Vivere sembra ormai diventato un privilegio per pochi, anziché un diritto di tutti. Personalmente, confesso che questa sofferenza interroga direttamente la nostra professione, oggi troppo appesantita da rigidi parametri burocratici anziché essere guidata dalla deontologia, la nostra vera strada maestra.
Essere professionali significa avere in sé etica e responsabilità, non solo competenze tecniche per esercitare. Chi ricopre un ruolo sociale e professionale deve incarnare i valori fondanti della cura, senza farsi condizionare da logiche rigide che rischiano di sminuire l’autonomia del professionista, riducendolo a mero esecutore. Se è pur vero che gran parte dell’esperienza si acquista sul campo, è altrettanto fondamentale la qualità dei rapporti con l’ambiente in cui si lavora.
Eppure, mentre negli ospedali si celebra giustamente il valore dell'”umanità e accoglienza”, la realtà quotidiana dell’assistenza genera a volte amare riflessioni, e il divario di risorse tra le diverse realtà regionali suscita un profondo senso di impotenza. In questa complessa quotidianità, il rischio è che il paziente si trovi isolato e che l’operatore assista senza gli strumenti per incidere come vorrebbe, schiacciato da logiche numeriche.
Sogniamo una società diversa, ma la realtà parla troppo spesso il linguaggio dell’individualismo. Ci si accorge del valore dell’altro solo quando ormai è tardi. Sarebbe invece fondamentale unire le forze e far convergere le idee su obiettivi comuni per la comunità: snellire le procedure per rimettere il paziente al centro, valorizzare il tempo della cura e ripristinare un ascolto attivo tra professionisti e istituzioni. Solo insieme potremo ripartire verso un futuro più luminoso, riscoprendoci custodi di una speranza condivisa.
Diamo voce alla coscienza. Facciamo sentire la vicinanza profonda del cuore: è solo da lì che può rinascere il cambiamento. Facciamo battere all’unisono la nostra professione, che è prima di tutto una missione per i tanti cuori sofferenti che vedono in noi un barlume di luce. Un sorriso, nel paziente, è già l’inizio della speranza.
Durante la pandemia abbiamo unito le forze; ora dobbiamo unire le menti. Ognuno nel proprio ruolo, guidati dagli stessi ideali. È il momento di risvegliare le coscienze di fronte a una sofferenza che, amplificata dalle rigidità burocratiche, rischia di trasformare la vita in un percorso di solitudine.
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