La storia di un connazionale che nel 2010 ha detto addio alla corsia: “In Italia ero solo un numero sottopagato. Questo Paese non mi meritava”. Oggi gestisce un’azienda agricola dall’altra parte del mondo.
Mentre in Italia il dibattito sulla sanità si infiamma tra concorsi che faticano a trattenere il personale e infermieri costretti a coprire i buchi degli OSS, c’è chi ha deciso di cambiare radicalmente rotta. È la storia di Francesco, 70 anni, che quindici anni fa ha appeso il camice al chiodo per inseguire la dignità che l’Italia non riusciva più a garantirgli.
“Laureato con lode, ma trattato come un numero”.
Francesco non era un infermiere qualunque: una laurea magistrale con 110 e lode e anni di esperienza. Eppure, nel 2010, la frustrazione ha superato la passione. “Ero sottopagato e considerato un ingranaggio sostituibile in una macchina che non valorizzava le competenze”, racconta.
La sensazione di non essere “meritato” dal proprio Paese lo ha spinto a un passo coraggioso: licenziarsi e partire per il Cile. Non per cercare un altro ospedale, ma per reinventarsi da zero.
Dalla corsia ai campi: il successo in Sudamerica.
Inizialmente, l’idea di Francesco era quella di continuare la professione infermieristica in Cile. Ma il destino, e un sistema burocratico locale più snello e incentivante, lo hanno portato altrove. Grazie agli aiuti a fondo perduto messi a disposizione dal governo cileno per chi vuole fare impresa, Francesco ha cambiato settore.
Oggi è un imprenditore agricolo di successo. Da più di dieci anni vive una vita che in Italia gli sembrava impossibile: un equilibrio tra lavoro e soddisfazione personale, lontano dai turni massacranti e dalla sensazione di essere “sfruttato”.
Una lezione per la sanità italiana?
La storia di Francesco, raccolta da Fanpage.it, suona come un monito per i vertici del nostro SSN. Quando professionisti altamente qualificati decidono non solo di cambiare ospedale, ma di cambiare vita e continente, il problema non è più solo economico, ma strutturale e culturale.
“Questo Paese non mi merita”: una frase amara che oggi, nel 2025, molti giovani infermieri continuano a sussurrare nelle chat sindacali o durante i turni di 12 ore, come quelli denunciati a Borgo Valsugana o a Verona.
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