Organici insufficienti, stipendi poco competitivi e condizioni di lavoro sempre più impegnative: la crisi infermieristica mette alla prova il Servizio sanitario nazionale. In un Paese che invecchia e ha bisogno di cure sempre più complesse, assumere nuovo personale non basta. La vera sfida è valorizzare chi già lavora negli ospedali e sul territorio, trattenere i professionisti più esperti e rendere la professione attrattiva per le nuove generazioni. La manovra 2027 riporta al centro una questione che riguarda la salute di tutti.
Una sanità può essere moderna, ma senza infermieri non funziona.
C’è un momento, nella vita di un ospedale, in cui la differenza tra un sistema sanitario che funziona e uno in difficoltà diventa evidente. È il momento in cui le richieste di assistenza si moltiplicano, i pazienti hanno bisogno di cure contemporaneamente e il personale deve distribuire tempo, competenze e attenzione tra esigenze che non possono essere rimandate.
Un farmaco da somministrare, un parametro clinico da controllare, un paziente anziano da accompagnare, una persona appena operata da monitorare, una famiglia che cerca informazioni. Sono attività quotidiane che richiedono preparazione, responsabilità e capacità di riconoscere tempestivamente i segnali di un possibile peggioramento.
Quando gli infermieri non sono sufficienti, il problema non riguarda soltanto chi lavora nei reparti. Coinvolge l’intera organizzazione sanitaria e, soprattutto, i cittadini che dipendono da essa.
La carenza di personale può aumentare la pressione sui professionisti in servizio, rendere più difficile assicurare la continuità assistenziale e complicare la gestione dei pazienti più fragili. Non significa che ogni reparto con organici ridotti offra necessariamente cure inadeguate, ma che diventa più difficile garantire un’assistenza tempestiva, personalizzata e sicura quando le risorse umane non sono proporzionate ai bisogni.
È da questa realtà che nasce una domanda destinata a diventare sempre più urgente: chi si prenderà cura degli italiani nei prossimi anni, se il numero di infermieri non crescerà abbastanza e una parte di quelli già formati sceglierà di lasciare il Servizio sanitario nazionale?
Il divario con gli altri Paesi: i numeri dell’OCSE.
Il confronto internazionale aiuta a comprendere le dimensioni del problema.
Secondo il rapporto Health at a Glance 2025 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), nel 2023 l’Italia disponeva di circa 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,2. In Germania il dato raggiungeva 12,2 infermieri ogni 1.000 abitanti.
La distanza è significativa. Rispetto alla media dell’organizzazione, il dato italiano è inferiore di circa il 25%. Il confronto, naturalmente, deve tenere conto delle differenze tra i sistemi sanitari, dei modelli organizzativi e delle modalità con cui vengono classificati e conteggiati i professionisti. Resta, tuttavia, un indicatore importante della disponibilità relativa di personale infermieristico.
Un altro elemento riguarda il rapporto tra infermieri e medici. In Italia si attestava intorno a 1,3 infermieri per medico, contro una media OCSE di circa 2,5.
Questi numeri descrivono un sistema nel quale la presenza dei medici non è accompagnata da una dotazione infermieristica altrettanto ampia rispetto a quella osservata in numerosi altri Paesi.
Il dato assume particolare rilevanza se si considera l’evoluzione dei bisogni sanitari. La popolazione italiana invecchia, aumentano le persone che convivono con più patologie croniche e cresce la necessità di seguire i pazienti anche dopo la dimissione ospedaliera.
La sanità di domani non dovrà occuparsi soltanto di curare una malattia durante un ricovero. Dovrà accompagnare le persone nel tempo, prevenire le complicanze, favorire l’aderenza alle terapie e coordinare gli interventi tra ospedale, servizi territoriali, domicilio e strutture residenziali.
In tutti questi ambiti, gli infermieri rappresentano una componente essenziale dell’assistenza.
Stipendi e riconoscimento professionale: perché l’Italia perde attrattività.
La disponibilità di personale non dipende esclusivamente dal numero di laureati. Dipende anche dalla capacità del sistema sanitario di attrarre nuovi professionisti e offrire a quelli già in servizio ragioni concrete per restare.
Il tema economico è uno dei punti più delicati.
Secondo i dati OCSE riferiti al 2023, nei Paesi membri gli infermieri ospedalieri guadagnavano mediamente circa il 20% in più rispetto al salario medio nazionale. In Italia, invece, la retribuzione infermieristica risultava inferiore di circa il 10% rispetto alla media dei lavoratori.
Il confronto richiede attenzione: le retribuzioni possono essere misurate in modi differenti e il potere d’acquisto varia in funzione del costo della vita, della fiscalità e dell’organizzazione dei servizi. Tuttavia, il quadro evidenzia una difficoltà competitiva che non può essere ignorata.
Un infermiere deve affrontare turni notturni, lavoro nei fine settimana e nei giorni festivi, responsabilità cliniche, aggiornamento continuo e situazioni emotivamente impegnative. In molti contesti, il carico di lavoro si accompagna alla necessità di gestire contemporaneamente pazienti con bisogni molto diversi.
Quando l’impegno richiesto non trova un riconoscimento economico e professionale adeguato, il rischio è che la professione perda attrattività.
La questione non riguarda soltanto la differenza tra una busta paga italiana e una europea. Conta anche la possibilità di costruire un percorso professionale, accedere a incarichi di responsabilità, specializzarsi, conciliare lavoro e vita privata e operare in ambienti organizzati in modo sostenibile.
La retribuzione è una componente fondamentale, ma non è l’unica. Per trattenere gli infermieri servono condizioni di lavoro credibili e prospettive di crescita che non rimangano soltanto sulla carta.
Il problema non è solo assumere: è trattenere chi ha esperienza.
Di fronte alla carenza di personale, la prima risposta è spesso quella di aumentare le assunzioni. È una necessità reale, ma rischia di essere insufficiente se non viene accompagnata da misure capaci di ridurre le uscite.
Un sistema sanitario può reclutare nuovi professionisti e continuare, nello stesso tempo, a perdere personale già formato. In questo caso, una parte delle nuove risorse serve semplicemente a compensare chi se ne va, senza produrre un rafforzamento stabile degli organici.
Il problema diventa ancora più evidente quando a lasciare il servizio sono gli infermieri con maggiore esperienza.
L’esperienza professionale non si esaurisce nelle conoscenze acquisite durante il percorso universitario. Si costruisce attraverso anni di attività, il riconoscimento dei segnali clinici, la gestione degli imprevisti, la collaborazione con le équipe e la capacità di affrontare situazioni complesse.
Un professionista esperto può contribuire a individuare precocemente un peggioramento delle condizioni di un paziente, sostenere i colleghi più giovani e favorire la trasmissione delle competenze all’interno del reparto.
Quando lascia il servizio, quindi, non si perde soltanto un’unità di personale. Si rischia di disperdere un patrimonio di conoscenze difficile da sostituire rapidamente.
Per questo le politiche sul personale dovrebbero distinguere almeno tre obiettivi: assumere nuovi infermieri, trattenere quelli già in servizio e favorire la permanenza dei professionisti esperti.
Sono obiettivi collegati, ma non equivalenti. Ognuno richiede interventi specifici, risorse adeguate e indicatori che consentano di misurare i risultati.
Manovra 2027: la richiesta di 1,3 miliardi per le professioni sanitarie.
È in questo scenario che si inserisce il confronto sulla legge di Bilancio 2027.
Il sindacato Nursing Up ha chiesto al Governo di destinare almeno 1,3 miliardi di euro aggiuntivi e strutturali al rafforzamento delle retribuzioni e delle indennità delle professioni sanitarie.
La proposta si articola in due interventi principali.
Il primo prevede 800 milioni di euro per un fondo perequativo nazionale destinato agli infermieri, con l’obiettivo di ridurre progressivamente il divario retributivo rispetto ai parametri europei.
Il secondo riguarda uno stanziamento di 500 milioni di euro per incrementare l’indennità di specificità infermieristica e quelle riconosciute alle altre professioni sanitarie non mediche.
Si tratta di una proposta sindacale, non di risorse che possano essere considerate già stanziate o definitivamente approvate. La sua eventuale attuazione dipenderà dalle decisioni di bilancio e dai provvedimenti che saranno adottati.
La richiesta riapre comunque una questione centrale: quale valore economico e strategico attribuire al lavoro infermieristico all’interno del Servizio sanitario nazionale?
Secondo Antonio De Palma, presidente nazionale di Nursing Up, la valorizzazione del personale sanitario richiede investimenti adeguati e continuativi, non interventi occasionali.
Il punto è rilevante anche dal punto di vista della programmazione pubblica. Un incremento delle retribuzioni può contribuire a rendere più competitiva la professione, ma la sua efficacia dipende anche dall’entità delle risorse, dalla loro distribuzione e dalle condizioni organizzative in cui gli infermieri lavorano.
Per valutare i risultati non basterà verificare quanti fondi saranno destinati al personale. Occorrerà capire se aumenteranno le assunzioni effettive, se diminuiranno le dimissioni, se sarà più facile coprire i posti vacanti e se migliorerà la permanenza dei professionisti nei servizi maggiormente in difficoltà.
La vera misura del successo sarà la capacità di trasformare le risorse economiche in una maggiore disponibilità di assistenza per i cittadini.
Organici, turni e sicurezza: il peso delle condizioni di lavoro.
Lo stipendio è importante, ma non può essere considerato una soluzione isolata.
La vita professionale di un infermiere dipende anche dall’organizzazione dei turni, dal numero di pazienti da assistere, dalla presenza di colleghi con competenze adeguate e dalla possibilità di usufruire dei riposi previsti.
Quando gli organici sono insufficienti, il personale presente può essere chiamato a sostenere carichi di lavoro più elevati. Se questa condizione si prolunga, diventa più difficile conciliare le esigenze del servizio con quelle personali e familiari.
La pressione può inoltre rendere più complicato dedicare a ogni paziente il tempo necessario per ascoltare, spiegare, verificare e prevenire. L’assistenza infermieristica, infatti, non consiste soltanto nell’eseguire procedure: richiede osservazione, comunicazione, valutazione e continuità.
Anche la sicurezza delle cure dipende dall’organizzazione. Un sistema efficace deve garantire che le attività siano distribuite in modo appropriato, che le competenze professionali siano utilizzate correttamente e che il personale disponga delle condizioni necessarie per lavorare con attenzione.
Per questo il rafforzamento degli organici deve procedere insieme alla revisione dei modelli organizzativi.
Servono programmazione dei fabbisogni, distribuzione equilibrata delle risorse, strumenti per prevenire il sovraccarico, formazione continua e una gestione dei turni che tenga conto della complessità assistenziale.
Non esiste una misura unica capace di risolvere tutte le criticità. Esiste, però, la necessità di affrontarle come parti di uno stesso problema.
Reclutare infermieri dall’estero: una risorsa, non una soluzione definitiva.
In un mercato del lavoro sanitario sempre più internazionale, il reclutamento di infermieri formati all’estero può contribuire a coprire alcune carenze.
Perché questa strategia funzioni, tuttavia, sono necessarie condizioni precise: riconoscimento dei titoli, verifica delle competenze, conoscenza della lingua italiana, percorsi di inserimento e garanzie contrattuali adeguate.
L’integrazione professionale richiede tempo e non può essere ridotta alla semplice copertura di un posto vacante. I nuovi arrivati devono poter comprendere procedure, protocolli e modalità operative, oltre a comunicare in modo efficace con pazienti, familiari e colleghi.
Esiste anche una questione etica internazionale. Il reclutamento dai Paesi con minori risorse sanitarie può aggravare le difficoltà dei sistemi di provenienza se non viene gestito attraverso percorsi responsabili e sostenibili.
La mobilità internazionale può quindi rappresentare uno strumento utile, ma non sostituisce una politica nazionale capace di formare, assumere e trattenere i professionisti necessari.
Se le ragioni che spingono gli infermieri italiani a lasciare il servizio rimangono irrisolte, l’arrivo di nuovo personale rischia di produrre soltanto un ricambio continuo, senza risolvere il problema strutturale.
La domanda da porsi non è soltanto quanti professionisti sia possibile reclutare, ma anche quali condizioni consentano loro di restare.
La sanità del futuro si giocherà anche fuori dagli ospedali.
La carenza infermieristica non riguarda soltanto i reparti ospedalieri. È destinata a incidere anche sulla capacità di sviluppare un’assistenza territoriale adeguata ai bisogni della popolazione.
Un numero crescente di persone convive con diabete, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie, limitazioni funzionali e altre condizioni che richiedono controlli regolari. Molti pazienti, dopo un ricovero, devono proseguire le cure a domicilio e hanno bisogno di indicazioni precise, monitoraggio e sostegno.
In questi casi, l’assistenza non può limitarsi al momento della visita medica o al passaggio in ospedale. Deve accompagnare la persona nella vita quotidiana, aiutandola a gestire la terapia e a riconoscere eventuali segnali di allarme.
Gli infermieri possono svolgere un ruolo importante nell’assistenza domiciliare, nelle Case della Comunità, nei percorsi per le cronicità e nel coordinamento tra servizi sanitari e bisogni assistenziali.
Il loro contributo può favorire la continuità delle cure, sostenere le famiglie e facilitare l’individuazione precoce di problemi che, se trascurati, potrebbero richiedere interventi più complessi.
Questo passaggio è essenziale per un Paese che deve rispondere a una popolazione sempre più anziana e a bisogni che non si esauriscono durante il ricovero.
Ma il rafforzamento del territorio non può essere realizzato semplicemente spostando gli infermieri da un servizio all’altro. Occorre programmare il personale in base ai bisogni effettivi, formare le competenze necessarie e garantire che ospedali, servizi territoriali e assistenza domiciliare siano collegati in modo funzionale.
Senza una dotazione infermieristica adeguata, anche le riforme organizzative più ambiziose rischiano di incontrare difficoltà nell’attuazione.
Perché un giovane dovrebbe scegliere di diventare infermiere?
Il futuro della professione dipende anche dalle scelte delle nuove generazioni.
L’infermieristica offre competenze scientifiche, responsabilità assistenziali, possibilità di specializzazione e opportunità di crescita in contesti differenti: ospedali, servizi territoriali, assistenza domiciliare, strutture residenziali, prevenzione, formazione e ricerca.
Eppure, la disponibilità di opportunità occupazionali non basta a rendere una carriera desiderabile.
Chi valuta questo percorso deve poter immaginare non soltanto il momento dell’assunzione, ma anche quello che accadrà negli anni successivi: quale sarà il trattamento economico, quali competenze potrà sviluppare, quali responsabilità potrà assumere e quale equilibrio riuscirà a mantenere tra lavoro e vita personale.
La vocazione e il desiderio di aiutare gli altri possono rappresentare motivazioni importanti, ma non possono diventare una giustificazione per condizioni professionali difficili da sostenere nel lungo periodo.
Per rendere l’infermieristica attrattiva occorrono percorsi di carriera riconoscibili, formazione accessibile, valorizzazione delle competenze specialistiche e possibilità concrete di assumere ruoli di responsabilità.
Anche l’università e i servizi sanitari devono lavorare in modo coordinato, favorendo un collegamento efficace tra formazione e lavoro e accompagnando i neolaureati nell’ingresso nella professione.
Il ricambio generazionale, infatti, non si realizza automaticamente. Richiede che il sistema sia in grado di formare nuovi professionisti e offrire loro motivi sufficienti per costruire il proprio futuro in Italia.
Quanti infermieri serviranno davvero? Il nodo della programmazione.
Per affrontare la crisi non basta conoscere il numero degli infermieri attualmente in servizio. È necessario capire quanti professionisti serviranno nei prossimi anni, dove saranno necessari e quali competenze dovranno possedere.
La programmazione deve considerare almeno quattro elementi: i pensionamenti previsti, l’evoluzione della domanda di assistenza, la distribuzione territoriale del personale e il numero di professionisti che ogni anno entrano ed escono dal sistema.
A questi fattori si aggiungono le differenze tra specialità e contesti lavorativi. Un reparto ospedaliero, un servizio di emergenza, una struttura residenziale e un servizio domiciliare presentano bisogni organizzativi differenti.
Anche la distribuzione geografica conta. Il numero complessivo dei professionisti può nascondere difficoltà particolarmente rilevanti in determinate aree, strutture o servizi.
Per questo servono dati aggiornati e confrontabili, capaci di distinguere tra personale teoricamente disponibile e professionisti effettivamente impiegati nei servizi. È inoltre necessario verificare la presenza di posti vacanti, le rinunce ai concorsi, i tempi di reclutamento e le cause delle uscite dal lavoro.
Una programmazione efficace dovrebbe collegare questi indicatori agli obiettivi di finanziamento, verificando periodicamente se le misure adottate producono risultati.
Senza questa capacità di previsione, il rischio è inseguire le emergenze anziché prevenirle.
Il costo della carenza infermieristica riguarda tutti.
Nel dibattito pubblico, la sanità viene spesso analizzata attraverso il valore degli stanziamenti, la sostenibilità della spesa e il confronto tra risorse disponibili e bisogni crescenti.
Sono aspetti inevitabili, soprattutto in un Paese chiamato a finanziare servizi pubblici complessi in un contesto di invecchiamento demografico.
Ma il bilancio economico non esaurisce il problema.
La carenza di infermieri può tradursi in maggiore pressione sui reparti, difficoltà nel garantire la continuità dell’assistenza e ostacoli nello sviluppo dei servizi territoriali. Può inoltre rendere più difficile accompagnare le persone fragili dopo la dimissione e sostenere le famiglie che si fanno carico di una parte crescente delle cure.
Gli effetti non sono identici in ogni struttura e non possono essere attribuiti automaticamente a un unico fattore. La qualità dell’assistenza dipende anche dalle competenze, dai modelli organizzativi, dalle tecnologie, dalla collaborazione tra professionisti e dalla gestione dei percorsi clinici.
Tuttavia, il personale rimane una condizione essenziale per trasformare le risorse economiche e tecnologiche in prestazioni concrete.
Un ospedale può disporre di apparecchiature avanzate, strutture moderne e strumenti digitali, ma ha comunque bisogno di professionisti capaci di utilizzarli e di prendersi cura delle persone.
Investire negli infermieri, dunque, non significa soltanto migliorare le condizioni di una categoria professionale. Significa sostenere la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni dei cittadini.
La questione è anche economica: prevenire le criticità organizzative, assicurare la continuità assistenziale e ridurre le interruzioni nei percorsi di cura sono obiettivi che meritano di essere valutati insieme ai costi degli interventi necessari.
La sfida della manovra 2027: trasformare le risorse in risultati.
Il confronto sulla legge di Bilancio 2027 rappresenta un’occasione per discutere non soltanto quanto investire, ma anche come rendere efficaci gli interventi.
La richiesta di 1,3 miliardi avanzata da Nursing Up pone l’accento sulla necessità di un riconoscimento economico più adeguato. Accanto a questa proposta, resta centrale il tema delle assunzioni, dell’organizzazione dei servizi, delle progressioni professionali e delle condizioni di lavoro.
Le politiche dovrebbero essere accompagnate da obiettivi verificabili: riduzione delle posizioni vacanti, diminuzione delle dimissioni evitabili, miglioramento della permanenza in servizio, rafforzamento dell’assistenza territoriale e maggiore capacità di coprire i fabbisogni delle strutture.
Sarà inoltre importante capire come verranno distribuite le risorse e quali meccanismi consentiranno di valutare i risultati nel tempo.
Non esiste una cifra che, da sola, possa garantire il superamento della carenza infermieristica. Ma senza investimenti coerenti con i bisogni assistenziali, la possibilità di rafforzare stabilmente il personale rischia di rimanere limitata.
La questione centrale è costruire una strategia di lungo periodo, capace di integrare retribuzioni, reclutamento, formazione, organizzazione e valorizzazione delle competenze.
Chi ci curerà domani?
La domanda del titolo non è una provocazione, ma una questione concreta di politica sanitaria e di organizzazione sociale.
Chi assisterà gli anziani che vivono soli? Chi seguirà i pazienti con più patologie? Chi garantirà il monitoraggio dopo un intervento chirurgico? Chi accompagnerà le famiglie nei momenti in cui la malattia richiede cure quotidiane e competenze specifiche?
In tutte queste situazioni, gli infermieri rappresentano una presenza fondamentale.
L’Italia dispone di professionisti preparati, di un sistema universitario che forma nuove generazioni e di un Servizio sanitario nazionale che continua a rappresentare un presidio essenziale di tutela della salute. Ma queste risorse devono essere sostenute da scelte coerenti con i bisogni presenti e futuri.
Non basta chiedere agli infermieri di resistere a carichi elevati, né è sufficiente aumentare periodicamente il numero delle assunzioni senza intervenire sulle ragioni che rendono difficile restare.
Occorre rendere la professione economicamente riconosciuta, professionalmente stimolante e organizzativamente sostenibile. Occorre pianificare il ricambio generazionale, valorizzare l’esperienza e costruire servizi territoriali capaci di rispondere a una popolazione che cambia.
La manovra 2027 riporta questi temi al centro del confronto sulle risorse pubbliche. Il passaggio decisivo sarà capire se alle dichiarazioni seguiranno misure concrete, finanziamenti adeguati e risultati misurabili.
Perché dietro ogni statistica sugli organici c’è una persona che aspetta assistenza. Dietro ogni turno difficile c’è un professionista chiamato a prendere decisioni importanti. E dietro ogni infermiere che lascia il servizio può esserci una competenza che il sistema faticherà a sostituire.
La vera sfida, quindi, non è soltanto trovare gli infermieri di cui l’Italia ha bisogno oggi. È costruire le condizioni perché possano continuare a prendersi cura di noi anche domani.
Fonti e riferimenti
- OCSE, Health at a Glance 2025: indicatori sulla disponibilità di infermieri e sul confronto internazionale delle retribuzioni.
- AGENAS, rapporti e dati sul personale del Servizio sanitario nazionale, con riferimento ai dati disponibili per il 2023.
- Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – Università Cattolica, analisi sul personale medico e infermieristico italiano nel confronto OCSE.
- Nursing Up, dichiarazioni e proposte relative alla legge di Bilancio 2027, ottobre 2026.
Nota editoriale: le cifre relative alla proposta di Nursing Up descrivono una richiesta sindacale e non devono essere presentate come stanziamenti già approvati. Prima della pubblicazione, è opportuno verificare i dati e i documenti ufficiali più recenti relativi all’iter della manovra 2027.
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