruolo è fare da ponte con gli altri professionisti per offrire alle persone un’assistenza sanitaria e sociale che risponda davvero ai loro bisogni.
Prima che sia troppo tardi, bisogna necessariamente uscire dal comparto e porre la Legge 251/2000 al centro delle politiche sanitarie. È impensabile che la figura infermieristica sia esclusa o scarsamente considerata ai tavoli decisionali, proprio ora che le Case della Comunità richiedono la nostra presenza come requisito indispensabile. Questo passo è vitale sia per il corretto esercizio professionale, sia per restituire attrattività a una categoria che ha deciso di aprirsi al futuro, come dimostra il percorso verso le tre nuove lauree magistrali a indirizzo clinico. È il momento in cui l’autonomia e la partecipazione decisionale devono tradursi in una reale condivisione tra professionisti, al fine di migliorare il sistema salute e valorizzare la professione infermieristica nella sua interezza.
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