Trasportare bombole di ossigeno, sacchi di biancheria, rifiuti sanitari e materiale di consumo non costituisce demansionamento. È questa la decisione del Tribunale di Ancona che ha respinto il ricorso presentato da un gruppo di infermieri in servizio nel carcere di Montacuto.
Per anni hanno svolto, oltre all’attività assistenziale, anche mansioni che ritenevano proprie degli Operatori Socio-Sanitari (OSS): dal trasporto delle bombole di ossigeno e azoto alla movimentazione della biancheria sporca, dai rifiuti speciali ai campioni biologici, fino al rifornimento di carta igienica, sapone e altri materiali di consumo. Convinti di essere stati adibiti a compiti estranei al proprio profilo professionale, gli infermieri hanno chiesto un risarcimento all’Azienda Sanitaria Territoriale davanti al Tribunale di Ancona.
La risposta del giudice, però, è stata negativa.
Il Tribunale: nessun danno alla professionalità.
Secondo la sentenza, le attività contestate non hanno determinato un effettivo demansionamento, né hanno compromesso la professionalità o l’immagine lavorativa degli infermieri.
Il giudice ha distinto le diverse mansioni svolte dal personale sanitario. La gestione dei farmaci, delle cartelle cliniche, del materiale sanitario e l’assistenza ai detenuti sono state considerate attività pienamente coerenti con il ruolo infermieristico, trattandosi di prestazioni caratterizzate da autonomia, competenze tecniche e responsabilità professionali.
Per quanto riguarda invece il trasporto di bombole, biancheria, rifiuti sanitari e altro materiale, la sentenza riconosce che tali incombenze sono generalmente attribuite agli Operatori Socio-Sanitari. Tuttavia, nel particolare contesto del carcere di Montacuto, tali attività sono state ritenute strettamente funzionali all’organizzazione del servizio sanitario.
La carenza di OSS e i vincoli del carcere.
Uno degli elementi decisivi è stato rappresentato dalla cronica carenza di personale di supporto. Secondo il Tribunale, l’assenza degli OSS ha reso necessario il coinvolgimento degli infermieri in alcune attività logistiche strettamente collegate all’assistenza sanitaria.
A incidere sulla decisione sono stati anche i particolari protocolli di sicurezza previsti all’interno dell’istituto penitenziario, che limitano l’accesso e gli spostamenti del personale esterno, rendendo più complessa l’organizzazione dei servizi.
Le testimonianze.
Durante il processo sono state ascoltate diverse testimonianze che hanno contribuito a delineare il quadro organizzativo.
È emerso che il trasporto della biancheria e dei rifiuti veniva effettuato generalmente una volta alla settimana, mentre quello delle bombole di ossigeno solo poche volte al mese. Inoltre, tali attività erano suddivise tra più infermieri e non rappresentavano l’attività prevalente della giornata lavorativa.
Nello stesso tempo, gli operatori continuavano regolarmente a svolgere tutte le prestazioni proprie della professione infermieristica: visite, medicazioni, gestione delle terapie farmacologiche, assistenza agli specialisti, controllo dei farmaci e presa in carico sanitaria dei detenuti.
Un caso destinato a far discutere.
La decisione del Tribunale di Ancona riaccende il dibattito sui confini delle competenze tra infermieri e Operatori Socio-Sanitari, soprattutto nei contesti caratterizzati da carenze di organico.
Da un lato, la sentenza sottolinea come alcune attività accessorie possano essere richieste agli infermieri quando risultano strettamente connesse all’organizzazione del servizio e non incidono in maniera prevalente sull’esercizio della professione. Dall’altro, il caso evidenzia ancora una volta le difficoltà che molte strutture sanitarie affrontano nel garantire un’adeguata presenza di personale di supporto.
Il tema resta particolarmente sensibile per la professione infermieristica, da anni impegnata nel rivendicare il pieno riconoscimento delle proprie competenze specialistiche e la necessità di evitare che la carenza di organico finisca per scaricare sugli infermieri attività non strettamente assistenziali.
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